Il Saluto degli Avi

Trovandomi sotto le stelle senza luna, non ne avevo mai viste tante ed ero solo.  

La galassia brillava e non avevo occhi che per quella; tutta la Via Lattea, tutta, splendente pareva indicarmi una direzione.

Mi trovavo all’aperto, in campagna, su una radura fuori da un bosco che a ripensarci appariva assai contorto e minaccioso. L’aria fresca era piacevole e appena frizzante.

Più avanti, osservo, iniziava un cammino che, avvicinandomi a fatica per non fare passi falsi, dall’ombra da dove mi trovavo sembrava brillare come argento, e per di più come se il tremolio dell’acqua riflesso su una parete ne rendesse mobile la superficie, che era però di comune ghiaia, per quanto assai lucente e chiara.

Non me ne ero accorto lì per lì, ma all’imboccatura di tale strana strada, ben delimitata nella sua lucentezza, che risaltava dall’oscurità generale, appena fuori dall’erba bassa e verde scura dove mi trovato, erano presenti, anche loro il ombra, le anime trasparenti e vane, comunque ben distinguibili, dei miei due nonni, uno di qua, uno di là. Il paterno a sinistra, il materno a destra.

Li avevo riconosciuti subito, come no! Ero assai felice di vederli. Guardando meglio notavo dietro di loro due volti pure essi familiari, ma non altrettanto, e solo dopo qualche secondo riuscivo a capire trattarsi dei miei bisnonni. A loro volta dietro, sempre costeggiando il cammino, che doveva essere ampio qualche metro ed assai rettilineo, come raggio ruota, apparivano i trisavoli, poi i loro padri, e i padri dei padri, e così via. Per tutta la lunghezza, c’erano ombre, di qua e di là.

Il sentiero era in lieve salita, e da dove ero non capivo dove finisse.

Una cosa avevano tutte in comune quelle ombre di progenitori, mi guardavano e mi sorridevano, e per quanto si trattasse ovviamente di morti, non ero spaventato dalla visione, anzi, come non mai, sentivo di essere benvoluto e persino inspiegabilmente apprezzato. Non avevo mai percepito in vita mia tanta corale e coesa, tetragona comprensione. Era molto piacevole.

Quel cammino era assai invitante per la mia accesa curiosità, ma avrei voluto fermarmi a parlare un po’ con i miei nonni, prima di avventurarmici, gli unici, della moltitudine presente che avevo amato e conosciuto di persona in vita. Ero indeciso, però, rispetto a chi rivolgermi per primo, per non offendere l’altro. Si sa come sono gli anziani, e li ama in egual modo.

Mentre riflettevo su come uscire dall’impasse, quello paterno, assai benevolo, ma in un certo senso anche autoritario, mi dice: “percorri il sentiero, non avere paura”. Io non avevo affatto paura, ma mi aveva fatto piacere la premura. E l’altro pure lui bonario, e affatto irritato, con un filo d’impazienza aggiungeva, come era solito fare: “dai, su!” come per rassicurarmi.

Senza replicare allora se non con un cenno, mi mettevo tranquillo in cammino, cercando di guardare tutti i volti di qua e di là, e al contempo di contare quanti fossero: dieci, venti, trenta, quaranta coppie…

Similmente cercavo di fissare e notare che età avesse ognuno, e specie come fossero acconciati, vestiti, per capire in che epoca potessi trovarmi.

Chissà come era morto ciascuno, pensavo; alcuni erano più giovani, altri meno. Internamente facevo anche dei calcoli, ma, non so perché, non mi riuscivano agili come di solito queste operazioni; ogni quattro generazioni è un secolo, riflettevo: eccoci a quaranta dovremmo essere attorno all’anno mille, a ottanta c’è l’Impero Romano con Augusto, e chissà i miei avi dove vivevano allora, non paiono italiani… Altri trenta, Roma non esiste ancora!

Notavo infatti che gli abiti cambiavano ed erano assai diversi da quelli odierni, alcuni semplici, altri meno e dai bei colori. Alcuni spettri erano ben vestiti, altri no, alcuni avevano in mano un oggetto, che forse era un simbolo della loro principale attività in vita, come fossero strani santi dell’agiografia cristiana, chi un libro, chi una spada, chi un arnese agricolo, una clessidra, un cero.

Dalla parte della linea di mio padre un’anima in particolare mi aveva colpito su tutte, con uno scudo e una spada, una sorta di discreta corona d’oro e paste di vetro sul capo.

C’era un silenzio assoluto, si sentiva solo il rumore dei miei passi sulla ghiaia, e il vento tra le foglie lontane, o forse addirittura sul mare. Qualche volto era persino spaventoso, ma non mi sentivo intimorito, qualcuno triste e addolorato chissà da cosa, ma ugualmente marcato da un sorriso sincero verso me. Quante umane vicende impresse su volti vissuti, vicende ormai ignorate da tutti, andavo considerando.

L’unica mia preoccupazione era cercare di fissare e ricordare il più possibile di quello che vedevo, in modo tale da non fare la figura dello stupido se magari alla fine qualcuno mi avesse fatto qualche domanda. Ecco, sì, ero unicamente interessato a scongiurare l’eventualità di apparire un idiota al giudizio dei miei antenati.

Dopo un bel po’ che procedevo in salita, però, avevo francamente perso il conto. Mentivo a me stesso dicendo di avere un’idea ancora più o meno esatta, ma non ero convinto per niente. I due millenni che mi erano parsi a principio essere chissà che, erano nulla ormai. Polverizzati nel tempo.

Finalmente un ampio spazio si schiudeva avanti a me; era senza dubbio la destinazione. Circolare e assai luminoso come un immane teatro greco, color della luna… uno strano pensiero mi faceva ritenere di trovarmi proprio sulla Luna, un disco luminescente di arena, brillante, magnifico, forse con una nota algida, ma dove certo non si sentiva freddo.

Su degli spalti, disposti in cerchio una turba di genti mi fissava. Ordinate.

Lo spettacolo toglieva il respiro: giri e giri, indefinibili in numero, sterminati di esseri; i più vicini erano di certo umani, con occhi intelligenti, volti a volte carismatici e magnetici, poi vedevo umanoidi con occhi più spenti, e dietro di loro esseri che parevano, che altro dire, degli animali, sempre più minuti e sgraziati man mano che lo sguardo si perdeva in su per le gradinate.

Poi, fino a che potevo discernere qualcosa mi pareva di distinguere addirittura niente più che una specie di limo marrone, ma non riuscivo più a vedere.

Tutti i presenti erano comunque composti, quasi immobili, ma non inanimati, o congelati, non erano effigi, erano loro stessi! Lì era la loro vuota e spettrale apparenza di come siamo soliti immaginare le anime dei morti, i fantasmi.

Mentre guardavo a bocca aperta dal centro dell’arena, unico spettatore, non m’ero accorto che il nobiluomo che avevo notato nel Medioevo della mia stirpe, mi si era messo di fianco.

Dopo un cenno paterno, esordiva spiegandomi quello che già avevo capito, e mi chiamava per nome: “vedi caro Virio, qui sono tutte le nostre genti, il padre di ogni padre, fino dalla notte dei tempi. Io ti parlo a nome di tutti, perché nella nostra storia, dalla ridotta nostra ottica umana, sono quello che è arrivato al più alto grado di successo in società, nel mio caso in ambito politico. Un successo comprensibile per te e la tua mente di uomo del tuo tempo. Solo mille anni, infatti ci separano, amatissimo, e tu ne avrai contati chissà quanti arrivando fino a qui. In molti di essi, come ahimè vedi, ciò che è valido per noi, figlio mio, non lo è più”.

Che aristocratico signore! Evidentemente aveva dato per scontato che stessi osservando quello che avevo attorno con attenzione e avessi addirittura fatto dei conti, ma non aveva comunque aggiunto altro di sé, non solo se fosse stato un re, un duca, o cos’altro, di dove, ma nemmeno il suo nome. La mia mente, osservandolo correva, forse aveva messo incinta una donna in Terrasanta? Forse aveva amato una nobildonna in Turingia? Chissà chi era. E per di più parlava la mia lingua, perfettamente, il che era sorprendente.

“Tra noi, vedi, c’è stato di tutto, da persone che sono state apprezzate e amate, a tagliagole. C’è gente onoratissima in genere, che non è la stirpe a far nobile la persona, ma le singole persone a far nobile la stirpe, è presente chi ha compiuto gesta eroiche, chi è divenuto ricco, celebre, ma ci sono anche dei fanatici e dei poveracci. Dottori e persino buffoni. E senti questa, siamo tutti figli del primo che abbia mai acceso e dominato un fuoco –vedevo un’ombra con una fiaccola in mano, in lontananza, forse era lui- e come noi, molti altri ancora oggi nel mondo discendono da egli. Tutto questo non ha valore! Guarda in su, fino al dissolversi di ogni concetto, di ogni nome e punto di riferimento. Sino ad arrivare laddove –e indicava con la mano gli spalti più alti- nulla ha più significato alcuno e la comprensione svanisce. Come vedi bene, il lume dell’intelletto si spegne presto in noi umani. Ma, tutti, me compreso, siamo oggi qui riuniti per celebrare te, nell’affetto che per te sentiamo …chi può sentirlo, figlio nostro! Posto che tu sei giunto finalmente laddove nessuno di noi, per quanto dotato e per quanto sia stato benedetto dal successo e dalla sorte in vita, è mai riuscito a giungere. Nessuno di noi è stato infatti capace di conseguire quello che conseguirai tu! Tu non avrai discendenza. Tu, figlio caro, sei la fine di questa maledizione che fu nascere, tu sei l’agognata fine della nostra stirpe!”

Mi sentivo confuso, disorientato, speravo forse di essere amato e celebrato per altro? In effetti no!

“Noi tutti, infatti, siamo stati padri di qualcuno, ed abbiamo ceduto alla seduzione della progenie, che tu sai quanto sia forte, ma tu no! Resisterai ad ogni inganno che la vita mette in atto per mandare avanti se stessa. Resisterai persino al ricatto dell’amore, compiendo ciò che solo i più magnanimi possono.”

E così? La vita, dunque, le genti, le stirpi, non sono che una maledizione che i vivi stessi rimpiangono una volta non più tali? Pensavo. Ogni ramo che si secca nelle dinastie umane ha il privilegio di tale strana celebrazione da parte degli estinti padri?

Avrei fatto mille domande. Come mai erano lì tutti riuniti, erano un sogno, e solo un sogno, o esistevano forse davvero ancora? E se sì, dove? Che succede alle nostre anime? E… esistono davvero le anime? E quella moltitudine di padri privi di intelletto? Cosa sono? Quando inizia l’uomo? Fino a dove ero amato e poi più niente, né intelletto né sentimento?

Ero pieno di curiosità, che spingevano per uscire nelle mie parole, eppure non mi venne fuori altro che una battuta: “forse siamo stati solo fortunati allora, padre mio, perché se ci fosse stato ancora mio fratello…”

“Se ci fosse stato tuo fratello -replicò l’avo alla sospensione della mia frase- tutto sarebbe andato avanti per chissà quanto ancora, fino a tornare ad essere ciò da cui siamo partiti; ma la Grazia Divina lo ha chiamato a sé in età acerba”.

La Grazia Divina? Pensai, parlava come un signore del Medioevo! Lo era. Quello che mi aveva detto non era del tutto chiaro.

Rimasi muto per un po’, pensoso. La mia prima curiosità era scientifica, mi era sorta in un baleno. Avrei voluto chiedere se sapesse per certo, come pure io immaginavo, che le condizioni ambientali sarebbero prima o poi mutate e con l’evoluzione pure avrebbe mutato direzione tornando a privarci dell’intelletto. Era fuori luogo una curiosità del genere, pensavo. Avrei voluto chiedere che sapesse, dove fosse mio fratello ora, come loro? Anima…

Avrei voluto sapere tanto altro di più importate e interessante per me di quello che invece m’è venuto in mente di chiedere.

Ma forse per la volontà di cercare un punto su cui fare una battuta, o anzi piuttosto per quella strana discrezione per cui pare buona cosa apparire meno profondi di quanto si sia in realtà coi nuovi conosciuti, come chi stia a punto di dover ammettere un erroraccio, la mia ultima domanda non riusciva ad essere altro che: “la Grazia Divina padre mio!? Suvvia, esiste quindi Dio!?”

“Solo da vivi, Virio, solo per i vivi, esiste Dio.”

E tutti erano svaniti.

(Visited 55 times, 1 visits today)