Il Mio Amato Mastino dell’Odio

Di certo in oro un solo successo non trasformerà mai il conio plumbeo di tutta una vita!

Ahi, orgoglio! Per fortuna si è prodi pure d’essere i primi nell’odio!

Conosco tanti trucchi ormai che pure non usandoli mai, non potrei comunque definirmi “onesto”. Devo darmi un trenta e lode? Una laurea intera?

O perché no, appormi perfino la corona ingioiellata di un re sulla residua poltiglia porpora del cranio; bruciando acre mirra e incensi per dissimulare l’odore di cadavere che attufa tra gli spergiuri del voto monarcale.

Chi è stato ammazzato sono io! Sì! Nel paradosso, sono dispiaciuto e felice al contempo, in lacrime di gioia il mio me assassinato applaude, accusandolo, il suo io gemello, sicario e usurpatore.

Ho allevato il mio odio e guardate con che risultati!

Ho allevato il mio odio sin dall’alba immemore e confusa dei miei primi tempi; come un cucciolo di cane raccattato per strada la mattina presto, prima di entrare all’asilo, una di quelle giornate col sole coperto dalla monocorde pioggia battente, sciapida come la minestra di porro delle suore.

Guardate cosa ne è venuto!

All’inizio non sapevo se fosse un odio di razza il mio cane, così piccolo l’ho preso, pensavo fosse un odio bastardo e comune, e invece eccolo, bello, nero e forte come un mastino corso!

Che splendore!

Ho passato la vita a nutrire il mio odio e non gli ho dato gli scarti della vita come fanno gli altri, ma il meglio di essa.  Denutrito, ho tenuto duro per tutte le delusioni, pur di vederlo crescere bene, a vassoi di pasticcini di crema d’occasioni abortite e glassati di “no”!

Ne è valsa la pena, le sue tre teste rabbiose con gole di metallo come canne d’organo ululano per fame e abissali divorano tutto.

Ho speso ogni soldo e sforzo nel procurarmi abbacchio umano selezionato in lavori burocratici e ripetitivi, scuole statali, amicizie banali, inerzie, indifferenze, fino alla pena arbitraria e profonda per il primo pinco pallino che passa per strada.

Ho preferito la parte dell’agnello sacrificato sulla grigia tavolozza di una vita scontenta come una liturgia, ripetitiva come una messa balbuziente, per salvare la pelle del mio mastino.

Quando la lama del quotidiano e i suoi oggetti (che io non desidero affatto) mi scannava a dovere, per mano del tronfio macellaio di turno al mattatoio sempre aperto del divenire, ero consapevole del sacrificio e, come ogni cane fedele, anche lui lo era.

E come ogni cane fedele, guaiva, prometteva vendetta e cresceva, cresceva, cresceva.

Gli facevo l’occhiolino, e sorridevo amaro per tenerlo buono e non farlo inquietare: “non è niente, non fa mica male il rasoio dell’insuccesso, vedi, che recide…” ma lui guaiva e cresceva ancora.

Per alimentarlo  a dovere ho poi selezionato le peggiori donne e più paranoiche che il mondo abbia ospitato.

Ho speso ogni energia per lui, privandomi di tutto, da buon pater familias, fino a un annullamento degno di un maiale zen.

Sì! Arrivando ad umiliarmi e dimagrire, pur di contemplare la muscolatura e l’agilità crescenti del mio animale da gara!

L’ho sfamato con derrate d’amore per genti mediocri, io commosso lo guardavo, ammirato come solo un genitore sa esserlo, mentre scalpitava per liberarsi dalla catena troppo corta. Che bestia di razza!

Poi mentre tenevo ferma la preda in un abbraccio, intingeva rapido il muso in quegli intestini sbrindellati, viscidi e scuri di sangue; con che entusiasmo e avidità si lanciava ringhioso sui loro ventri insaziabili e isterici!

Divorava con furia e furore tutto quel dolciastro dolore d’abbandono e incomprensione, ogni smemoratezza, superficialità, la vanità delle reticenti parole di sangue degne d’un suicida dette a delle mentecatte stupide e sorde.

Non spiegavo nulla! Il mastino come ogni mastino sa da sé che fare.

Per estrarne il midollo, spaccava con poderosi colpi di molare l’osso dell’incomunicabilità a cui m’ero voluto crocefiggere, per trovargli ancora alimento.

A me, che pure ero presente, nessuno più mi vedeva, troppo sottile! Sopraffatti dal dolore della sua voracità insensibile e frenetica!

È lui il protagonista! Il mio feroce mastino dell’odio! Ammirate!

Oggi è sempre libero, corre agile e sinuoso nella fitta foresta di streghe, sfrecciando spavaldo le azzanna e divora da solo come piccioni, lasciando indietro la mia tosse e il catarro, la tubercolosi del cervello, che mi impediscono di tenere il suo passo di atleta e animale e che trapungono di petali rossi i fazzoletti troppo sottili e laceri delle vecchie idee.

Ma per lui ho voluto solo il meglio! Per lui sono andato avanti resistendo alla vertigine del salto dal cornicione, al fumo dell’oppio, che lo intontiva e ammansiva! Ed ora sono fiero di lui e del suo vigore.

Gli ho imbandito il desco mica a olocausti e guerre, a falsi principi, storia, etica e critica sociale, gli ho messo sotto il muso mica ciotole di precotti, di periodici e tv, i libri di tutti, le scatolette e le latte di un’istruzione standard, la scuola media, il flauto dolce in plastica e Anna Frank, una filosofia, o uno schieramento tra i tanti da scegliere nella corsia del supermercato della vita moderna.

S’è corroborato, invece, leccando dosi generose di zabaione ad alta gradazione, battuto a mano col legno del cinismo, fatto in casa col cognac della solitudine, in interminabili serate vicino a genti inclini al tradimento e alla maldicenza, all’invidia e lo scherno, e tutte finite, oltre le siepi del parco, in rissa e a bottigliate sotto le stelle.

Ho impastato per lui le farine della delusione e del disprezzo nelle perfette proporzioni, entrambi (segale d’intellettuale e lievito d’ignorante) lo hanno fatto crescere forte e bello, col pelo lucido, mentre io sapientemente rinsecchivo, avvizzivo, calvo e scontento come una foglia caduta nel giardino autunnale del mio vittimismo malconcio e sacrificato.

Pur puro spirito, peserà un novanta chili ora e punto tutto su di lui per mordere e addentare quel che rimane del mondo e del giorno.

Quel che di buono gli è capitato tra i denti, da bravo lo ha espulso con una scarica di diarrea immediatamente dopo averlo inghiottito.

Il suo colon irritabile trova sempre un pretesto per rendere abbietta ogni cibaria.

Mentre dall’arnia immane dell’operoso alveare incrostato sotto lo sfintere del mondo, cola incessante un denso miele nutriente e corroborante, di cui curiosamente va ghiotto e che puzza di fogna.

Eh, come ogni cane di razza il mio odio ha gli intestini delicati e non sopporta carni di seconda scelta, servite da quei camerieri da centro storico, o salotto italiano, con tipica eleganza e allegria da campo di concentramento.

Vuole dolore vissuto, veri e provati stermini di pensieri e sentimenti, titanici, ma esclusivi sprechi d’amore di cui nessuno saprà mai nulla.

È stata dura e bruciante! Mi sono sempre fatto sostituire dalla peggio mediocrità nelle vite degli altri, per lasciargli spazio di gioco, e nella finzione del gioco lui distruggeva tutto per davvero, correndo per quei vasti prati, abissali prati, nella verde distanza in discesa tra me e chiunque.

Di notte, insonne, ulula ancora il suo rancore crescente alla luna, ogni sera; mentre mi addormento mi tiene compagnia e sveglio al contempo, col suo canto notturno, lungo e monotono, erratico e pieno di gratitudine e amore per me, il suo padrone e per nessun altro.

Come sa odiare l’amore nessuno mai! E anche al contrario!

Nella nostra solitudine abbiamo percorso le strade del mondo per decenni, il mio odio ed io, senza sosta.

Talvolta mi fermavo su un ponte, magari a Parigi, per la brutta abitudine di fumare al vento, ormai perduta, dove il fumo si dissolve rapido e sottile come un bel ricordo, e lui, enorme, si ergeva sul parapetto e s’affacciava a guardare il fiume, l’acqua scura che scorre, coi suoi piccoli occhi tristi che paiono gorghi avvelenati.

Quanto orgoglio mi assaliva! Che commozione!

Come era bello il mio odio, il mio idolo, quel garrese color del rancore, le macchioline più chiare che sfumano nell’assenza, la pelle cadente da muso di molosso che cela denti d’avorio, e una mandibola con la presa d’acciaio del rimorso più antico e duraturo, o d’una inestinguibile vendetta biblica.

Sei enorme! Un vulcano non è che un brufolo sulla guancia paffuta di un pianeta bambino davanti a te! Sei enorme!

Abbiamo fatto un Dio della nostra più terribile e folle passione!

Nessuno scorderà mai il tuo morso, mio fedele compagno e mia unica gioia! Nessuno scorderà mai neppure un tuo latrato minaccioso una volta sentitolo, sincero nel disprezzo, anche quando parevi giocare da cucciolo.

No, non hai mai giocato, mai scherzato, amore mio! Eri serissimo anche da piccolo!

Ho creato un’opera d’arte nutrendo il fedele mastino del mio odio.

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