Il Pesce dello Stagno

Il mondo non sarà grandissimo, ma ci sono otto miliardi di persone e tu non sei nessuno per la stragrande maggioranza di esse, a meno che tu non sia un personaggio famoso. In questo secondo caso, temo proprio che la gente non conosca te, ma una proiezione di te, che con l’autentico ha di solito poco o niente a che vedere.

Se non sei famoso, è la norma, sei “qualcuno” solo nel posto dove sei nato, cresciuto, vissuto e dove di solito muori anche. La maggior parte delle persone forse trova in questa rassicurante celebrità la principale ancora per rimanere dove è, dato che, si sa, tutti si lamentano di ogni posto, bello o brutto, grande o piccolo, ma solo pochi lo cambiano.

In effetti si tratta di essere dei pesci grandi (o comunque medi, se non mediocri, nella maggior parte dei casi) nello stagno, invece che assolutamente nessuno nell’oceano dell’indifferenza mondiale.

Nei microcosmi, però, lavoro compreso, si creano sempre situazioni parossistiche, nella migliore delle ipotesi ridicole, nella peggiore davvero spiacevoli, e che portano a risultati peggiori che a patire l’indifferenza. La quale, una volta che la si conosce, ha anche il suo perché, va detto.

Di solito, è nella complicata epoca dell’adolescenza, la più disgraziata, difficile, e l’unica in cui l’opinione altrui abbia davvero importanza, che tutto ha inizio.
Ciascuno, credendosi astuto, ma in effetti essendolo come la media, “inventa” una specie di personaggio, come se fosse famoso (o per volerlo essere, in un certo senso) che non è il “vero” se stesso, ma una caricatura formata e deformata con lo scopo di essere accettato, considerato interessante e di proteggersi dal mondo.

Nell’adolescenza, però non si ha né esperienza, né grandi conoscenze, né si sa come è davvero il mondo, e l’ignoranza porta (sempre) alla chiusura e la paura, esse all’aggressività e alla ripetizione di caratteri e personaggi di solito scontrosi, ostili, maleducati, cioè insiste su quei cliché che garantiscono di non essere mai messi a confronto con la realtà, disturbati. Si preferisce intimorire.

Se uno rimane dove è sempre stato, e specie se non è un’aquila, questo personaggio se lo porta dietro anche quando ormai non è solo inutile, ma anche ridicolo. Gente che non fa un passo avanti nella vita, continua a parlare con la voce da deficiente, a imitare un accento non suo, la sua raucedine diventa cronica e per davvero se ne diviene schiavi. A un certo punto diventa impossibile disfarsi di questa personalità adolescenziale, se ne rimane vittime.

Ecco così tutti quelli che ancora a trenta, quarant’anni e oltre, dicono le stesse stronzate di quando andavano a scuola, semplificano tutto e prendono partito con superficialità, o addirittura alzano la voce e fanno scenate, quando non menano persino le mani. Sono maleducati e prepotenti, si comportano da imbecilli, continuano la loro recita, a volte attorno alle stesse persone di sempre, abituate a loro e alla reiterazione del solito canovaccio, atto a confermare di essere ancora considerati ed importanti, che nulla è cambiato.

Le cose invece, è inevitabile, cambiano.

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