Il mio primo tentativo di suicidio

Decisi di ammazzarmi quasi di punto in bianco. Non ci avevo, in effetti, lo ammetto, mai pensato su più di tanto; le cose non andavano nemmeno così male, dopotutto, ma leggendo e studiando ero arrivato alla conclusione inequivocabile che vivere è male di per sé, e che più si insiste peggio si fa.

Sono sempre stato un uomo di azione, oltre che di studi, così mi documentai e propesi per il gas. Era un metodo economico, alla portata, la macchina l’avevo già, e, si dice, “ci si addormenta”. Non è del tutto vero, lo avevo capito, ma mi faceva comodo crederlo.

Avevo una vecchia Ford, ottime emissioni, voglio dire, pessime da un punto di vista ecologico, ma ottime per il mio scopo, abbondanti e con un sacco di piombo. Presi le misure del diametro del tubo di scappamento, nessuno dei miei tubi da giardino ci andava. Forse sono un meticoloso, ma volevo che il tubo di gomma passasse all’esterno del bordo, lo coprisse.
Andai al ferramenta e ne presi uno più grande, che mi pareva ad occhio e croce potesse andarci e abbondai nel metraggio: cinque. Il cartello sotto, dopotutto, diceva che anche per meno tubo si pagava uguale.
Tornai a casa determinato a farla finita subito e mi misi all’opera in garage, passando dalla porta interna e lasciando la serranda abbassata, senza accendere la luce. Provai il tubo di gomma, e non ci andava per un pelo. Non mi persi d’animo; iniziai a scaldarlo ed allargarlo con delle pinze. Quando fu della dimensione giusta lo innestai sul tubo di scappamento, poi con del filo di ferro, un pezzo di tondino, tenaglie, e certa fatica, lo chiusi e serrai bene.

Passai il tubo dal finestrino posteriore, abbassato quanto basta, per evitare di avere la possibilità di farlo cadere all’esterno, da uno di quelli anteriori, mentre morivo, accidentalmente o per un ripensamento vergognoso.
Per ora non sentivo nulla, ma magari mi sarei spaventato a un certo punto, non lo sapevo. Poi misi del nastro americano sul resto della parte aperta, tra vetro e portiera e sigillai il meglio che potevo. Feci un ottimo lavoro, l’ultimo di tanti, ed ero piuttosto soddisfatto della mia macchina di morte. La guardai e mi ci infilai.

Mi misi a sedere dalla parte del conducente per poter accelerare, volevo una morte rapida, o il più rapida possibile. Mi allacciai la cintura di sicurezza e la tirai con forza affinché mi stringesse bene e non potessi muovermi troppo in caso di convulsioni o chissà che. Accesi il motore, diedi un paio di sgasate, e cercai di non pensarci affatto a quello che ciò significava e che sarebbe successo. Provai a rilassarmi, ma ero sudato, lo sforzo del lavoro accucciato, la tensione; presto sarebbe comunque finita, mi venne in mente, ma scacciai il pensiero. Tornò e finsi che avesse solo una valenza positiva, liberatoria. Non premetti più sul pedale del gas. 

Ricordo che chiusi gli occhi e mi determinai a mantenerli chiusi il più possibile, iniziando a contare con lo scopo di arrivare almeno fino a cento, il più lentamente possibile.
Il motore andava, l’aria si consumava, sentivo tutto, rumori, odori, il cuore accelerato.
Presto però iniziai a non essere lucido, e a sentirmi male: nausea, un forte mal di testa. Mi venne in mente la mia casa al mare di quando ero bambino, le onde, il verde e marrone della risacca agitata, le alghe verdone sulla battigia.
Mia madre chiamava, mi giro, era Natale, mi ritrovo in sala da pranzo di chissà dove che chiacchiero con una mia vecchia compagna di scuola, chissà perché lei.

Subito dopo sono lì che taglio la torta che ho preparato io stesso, applausi da tutti i commensali, nessuno dei quali è della famiglia. È una meravigliosa charlotte all’arancio decorata come uno splendente rosone di cattedrale da agrumi caramellati e lucidi come vetro. Il coltello la attraversa e il rumore pure è come di vetro, stridii e poi si infrange. Ancora applausi per la prima fetta!

Arriva mia moglie, era bellissima, mora, stile spagnolo, con la coda di cavallo, un po’ diversa da come era in effetti, e mi dice con apprensione tirandomi per una manica: “il gas, il gas! Hai lasciato aperto il gas in cucina!” Panico! Corro in cucina, non era la mia, era una decadente, ma assai bella, cucina vittoriana. Mi sforzo di capire come si chiude la chiavetta del gas lì e dove diamine sia. Niente! Niente! Ancora niente! Cerco mi giro, sudo e impreco, mi agito e niente.  

Mi trovo a terra, con le gambe ancora dentro l’auto, tossivo e non riuscivo a respirare o muovermi, ma ero vivo e sveglio. A terra noto dei pezzi di finestrino e di colpo mi sovviene che il gas non andava assolutamente chiuso, che mi dovevo suicidare.

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