Il Problema della Presenza delle Enciclopedie nella Biblioteca di Babele

Abbiamo visto come fu concepita la Biblioteca di Babele di Borges, quello strano luogo, probabile allegoria del nostro universo, dove disperatamente si sviluppano le vicende di bibliotecari-convitti umani in cerca di senso e significato.
Essa consta di un numero imprecisato di stanze esagonali che contengono ciascuna un numero determinato e finito di elementi. Il numero delle stanze non è dato, ma definito solo come quello necessario a contenere, nei tomi, tutte le varianti di lettere dell’alfabeto latino, fino al loro esaurimento.

Le lettere, l’alfabeto, sono un codice finito, ma come è ovvio, le sequenze che esse potrebbero generare non devono necessariamente esserlo, dato che il discorso potrebbe proseguire indefinitamente, apportando sempre qualcosa di nuovo e successivo. Persino ogni storia raccontata, per banale che sia, potrebbe sempre arricchirsi di ulteriori elementi: lui mi ha raccontato, che il cognato gli ha riferito, che sua suocera gli ha detto, che il nonno ha insinuato, che suo fratello gli ha confidato che sua moglie ha visto…
Certo, si dirà, alla fine si sarà detto tutto! Arriverà un punto in cui s’è detto tutto il dicibile.
Non ne sarei convinto! Sarebbe un po’ come obbiettare che ad un certo punto un numero sarà abbastanza grosso da essere l’ultimo, da non permettere che ce ne possa essere uno ancora maggiore. L’infinito gioca sempre brutti scherzi nei cervelli finiti.

La Biblioteca però parrebbe essere finita, benché smisurata, perché dovremmo pensarla come magazzino (periodico e ciclico, però) di tutte le variazioni di combinazione delle lettere all’interno del volume che le ospita, e che è delle precise dimensioni indicate dall’autore: 410 pagine, di 40 righe, con 80 caratteri l’una, di un alfabeto di complessivi 25 segni. Si possono realizzare dei calcoli.

Il fatto che esista il limite al “discorso”, in concreto alle dimensioni del volume, comporta che esista anche un limite alle variazioni dello stesso che esso arriva a contenere. Il milione e rotti dei 25 caratteri presenti in ogni volume (1.312.000) potrà combinarsi in un numero finito di varianti e la successione di libri, alla fine esaurirà tutte le varianti, semplicemente: 25 alla 1.312.000.

Borges però, ambiguamente, mette nella sua Biblioteca Totale (versione teorica precedente al racconto fantastico finito e definitivo) anche un’enciclopedia. In particolare, per di più, un’enciclopedia mai scritta.

Su questo dato bisogna soffermarsi bene, perché potrebbe complicare assai la relazione, già per varie ragioni problematica, con la natura finita del posto, e la sua struttura, dato che un’enciclopedia, quasi per definizione, non può esaurirsi in un solo volume.

Se le dimensioni del volume non fossero più il limite combinatorio dei caratteri, il numero di esse (delle combinazioni) deborderebbe, divenendo indefinito e indefinibile, e il luogo infinitamente vasto. Quanto è lunga un’enciclopedia? Specie una mai scritta. Oltre ad essa, finita e corretta, ci saranno anche miriadi di versioni imperfette, tronche, mendaci, fasulle, ridondanti. E via discorrendo.

Ma la presenza di un’enciclopedia (e quindi di tutte le altre) all’interno della Biblioteca ha anche altre implicazioni. Un’enciclopedia è un’opera con una struttura, non è una semplice serie di volumi, ma una serie di volumi organizzati in un certo modo, con un senso e per di più, spesso, come nel caso del progetto di Novalis, con un soggetto determinato.
Cioè, l’enciclopedia prosegue da un volume all’altro per necessità fisica, continuando il suo discorso organizzato, lasciato tronco al volume precedente, nel successivo. (A meno essa necessità non scompaia come oggi nella Wikipedia, che chissà cosa ne avrebbe pensato Borges!)
La Biblioteca, come visto, non riconosce il senso dei volumi, essi sono brutalmente ammassati solo in virtù della loro missione di esaurire la combinazione di lettere dell’alfabeto. Ce ne è uno per ciascuna variazione, e nella “cecità” del posto essi non hanno un valore diverso l’uno dall’altro: quello che conterrà i versi più belli che non sono mai stati scovati in lingua latina, potrebbe essere accanto a miliardi di volumi senza senso alcuno, e il suo valore specifico non sarebbe affatto diverso da essi, nell’economia del suo ambiente. La bellezza è nell’ottica umana, nell’ottica di chi abbia gli strumenti per apprezzarla, e così il senso.

Il concetto di enciclopedia nella Biblioteca forse non deve essere preso come valido di per sé, altrimenti saremmo indotti a pensare che i volumi di tali opere debbano occupare un ordine determinato, essere adiacenti, poi riprodursi in versioni mescolate, fino ad essere disposti senza ordine alcuno, nel modo più caotico, ma oltre a non esserci traccia di questo nel racconto, questa idea comporterebbe la presenza di volumi identici, per opere sistemate in modo diverso.
Infatti, se esiste un’enciclopedia corretta, e se dovessimo considerala presente come tale interamente presa, a rigore dovrebbe esistere poi anche una versione con un’unica lettera errata in un tomo -e tutti gli altri volumi corretti e quindi identici ad altri (presupposto da scartarsi)- e parimenti esisterebbe quella con una sola altra lettera errata, quella con due lettere errate, esisterebbero quelle senza una parola, con una parola invertita, con due, etc. esisterebbero quindi tutte le loro varianti imperfette, poi tutte le sue varianti mendaci, ma arriveremmo a dover pensare anche al paradosso di varianti enciclopediche ormai del tutto senza senso, divenute ormai irriconoscibili dalla versione originaria. Esse non potranno essere più nemmeno chiamate “enciclopedie”, non ha senso, infatti, parlare di una enciclopedia del nonsenso, caotica, e meno che mai di tante di esse. Non si saprebbe nemmeno dove e come potrebbero cominciare e finire, e come determinarne la catalogazione e categorizzazione.

Dall’impasse ci si potrebbe salvare solo pensando che le enciclopedie non sono presenti in quanto tali in Biblioteca, cioè non come corpus organizzati e considerati nella loro interezza, ma che l’autore nominandone una pensasse semplicemente alla presenza dei volumi uno per uno e singolarmente presi, probabilmente spersi nell’intero corpo degli esagoni e mai posti in sistematica successione, dato che la successione sarebbe un ordine ulteriore alle regole poste e che la biblioteca non pare avere. Quindi ci sarebbe un solo volume corretto di ogni enciclopedia, a sé stante, isolato: uno è qui, l’altro un miliardo di stanze sopra, il terzo due milioni di esagoni oltre, il quarto, dieci stanze in basso, etc.

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