ANIMALI FIABESCHI: II. Il Porco

maiale_risoluzione_del_desktop_337709826Riflettendo tra me e me, mi sono accorto di non conoscere nessun altro animale che possa essere indicato con altrettanti sinonimi o varianti, del MAIALE. E ciò che è ancora più curioso, questo avviene anche in inglese e spagnolo. Bisogna dedicargli un post a sé!

Quante sono le parole italiane relative a questo simpatico e generoso mammifero spesso bistrattato? Maiale, porco, suino, verro, scrofa, cinghiale, facocero; inglese: pork, pig, swine, hog, farrow, sow, boar; spagnolo: cerdo, cochino, puerco, chancho, guarro, marrano, verraco, gorrino, jabali.

Vedremo tutto! Ma iniziamo con la parola più generica e generalizzata nelle tre lingue prese in considerazione (ma molte altre la condividono) porcopork-puerco, che tra l’altro in italiano (e non solo), in una serie cospicua di varianti e derivati (porcaccione, porcaccio, porcaro, porcello, porcellana, porcino, etc.) e una serie infinita di usi che spaziano dalla sessualità, all’igiene, alla blasfemia, potrebbe essere oggetto di un trattato, ed anche assai interessante.

Latino porcus, greco porkos, si riallaccia anche all’antico alto tedesco farah o varh, da cui il diminutivo varh-eli che in inglese dà farrow (porcello), secondo alcuni rimonterebbe alla particella greca por-per che ha il senso di attraversare, da cui anche porikos “che fa buchi” (vedi anche: poro), forse perché questo animale è solito scavare col muso; il quale specificamente viene chiamato grifo, da cui anche il grifone; termine (grifo) che in spagnolo indica anche il “rubinetto”.

In greco porco fa chôiros, parola che forma tantissime altre voci (e come al solito tutte quelle tecniche e scientifiche) iniziamo da facocero, dal latino scientifico phacochoerus, composto dal greco phakós “lenticchia”, per vie delle escrescenze sul muso della bestia cinghialoide africana, e chôiros. I desuetissimi cheropotamo, vecchio nome letterario per l’ippopotamo, che invece di essere, come è oggi, il “cavallo di fiume” (ippos -cavallo-, come in ippica, e potamos -fiume-) era il “porco di fiume”; cherobosco, “che pasce i porci”, cherotrofio, “luogo dove si dà da mangiare ai porci”. Porcellana: da porcula, diminutivo di porcus, e che i greci infatti chiamarono choisos-botanion, “cibo da porci” (dove “botòs” è “pasto). Nel Medio Evo la voce indicava anche una conchiglia, detta anche conchiglia di Venere, che somigliava alla “vulva”, la quale, come dicemmo a proposito di FICA e simili, in spagnolo si appella proprio concha, “conchiglia”. Basta, su!

È curioso notare che la parola italiana sporco non deriva da porco, che ha influito nel modellarla solo per una facile assonanza con la bestia famosa (a torto) per la sua sporcizia. Viene dal latino spurcus (lordo) a sua volta connesso al greco perk-os, “di colore scuro, nerastro”, dal sanscrito prc-nis, “screziato di vari colori” e riferito in specie al manto delle vacche.

In inglese risale a circa il 1300 (nel primo sec. XIII si attesta il cognome: Porkuiller), la radice è indeuropea *porko-, “giovane maiale”, da cui anche l’umbro purka.  E da lì anche farrow, inglese antico fearh e proto germanico *farkhaz, da cui il tedesco medievale ferken, l’olandese varken, diminutivi come a dire “maialino giovane”; l’antico alto tedesco farh, il tedesco ferkel anche esso da *porko-.

Ma il lemma più comune nelle tre lingue, fa in italiano “maiale”, in inglese pig e in spagnolo cerdo. Maiale viene da maialis e majalem e indica propriamente il porco castrato (contrariamente al verro, che serve alla riproduzione) e quindi ingrassato, per sacrificarlo, bello pasciuto, alla Dea Maia, madre di Mercurio e il cui nome ha la stessa radice di “maggiore” (in latino: maior e magnus –grande- e mactus –ingrandito-). Il mese maggio pure esso da lì discende, e in ultima analisi rimonta alla nobilissima radice indeuropea magh, mag, mah, di “crescere”.

Pig probabilmente viene dall’inglese antico *picg, trovati in composti e di ultime origini ignote. Originariamente è un “giovane maiale”, mentre swine indicava l’adulto. Forse è imparentato con il basso tedesco bigge, l’olandese big. L’inglese big (grosso) non ha etimologia certa, forse dal norvegese dialettale bugge, “grand’uomo”. A quanto pare verso la fine del 1500 pig aveva il senso di “oblungo pezzo di metallo”, dalla nozione di “gran massa”, però. Oggi il pig iron è la “ghisa”. A principio avevo pensato (ma è una idea che non ha trovato riscontri) che la parola italiana e spagnola “viga” potesse condividerne senso e origini (pure essa è un pezzo di metallo allungato), mentre viene, come è immaginabile, da “biga” (il carro) a sua volta dal “giogo” (jugum) e quindi dalla radice indeuropea jug- di “unire”. Pig in inglese, applicato a persone si è riferito come spregiativo a “ufficiali di polizia” dal 1800.

Si sa poco di cerdo-cerda, probabilmente rimonta al latino setula (setola) per il pelo irsuto ed ispido dell’animale, che nella sua versione selvatica viene usato anche per fabbricare pennelli.

Già che avevamo iniziato vediamo le parole inglesi. Un’altra parola risalente per maiale era fearh, in contatto con furh dalla radice proto indeuropea *perk- di “buca, solco” e relativa anche essa al “porco”. Forse ciò rimonta alla tendenza superstiziosa marinara di riferirsi a certi animali in modo allusivo, su loro attributi, ma non nominandoli direttamente, in questo caso magari pensando alla tragica sorte dei maiali di Gadara, che annegarono.

Il maiale adulto, sempre in inglese, era anticamente lo swin che è largamente condiviso in tutte le nostre lingue (e indicava anche il cinghiale) dal proto germanico *swinan da cui antico sassone, e frisone swin, o l’olandese medievale swijn, oggi zwijn, il tedesco schwein, i nordici svin), dal proto indeuropeo *su– da cui anche il nostro suino e il termine latino tecnico zoologico.

Stessa radice ha la sua versione femminile in inglese: sow, dall’antico inglese sugu, su e il proto germanico *su– da cui l’antico sassone e l’antico alto tedesco su, il tedesco sau, l’olandese zeug, l’antico norvegese syr, e stessa radice proto indeuropea *su- che dette anche il sanscrito sukarah “cinghiale, maiale” l’avestico hu “cinghiale”, il greco hys e soprattutto il latino sus che dà origine anche al nome tassonomico: sus scrofa domesticus.

Infine hog dal tardo XII sec. Era un maiale allevato per la macellazione, di solito di un anno di età. Se ne ignora l’origine ultima precisa, ma il fatto che indicasse anche una “giovane pecora” (nel 1300) e un “cavallo più vecchio di un anno”, lascia pensare che il punto cruciale risieda nell’età, in questo caso e non nella specie.

Tornado all’italiano, come si diceva, il maiale è tecnicamente l’animale castrato, quello attivo per la riproduzione è il verro, (spagnolo verraco) la cui radice rimonta proprio all’esser maschi, da varsh- “avere virtù generatrice” e in sanscrito vars-ayate da cui vrsas, “maschio”, “toro” e vrsana, “testicolo”. Propriamente questa radice è propria di “spruzzare”, “stillare” tanto che in sanscrito varsas è la “pioggia”, varsati è “piovere” origine pure di “rugiada”. A meno che non si riallacci a una radice già vista, quella di “frugare col muso” da varaha che vale sia “scrofa” che “terra”

Della “troia” e del “porco troiano” parlammo a suo tempo riferendoci alle puttane e consimili femmine, la scrofa dal latino omonimo e dal greco groph-às e da radice indo-germanica col senso di “scavare” da cui anche il gotico groba, il tedesco grube, etc. (fossa, cavità) e quanto vedemmo riguardo a grave e le parole di morte, perché l’animale come detto e ripeteremo è solito grufolare (stessa radice, da: grifo) e scavare col muso.

Le parole spagnole per maiale sono molte, ma quasi tutte poco interessanti. Chancho, cochino, guarro e gorrino sono considerati nomi onomatopéici da modi di appellare l’animale per chiamarlo. Tante varianti devono essere segno che gli spagnoli in buona parte allevavano porci.

Merita di essere segnalata la traduzione spagnola di cinghiale e il marrano, ma prima vediamo questa. Cinghiale, provenzale senglars, antico spagnolo sennero, ed oggi señero (che sta anche -e qui vale per- “persona solitaria”), deriva da singularis, perché il cinghiale se ne va a zonzo da solo. C’è chi ha proposto un’origine dal greco zàgkle, “falce” a causa della conformazione a falce dei denti. La parola odierna che indica il cinghiale in spagnolo è jabalí di assai probabile origine araba (ma ci sono altre proposte), se è vero che خِنْزِير جَبَلي – (ḫinzîr) ǧabalî – significa “di montagna” (porco) e جَبَل – ǧabal – significa “montagna”, da una radice semitica centrale “ǧbl”. Infine l’inglese boar, invece, viene dal tedesco occidentale *bairaz da cui l’antico sassone ber, l’olandese beer, l’antico alto tedesco ber, ma ha origini sconosciute e non ha prodotto altri lemmi fuori dal suo specifico ambito di appartenenza germanico occidentale.

La storia più interessante tra i lemmi spagnoli è quella, anche assai triste, del marrano, termine che tutti in italiano conoscono come insulto dal tono antiquato ed usano, assai a sproposito e fuori contesto, nel Medioevo italiano pure dell’anno mille, per imitare dialoghi da spadaccini. Stava, infatti per “maledetto”, “scomunicato”, “bandito”, e secondo alcuni poi fu usato anche per indicare il “porco”. Propriamente era titolo ingiurioso dato a giudei e mori convertiti e quindi di dubbia fede. Che dire… prima li vuoi convertire per forza e poi non ti basta e li insulti pure, ma è la Spagna…

Sull’origine della parola c’è chi vorrebbe farla risalire all’arabo ispanico *maḥarrám, “proibito”, e dall’arabo classico محرم (muḥarram); altri alla radice della latinità barbarica mar- dispregiativa e assai produttiva: marrones, maruci, il francese, maraud e inglese marauder (brigante), l’italiano “mariuolo”. Altri ancora propongono lo spagnolo marrar, di “smarrire” (la via), e pure l’ebraico ma-rah, “ribellarsi”. Se il primo significato fosse stato però direttamente quello di “porco” (poi applicato alle persone, in particolare visto il disprezzo di tali culture per il suino), l’origine potrebbe essere relativa alla “marra”, attraverso marrar (tagliare in pezzi) e passando quindi ad indicare “carne fresca di maiale”. Il “marrancio”, in italiano, era un coltello da macellaio, alla “marra” come strumento agricolo, da cafoni, si riferisce il Poeta quando con disprezzo mette in bocca al suo maestro omosessuale Brunetto Latini: “…giri Fortuna la sua rota come le piace, e ’l villan la sua marra” (“a noi non ci importa”, conclude sostanzialmente Dante). Il grande non teme i colpi della sorte, e le attività insensate e prepotenti del pezzente d’animo, si agiti pure in vita!

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