Il “Mistero dei Nove Anni”

La prima volta che lo vidi avevo nove anni, compiuti da oltre mezzo anno, era fine ottobre, di domenica.

Lo ricordo bene perché era il fine settimana prima della festa di San Martino, che dalle parti dove sono nato è piuttosto importante e celebrata con gran attaccamento da una popolazione con radici prettamente rurali; si celebra il vino nuovo, e mio padre si stava preparando per il pranzo in campagna con gli amici, al quale non ero invitato, perché in tali circostanze si beve parecchio, fino a sera e persino fino al giorno dopo. Ero così infastidito dal non poter partecipare! Non vedevo l’ora di avere, che ne so, sedici, diciotto anni. Il tempo non passa mai a quell’età. 
Ero solo con lui, che era andato a prendere il suo di padre, nonno, al bar di piazza, ed io, che mi ero portato dietro il Supertele, ero rimasto a giocare lì fuori, colpendolo in modo goffo con le scarpe brutte e tondeggianti dei bambini di una volta.

Fu una delle rare occasioni in cui ero senza mio fratello, che era a letto con la febbre e mia madre con lui, dato che faceva sempre finta di stare malissimo. Mi si avvicinò questo strano signore, non mi spaventai affatto, nonostante il suo aspetto incutesse certo timore, era piuttosto ruvido, alto, scuro di soprabito, severo lì per lì, e pareva un indigente, indossava vestiti logori, un cappellone di pelle a tesa larga su una barba lunga e arruffata, il volto era rugoso e con gli occhi paurosi quasi da Caronte, con ciglia folte e fessure strette e brillanti. Nondimeno comunicava qualcosa di bonario, pareva ironico e irriverente; a vederlo, lo ricordo bene, mi dispose al riso, più che la timore, mi rimase simpatico.

Mi chiamò per nome: -mi conosci?- chiesi.
-Come no!-
-Sei un amico del babbo?- feci.
-Eccome!- rispose lui: -Anche più di un amico!-
-È lì dentro, con nonno, lo conosci? Te lo chiamo!- proposi.
-No, no, non c’è tempo- disse tranquillo, ma anche autoritario, poi aggiunse: -Senti, dammi retta, non preoccuparti se ti senti diverso dagli altri, mica è una cosa brutta, anzi, è una cosa buona, non devi cambiare per compiacere nessuno, hai un nome strano e tutto il resto pure, non ti vergognare! E adesso ricorda, dammi retta, quando cresci un po’, fai sport non studiare solo, e mi raccomando, ricorda anche questo, ricordalo quando sarà il momento, i primi amori, non sono quello che sembrano, non vale davvero la pena di starci male. D’accordo?-

Tranne la prima parte, dato che in tanti mi prendevano in giro per il nome, e a me non piaceva affatto il calcio ed ero l’unico che “da grande” non voleva diventare “capocannoniere”, non capii bene che volesse dire; annuii, poi mi vergognai forse un po’ per i consigli, dovevo proprio sembrargli uno che ne aveva bisogno, pensai, ed erano anche piuttosto strani, “amore”? Ma che è? Le “femmine”, come le chiamavamo a scuola, all’epoca proprio non le potevo vedere, ma mi sentii cresciuto.
E lui sorrise, mi aggiustò il cappottino, come se mi conoscesse bene, con delle movenze stranamente simili a quelle di quel mattacchione di mio zio, mi guardò, come se ci tenesse a che fossi lindo e pinto, tanto che pareva uno di famiglia; poi se ne andò chiamandomi ancora per nome e puntandomi l’indice come si fa ai bambini, o per lo meno come si faceva all’epoca, al tramonto dell’educazione da Libro Cuore, ma lo fece in tono scherzoso e rise un po’, e io pure, risi e lo salutai con la mano.

Ricordo tutto così bene per una congiuntura di circostanze, oltre che perché da bambini si ha una mente vivida e alcuni avvenimenti, non si sa come siano selezionati, ma rimangono impressi per sempre; inoltre non è che tutti i giorni la gente mi mettesse le mani addosso, anzi, a me non è mai successo.

Il babbo non capì chi fosse, chiesi e richiesi, ma mi disse solo di non parlare con gli sconosciuti. A quel punto mi sentii tra lo stupido e il fortunato, per il fatto che non mi fosse successo nulla. -Se ne sentono tante- aggiunse.
Non posso dire che cambiai l’impressione positiva che avevo avuto sul vecchio, ma essa un po’ forse si macchiò appena per via del sospetto paterno, se avessi incontrato di nuovo il soggetto, decisi che non gli avrei rivolto parola.

La cosa non successe, mi uscì di mente dopo un po’; non ci pensai più fino a che non mi innamorai. Allora mi tornarono alla memoria le sue strane parole, e ci lavorai su, pensando che tutto quel trambusto, quella passione disperata, non ricambiata e sfortunata non fosse reale, che la situazione doveva essere assai diversa da come le vedevo io.
Avevo tredici anni, dove volevo andare? Lei era quattro anni più grande, e come succede, qualche anno dopo non la avrei nemmeno presa in considerazione. Chissà cos’è che ci fa percepire le cose in modi tanto diversi a seconda di età ed esperienza.
Comunque sia, in meno di quattro anni tutto era cambiato. E continuò a cambiare sempre.
Fu la prima volta che ci pensai su, anzi, forse una delle prime, la prima volta fu quando smisero di piacermi giocattoli che un tempo mi parevano preziosissimi. Arrivai al sospetto che forse conviene vivere la vita come se tutto fosse successo in un remoto passato, arrivare subito a quando non te ne importa più nulla di quello che capita lì per lì; prima o poi succede, prima o poi, vedevo, nulla importa più a nessuno. Chi se la prende più, a quarant’anni, per i compiti in classe andati male?
Non erano pensieri da bambino ormai, ma da adolescente. Lagnoso, come tutti gli adolescenti.

A quindici il vecchio mi tornò in mente di nuovo, quando decisi di reagire al bullismo scolastico frequentando una palestra di pesistica. La mia situazione si trasformò radicalmente in solo pochi mesi. Quanto è meschino l’essere umano!
Dentro di me mi confessai che quei consigli erano stati davvero azzeccati. E ancora non avevo capito chi accidenti me li avesse dati, anche perché con mio padre non è che fosse facile insistere, la pazienza non è mai stata una delle sue virtù più pronunciate, e nemmeno delle mie.

Quando compii diciotto anni, nella stessa piazza, tornai a incrociarmi con lo strambo tizio.
C’era l’abitudine, all’epoca, di passeggiare su e giù per ore ed ore per quel rettangolo di provincia, con amici, mai da soli, o di appollaiarsi a un lato, e commentare le ragazze che si esibivano con gonnelline, sandaletti, acconciature, culetti. Potevamo passare ore ed ore, giorni e mesi, probabilmente se uno non si fesse imposto di darci un taglio, anni ed anni ed anni ed ancora anni, senza stringere un accidente; era tutto davvero assurdo, giudicando col senno di poi. Non m’è mai andato a genio quel posto, i suoi ritmi, i suoi valori, la sua gente.

Primavera, ormoni, tanta luce ed aria fresca, ero lì con la camicia un po’ stretta a maniche corte a quadri, per esibire i bicipiti, bello tronfio come un gallinaccio ruspante, quando i miei amici si appartarono un poco, ma io non me ne accorsi. Rimasi a qualche metro in disparte, attaccato a una colonna e l’anziano riapparve. –Ciao!- e di nuovo fece il mio nome.
Lo guardai stupito e ricordai immediatamente di averlo visto nove anni prima; come lo dimentichi un soggetto del genere? Vestito praticamente uguale, era vecchio allo stesso identico modo, ma non poteva essere!
-Ti ricordi di me?- fece.
-No!- risposi, fingendo la perplessità di chi si sforza di ricordare. Non so perché mentii, forse mi imbarazzava confessare di avergli dato certa importanza, non saprei. Lui sorrise, e non insistette, ma ebbi l’impressione che sapesse esattamente tutto quello che stava passando per la mia testa, e che per questo non provasse nemmeno a rinfrescarmi la memoria.

Questa fu la volta che ci parlai più a lungo: -come va?- fece.
-Eh, non mi lamento, su!- era la mia frase preferita, nessuno in zona risponde mai “bene”, ma le lamentele mi hanno sempre infastidito parecchio ed annoiato, quando ci riflettei su, iniziai a dire sempre “non mi lamento”, anche perché bene, bene, proprio non andava, c’è da dirlo.
Il tipo fece una pausa, e poi disse: -vedi, la vita a volte non è facile, ma si deve avere coraggio, già che non si ha altra scelta che andare avanti, si devono superare le avversità, come, come… come se si trattasse di un allenamento duro! Non ci proveresti ad alzare più peso di quello che hai alzato la volta prima? Non ci si deve arrendere.- e col il braccio fece una mossa energica, stringendo il pugno, mentre aveva messo su un volto deciso e che incuteva una certa reverenza, devo dire.
Io annuii col capo, ma non me la sentii di dire nulla, non capivo che volesse, chi fosse, come mi conoscesse, e come mai si interessasse a me, ma non mi stava affatto dando fastidio, anzi, mi sentii “importante”, di solito non capita che qualcuno ti consideri, non è nei costumi del posto essere aperti e socievoli, infatti la gente si vanta tanto di essere popolare, perché non è affatto facile.

-Ti voglio dire una cosa che può venirti utile- proseguì da solo, e io ascoltai: -preparati al peggio, ma ricorda una cosa, non pensare mai che il dolore, o più correttamente la sofferenza, sia una “celebrazione dell’amore”, queste sono stupidaggini che solo quei poveracci, deficienti, dei cristiani possono credere.-
La frase la disse esattamente così, la ricordo per filo e per segno, perché il riferimento al cristianesimo mi esaltò.
Era l’epoca in cui si scopre, e in genere si fraintende, Nietzsche, “Ecce Homo”, “Umano, troppo umano”, “Al di là del Bere e del Mare” e tutte quelle cretinate; la religione mi pareva oppressione e in specie quella lagnosa cristiana, piena di martiri pezzenti, o fanatici violenti, ossa, tristezza, sangue, punizioni. Non la potevo reggere!
Non la posso ancora reggere, a dirla tutta, non è che abbia cambiato idea, ho solo stemperato il risentimento di essere nato e cresciuto tra “diversamente talebani”.  

Lo guardai con ammirazione ed esordii, da immaturo, che altro dire: -grande!- allungando le vocali. Quello sorrise divertito e fece per andarsene, nel mentre aggiunse: -allontanati da questa città appena puoi, non è per te!-
Lo interpellai: -mi scusi- diedi del lei per far vedere che non ero solo un idiota palestrato del volgo: -ma chi è lei? Come mi conosce?- sorrise di nuovo mentre si allontanava, e fece: -Sono un amico, che altro potrei essere?-,
-Di mio padre?- feci io confuso.
-Anche! Ciao.-

Rimasi perplesso. Feci due conti, nove, diciotto… A casa volli togliermi un dubbio, chiesi a mia madre se quando ero nato, nel primo anno, le era mai capitato di incontrare un tipo alto, anziano, anzi assai vecchio, dimagrato, ma energico, con una barba lunga e grigia, mal vestito e con un grosso cappello.
-Non so- fece lei: -non mi pare. Ma anche fosse, non mi ricorderei, sono passati quasi venti anni, come potrei ricordarmi?-
-Ma è uno che si nota- aggiunsi -pare uscito dal Signore degli Anelli!-
-Ma venti anni fa sarà stato diverso… Quando lo hai visto?-
L’obiezione era più che  ragionevole, tentai di spiegare. Andammo avanti per un po’, ma lei affermò di non aver mai visto un tipo del genere.

Tre anni dopo, mio fratello morì in un incidente stradale, “preparati al peggio” pensai. Seguirono gli anni più brutti della mia vita, nei quali presi anche la decisione di lasciare casa e città. Feci come aveva consigliato lui, per quanto nessuno fosse contento.
Sarà solo un caso. Conclusi, anche se, certo, era una strana coincidenza.

A ventisette anni non ero più in Italia da quattro, vivevo in Spagna. Trovai il tipo seduto al bancone di un bar, una sera. Non ci potevo credere. Era ancora vivo! Ancora col cappellone. Ma come poteva essere possibile? Era un’allucinazione? Chi era? Ero parecchio ubriaco, questa volta fui io ad andargli incontro: -Scusa, ma, forse mi sbaglio, ma, ma tu non sei il tipo che vidi un pomeriggio in piazza…? Sei italiano?-
-No, non sono italiano- fece lui in italiano: -ma sì, ci siamo già visti- e di nuovo fece il mio nome.
Mi turbai un po’: -Questa cosa è stranissima!- feci: -Questa cosa è una specie di miracolo! Che è?-
-Non ti eccitare- fece lui: -è tutto ok.-
-Ma come ci sei arrivato qui? Quanti anni hai? Che è questo un Truman Show? Ci sono le telecamere?- mi resi conto di essere inopportuno e maleducato: -Non mi dai nessuno dei tuoi consigli?- feci spavaldo, nello stordimento del venerdì sera, ma cercando di non mancare di rispetto a un anziano, che per lo più proiettava anche certa autorità.
Quello sorrise e disse: -vuoi un consiglio?-
-Chiaro!- feci io.
-Ebbene dedicati a quello che senti essere la tua passione, sai perché? Oltre che per gusto e legittime ambizioni, anche perché in ogni attività che farai, compresa quella più impensabile e idiota, ti troverai sempre a competere con gente che è appassionata davvero, e questo darà loro un gran vantaggio su tutti gli altri, saresti sempre un outsider.- per la precisione prima, disse “underdog”, ma non conoscevo il termine, all’epoca -Trova qualcosa dove questo vantaggio è con te.-
O almeno questo è quello che ricordo, perché del resto non ho grande memoria, semplicemente sparì, non ricordo nemmeno se lo salutai.

Quello che so è che negli anni a venire dovetti, ad un certo punto, chiedermi se tutti gli sforzi che stavo facendo valevano davvero la pena, se aveva senso insistere su qualcosa che non mi convinceva affatto e su cui mi ero intestardito, se davvero avrei voluto passare la vita, come ad altri pareva meravigliosamente stimolante, a ripetere teorie che non mi dicevano nulla, o perfezionarle, modificarle, sostituirle; era tutta immondizia! Stavo davvero perdendo il mio tempo. Anche qui, la riflessione del vecchio mi parve pertinente; tagliai i ponti con il diritto e mi dedicai a scrivere.

Una sera però, di visita in Italia, raccontai questa strana storia al mio miglior amico, per sentirmi dire che dovevo essere matto e che mi sarei dovuto far visitare. La tirai fuori nel modo più brutale e privo di fronzoli che riuscissi a trovare: nella mia vita succede un fatto strano, ogni nove anni incontro la stessa persona e mi dà un consiglio, negli anni successivi esso si dimostra cruciale per ciò che mi accadrà. Lui ha l’aspetto di un vecchio, ma da sempre… e ormai sono venti anni che ce lo ha, non cambia, non peggiora, riappare esattamente come lo ricordavo.

Pensavo che ci saremmo avventurati per teorie psicologiche, sogni, inconscio, fobie, allucinazioni, immaginazione che si impianta come un ricordo, il trauma della perdita vissuto in una strana forma di schizofrenia, e tante precarie teorie più o meno scientifiche o pseudoscientifiche, invece lui prese tutto per buono: -un vecchio saggio!- disse, intrigato ma perfettamente calmo.
-Ma che fai ci credi?!- mi uscì dopo un po’, con occhi grandi come mele. Ero stupefatto.

Il fatto che potesse credere a una storia del genere, invece di darmi coraggio, mi spaventò un po’, ritrattai immediatamente tutto: -ma certo che sei credulone, eh! Ma può essere vero che uno veda ogni nove anni lo stesso sconosciuto e che quello, vecchio decrepito, non invecchi in vent’anni?-
Lui per tutta risposta scrollò le spalle: -Ci stanno cose strane nell’universo, mica no! Che, tu lo conosci tutto?- Ci mancava Amleto che parla con Orazio, pensai.  
-Sì, ma allora che sarebbe?- feci io in tono canzonatorio, ma in effetti interessato a sapere quale sarebbe stata la sua opinione: -che è? Un mago? Chi è? Gandalf? Che gliene frega di me? Uno scherzo? E perché mai uno dovrebbe fare uno scherzo del genere? Che richiede anni di preparazione per nulla! Che scherzo sarebbe?-
-Non lo so-, fece lui: -forse è un tuo parente lontano che ti spia.-
-Se esistesse!- ci tenni a precisare.

Sinceramente, raggiunti i trentasei anni, dal giorno stesso del compleanno, iniziai ad attenderlo. Non sapevo come, non avevo idea del perché, ma sapevo che sarebbe riapparso. E così fu. Me lo trovai a una svolta di una stradina un pomeriggio come tanti, sorridente, vecchio uguale, per nulla più malfermo, esattamente la stessa persona per la quale il tempo pareva non essere un fattore.
-Mi stavi aspettando!? Vero!?-
La frase l’avremmo potuta dire entrambi, ma la disse lui. Ed era vero. Confessai di averlo atteso con certa impazienza. Mi doveva dire chi era, che significava quella storia, che accidenti stava succedendo.
La prese sul vago: -Ma scusa, ti dà tanto fastidio avere un alleato? Uno che ti è amico?-
-Sì, cioè, no! Ma perché?- E come, poi. Non era naturale quella cosa: -La gente… la gente…-
-La gente muore!- Fece lui, senza girarci troppo attorno: -Sì, la gente muore e prima fa quello che può.- La liquidò così.
Il fatto è che io ancora sentivo certo rispetto, non mi pareva educato pressare con la mia curiosità, anche se la ritenevo più che legittima, e le circostanze, davvero uniche.
-Se vuoi non mi faccio vedere più!- minacciò. E l’ipotesi mi infastidì. Alla fine questa bizzarria mi piaceva, era così assurda e “miracolosa”… era un gran segreto che rendeva la mia vita qualcosa di diverso da quella di chiunque altro e persino di magico. Anche se io non credevo affatto alla magia, era comunque qualcosa di unico ed esclusivo, mi sentivo parte di una gran avventura da romanzo, un privilegiato. Ma sentii pure di essere proprio la persona sbagliata per una cosa del genere. Era sprecata, per uno come me, un razionalista!

Questa volta mi disse che la mia idea di non avere figli era la migliore che si potesse avere sul tema, ma mi suggerì di dare un senso alla mia vita, qualcosa di più e di meglio che assumere passivamente e come un idiota lo spirito superficiale dei tempi che corrono, non era da me, e passare il tempo che mi separava dalla fossa solo tra bottiglie e gonnelle.
Stavolta il consiglio non mi andava troppo a genio, e mi pareva pure un po’ offensivo, e lui lo intese immediatamente. Ci capivamo al volo. Avrei voluto replicare che io… insomma, io ero un pensatore di un certo calibro, ma non sarebbe stato vero e inoltre avevo l’impressione che sul tema avrei combattuto con un avversario non alla mia portata, così tacqui.
Concluse solo dicendo: -Insomma, non ti dico che devi cambiare vita per forza, semplicemente non avere paura di niente, nemmeno di cambiare ancora e specie di prenderti delle responsabilità, se capita l’occasione. Ecco tutto! Gli uomini che evitano le responsabilità per principio, muscoli o no, erudizione o no, non sono che dei fanciulli!-

Ovviamente, anche stavolta l’occasione capitò ed oggi, per l’ennesima volta, sono felice di aver ascoltato il suo punto di vista e di non essermi fatto sopraffare dal panico, quando decisi di sposarmi e prendermi cura di mia moglie e la sua bambina.
Oggi mi sento un uomo felice e completo, ed in parte si deve a questo misterioso personaggio che vidi l’ultima volta, per ora, all’età di quarantacinque anni.

Ero a Boston per lavoro, seduto su una panchina, in un parco davanti a delle anatre che galleggiavano in uno stagno, grasse di pane di pensionato e spensierate, beate loro, me lo sentii arrivare da dietro e quasi me lo stavo aspettando che sarebbe apparso. Stesso volto, stesso abbigliamento, ma io no, io ero cambiato parecchio ed ormai ci potevamo quasi trattare da pari. Tanto che non mi diede alcun consiglio stavolta, facemmo solo una brevissima chiacchierata. Era contento di vedermi bene, mi trovava “in forma”. Come sempre. Lo guardai con un sorriso: -Senti chi parla! Un immortale!- rise.
-Un immortale- ripeté. E se ne andò, sempre gentile, sempre andante sull’allegro o forse sul beffardo.

Su questo personaggio, nel corso di trentasei anni di sporadica, quanto significativa, frequentazione, ho formulato una serie infinita di speculazioni, e sono sicuro ormai che, se ci arrivo, lo rivedrò a cinquantaquattro, a sessantatre, a settantadue, ottantuno, novanta, novantanove, e come pare averne lui centootto anni d’età.

Le ho pensate tutte, prima che fosse un parente, che fingeva da sempre di essere più vecchio di quello che era, e poi, col tempo, lo era diventato davvero; magari era il mio vero padre, o magari un suo fratello disperso, di cui nessuno sapeva, o voleva dire nulla. La teoria non regge affatto, come capirebbe chiunque.
Poi pensai che l’uomo esistesse solo nella mia fantasia, o nella mia mente, che fosse il prodotto di qualche mia irrisolta situazione mentale, che lo sognassi, ma poi lo ricordassi come reale, e cose del genere.

Oggi forse credo che sia un uomo reale, ma non posso esserne affatto certo. Ho scartato le altre e sono rimaste in gioco solo poche opzioni tra le tante.
Se fosse un uomo reale, potrebbe trattarsi di un alchimista, che ha trovato in tarda età l’elisir. È da lì, tra l’altro, che mi venne l’idea per la mia opera incompiuta sugli “Alchimisti Immortali”, una delle prime che scrissi.
A sostegno di questa ipotesi c’è il suo abbigliamento da “mago”, che forse è creato appositamente per far giungere a questa conclusione, dare indizi, dato che nell’immaginario degli stolti, maghi, astrologi, stregoni, alchimisti sono la stessa cosa e vestono tutti come Gandalf. Io però non sono uno stolto, o non così plateale, e lui pare saperlo. Quindi? Non saprei che pensare.
Sia come sia, in questo caso si tratterebbe di un perfetto sconosciuto, che non si capisce bene perché dovrebbe interessarsi a me. Comunque lo fa, e questo, forse, dovrebbe essere sufficiente, come anche lui stesso afferma.

L’ultima volta che l’ho visto, però, mi è parso di notare qualcosa in lui, che non avevo mai notato prima; ho percepito una familiarità che va oltre quella di un parente burlone, più profonda, più radicata. Come pure lo è la strana sensazione di rispetto e al contempo di estrema fiducia, una fiducia data per scontata, e che percepisco solo davanti a lui in quei termini.
Sento, infatti, che “mi ama”, o piuttosto “mi vuole bene”, o “tifa per me” e “ha cura di me”, in una maniera davvero particolare, con molta poca poesia e idealismo, come può amarti uno che è tenuto a vedere e sapere tutto di te, con la confidenza sbrigativa e del tutto scevra di lirismo di chi debba, per la ragione che sia, e mi si perdoni il tono, pulirti il culo ogni giorno, vestirti, prepararti la colazione, e sappia per filo e per segno tutte le tue virtù, ma anche tutte le tua magagne, le imperfezioni, tutto ciò che, come succede a tutti, ti rende umano, noioso, sporco, e perfino odioso, almeno a tratti.

L’unica persona in tale posizione sono io stesso! Sono l’unico che si ama con tanta insofferenza e con così poco slancio emotivo, l’unico che sa bene limiti e assurdità, e che ciononostante ci tiene alla persona… è tenuto a. Non diamo tutti per scontato di volerci bene? Non celebriamo mai tale unione.

Ovviamente ho anche pensato di essere uno schizofrenico, e a questo punto sarei uno schizofrenico molto episodico, dato che non ho mai avuto altri segni di squilibrio; in tal evenienza, probabilmente, sarei un caso da testo scientifico, potrei far vincere qualche premio a qualche psichiatra.
Questa, però, non è certo l’unica conclusione a cui giungere e nemmeno la più ragionevole, dal mio punto di vista di diretto interessato.
Quel personaggio, e cioè, probabilmente, me stesso, potrebbe aver trovato una maniera di tornare a parlare con sé stesso, ecco tutto… tornare in un modo fisico, presente, dato che non si tratta di una apparizione, ma di un soggetto che può essere toccato, che è corporeo.
Ignoro come ciò sia possibile. Dovrei essere io a trovare il modo, ma ancora non ci sono arrivato.

Quello che però questa teoria implica non è solo che paio essere assai longevo, ma che finirò anche in uno stato piuttosto lamentevole, solo, indigente, malnutrito, ignoro davvero come ciò possa essere possibile, avendo un così valido consigliere ed essendo capace di tornare a parlare con me stesso del passato.
Cosa mi è successo nel futuro? Non è questa una domanda che tutti si pongono da sempre? Ma non tutti hanno avuto la sorte di vedere come saranno, e nel mio caso non è affatto piacevole. E forse in nessun caso lo sarebbe.

P.S.
Mi sento di escludere con fermezza che il soggetto possa essere al contempo me, e un alchimista immortale, vale a dire me divenuto alchimista e per di più di gran successo. Per molte ragioni, ma innanzitutto perché non credo, e non mi dedico, all’alchimia. Ma poi anche perché se il soggetto che appare ogni nove anni nella mia vita fossi io stesso, potrebbe trattarsi di apparizioni realizzate tutte in sequenza dal futuro in diversi punti del passato, nell’estremo limitare della mia vita, e non ci sarebbe alcuna ragione di pensare che il soggetto (io) “non invecchi”.

Dato, infatti, anche lasciato nel vago dal diretto interessato.
Non starei, infatti, percorrendo la stessa linea temporale attuale, ma dovrei essere un viaggiatore del tempo. Cosa anche più complicata che trovare l’elisir.

P.P.S.
Sul dare per scontato che io sia longevo, dato che appaio a me stesso vecchio e che quindi lì dovrei giungere, neppure mi sentirei di propendere realmente, per ragioni che ogni analista e conoscitore delle problematiche inerenti le interazioni nel passato da parte di crononauti conosce bene, e delle quali sono vagamente consapevole anche io, ma che non ripeterò nella mia scarsa competenza del tema.

(Visited 89 times, 1 visits today)