Il Riscatto

Mandrake (1)Arriva da lontano frombolando a scatti e singhiozzi con la sua protonave intergalattica a impulso speziale, di pura porcellana bianca che pare un cesso Pozziginori gigante.

D’un balzo scende in cilindro, con bastone d’ebano e pomo di diamante, il monocolo sussulta assieme al sopracciglio per lo stato lamentabile del luogo d’atterroraggio, a stia di pollame.

Trafelato e di gran fretta si presenta a macchinetta senza sputare un millisecondo.

“Cugino! Cugino caro! Che porcilaia! Come siete ridotto, povero cugino spennacchiato e spelacchiato! Son qui per riscattarvi da queste luride mondezze, che d’uomini se ne salva uno ogni mill’anni, ma lì da noi ci si tiene assai a riscattar quei pochi.

Nel pianeta d’ove provengo non starò a dirvi che tutto è più grosso, perché non è vero, la gravità quella è, e si pesa uguale, è tutto esattamente come qui, ma sapete, ci liberammo degli imbecilli e degli idioti migliaia di anni fa, mandandoli affanculo a regredire e vegetare qui sulla Terra e da allora senza idealisti, senza egoisti, senza fancazzisti, si vive in pace e prosperità che è una meraviglia.

Siam cugini alla lontana tutti, ma notammo che una parte degli abitanti s’era infetta da una strana e fecciosissima idiozia insettiforme, che serpeggiava nella normalità più delirante.

Persa la pazienza per tanto vana ciarliera e violenta ostilità, li si ingannò, creando il Mito, e fattili salire su una astronzonave per mèta promessa, ce ne liberammo lietamente. Dopo l’amareggiato ammaraggio, litigiosi e divisi, i tapini persero subito la strada, iniziarono a guerreggiare e non tornarono mai indietro.

Li chiamammo, così, “uomini” che nella nostra lingua imperitura significa “imbecilli idioti”, appunto.

Ogni tanto, però, il dna si ricompila in modo azzeccato, lasciando l’individuo libero dall’imbecillità e dalla stupidità; noi monitoriamo per scrupolo e allora accorriamo, appena ne abbiamo notizia, a salvarlo dal piombatoio e dai barbacani irsuti di ferri del perenne polemos mondano; che nulla ci angoscia e spaventa di più, lì sul pianeta originario nostro, che pensare che uno di noi possa esser condannato a vivere circondato di simili energumeni mentecatti e cotanto contaminante contado.

Questo in sostanza il “mito della salvezza eterna”, che ancora da voi si narra e imperversa, dato che da noi non si muore, ma si abitano corpi sempre nuovi indefinitamente e in letizia.

Si riconosce un’eccezione qui nel monnezzume umano, anche perché colui che si salva non si sogna di riprodursi tra ‘sti selvaggi lanzichenecchi armati di spada bastarda e sotterfugio di archibugio. Inoltre egli (voi) capisce la mia originaria e immutabile favella che gli è radicata dentro, come lo fu in ogni essere della Terra, per regredito che fosse, da australopidocchio in su e in giù che prima si fu.

Persino prima che fosse inventato l’alfabeto si parlava linguaggio più vicino al nostro e perfetto di quelli odierni e repletti di suoni suini e dialetti campesini.

Ogni parola discende da lì, da noi, Terra e Terrore, Tremare e Tramontare hanno la stessa radice… e “Alfabeto”, per esempio, da alfapeto, da cui analfapeto, poi terricolizzato in analfabeta, da analfabeota o analfababbeo, così viene chiamato chi non sa, non perché non conosca l’alfa e il beta greci, ma perché, prima ancora, s’ostina a cianciare scoreggiando con la bocca come un coglione.

Che poi, è quello che fanno tutti qui!

La scelta, cugino, di venire con noi, è vostra e solo vostra! Intendiamoci! Ma dal momento che non siete un analfababbeo, di certo non rifiuterete la profferta; c’è poco da fare, non siete sulla stessa lunghezza d’onta degli autoctoni… no! Il libero arbitrio è una cazzata infatti; esistono solo il cervellutico e il beotico in relazione uno a milione, e solo il beotico vuol stare con altri milioni di beotici bambocci imbecili.

Lasciamo pure in pece, nella convulsa e insulsa adorazione dei loro idoli ritardanti, queste pappamerde terrenali, e la loro merdavigliosa vita ben al di sotto della cresta dell’onta, e fuggiamo presto di qui, che già sento il freddo fetido della pietrosa gerla d’ignoranza planetaria penetrarmi la fusciacca e la sua onta d’urto, esplosa come un tuono di piriti assassini, squassarmi il cilindro e creparmi il diamantino del bastone.

Non preoccupatevi dei vostri amici infimi, ne troverete di migliori cugino, questo non sarà presto che il trapassato remorto del cubo d’un’esistenza d’incubo cubitale, che non meritate cugino solitario e convitto prigioniero!

Non passerete più la vita lenta attendendo di arrostire un cinghiale a fiamma di fiammifero; non vi scontrerete più col diniego femminile e il sesso nicciano a mano troppo a mano, inevitabilmente aspettando e tristemente, che il saldo punto esclamativo del vostro retto pene vigoroso, vi diventi un curvo, molle interrogativo irrisolto nell’amara vecchiezza del disamore.

Serenità, non senilità! V’attende.

E poi, voi qua rischiate rappresaglie, cugino caro e raro, sommosse, ritorsioni, distorsioni, punizioni, siete in periglio sotto il maglio del travaglio nel naviglio, che solca le tempestose procelle sociali dei falli anali monumentali della vita; e che potrebbe spezzarvi tutte quelle… quelle… come si chiamano in terricolo volgare quelle pietruzze che vi crescono in bocca e fanno male… ah sì! I denti! Se continuate a dire ciò che pensate, tumefatto, i denti, cugino, i denti, sputerete spappolato, accasciato sul selciato da qualche depravato a mano armato.

Eccoli, guardateli, ascoltateli, loro, gli esseri disumani che si confessano atterriti dal miraggio del mio atterraggio: “vossignoria, vossignoria, non ci incenerite col raggio di cuoco, ne prego, che noi s’è gentucola meschinante, più che acuti, cauti, più che lottar coi dardi, noi s’è codardi, eccellenza; non vivi, ma vili, non forti, ma contorti, esimio, questa la gente che noi modestamente siamo, ruffiani; e così s’è andati avanti per secoli, e campare si campa, la minestra imperocché tardiva… arrivare, arriva; si bisbiglia, ci si lagna, ma campare si campa eccellenza nostra. Non ci ammazzate!” Oh, cugino, qua si misura tutta la civiltà a staie di porchetta e patate aglio e rosmarino!

E voi vorreste starvene qui? A intavernare discorsi tra saluti romanzi e compagnifolagra ritardati e petulanti? A vodke svegliandovi madido di distillato per ricordare la realtà come un sogno d’horror e viceversa? Il lavoro e i guidaleschi sotto gli straccali, ci son per chi non è iniziato alla lunga tradizione gaia del culattevole sacerdozio, esperti nell’arte antartica di non proiettare ombra alcuna. O non siete pago d’ascoltare lo scolo dorato delle parole religiose, del pentagonale pantano polititologico, del digrignato granire macroemicroeconomico?

Qui non si tratta di una questione empatica, ma di una epatica! Se dimorate, vi ammazzerete, guazzabugliando tra cucina e cantina!

O suicidandovi per il tedio! Difficile vivere qui per voi, come per un pigmeo (che però davvero viene dal greco πυγμαιος –pygmâios- “alto un cubito”) di corte braccia, suicidarsi con una cerbottana al curaro, sputando controvento. Certo, se fosse in Occidente il meschino, potrebbe sparare il dardo dentro un tubo di gomma ritorto che gli finisca diritto sul suo collo… e tanti saluti! Ma in Africa non conoscono tubi di gomma flessibili! Il che dimostra che anche il suicidarsi propriamente, come il vivere, è una questione oltre che di cultura, di gran botta di culo, che non potete lasciare indietro, cugino! Salite, su! Passerete dallo sbadiglio allo sbaraglio!

Via, via, via, via, via, però… si parte! Presto ch’è tardi!”

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