Il settimo Sigillo – Sjunde Inseglet

Scheda Filmsjunde_inseglet

Anno: 1957

Regia: Ingmar Bergman

Sceneggiatura: Ingmar Bergman

Interpreti: Max von Sydow: Antonius Block – Gunnar Björnstrand: Jöns, scudiero – Bengt Ekerot: la Morte – Nils Poppe: Jof – Bibi Andersson: Mia, moglie di Jof

 

Parliamo oggi di un grande classico!  Con la premessa che: amicus Plato, sed magis amica veritas!

Nonostante la pellicola di Bergman il Settimo Sigillo sia la preferita dal mio ospite su questo blog (che non capisce proprio nulla di cinema, ve detto e mi spiace) essa è forse una delle peggiori della produzione del (troppo) celebre regista svedese.

Senza entrare in tecnicismi per cui va tenuto sempre presente che il cinema non è teatro e come arte autonoma e separata andrebbe trattato, la pellicola è del tutto piatta per varie ragioni, tanto che alla fine è la sua inaccuratezza storica a farla da padrone, sino a far per lo meno sorridere.

Il regista è fermo, nel suo evidente e stucchevole ateismo diremmo illuminista, alla valutazione del Medioevo come epoca assolutamente buia e priva di senno, superstiziosa, irrazionale, mentre sappiamo bene che nel suo sapiente cristianesimo è stata la fucina proprio del pensiero moderno. I personaggi sono tutti ridicoli e uno stereotipo stantio di un’epoca che in tal modo non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere o non se ne sarebbe mai usciti. Il parossismo passa dal ridicolo all’irritante.

Ma a parte ciò il film è così confuso che, se normalmente è possibile individuare nel “non protagonista” il vero protagonista della storia, qui tale osservazione è così diluita da non poter essere realizzata.

Nulla di veramente profondo c’è da dedursi. Monologhi e dialoghi sono la stucchevole riproposizione della battuta iniziale: “Chi sei tu?” Risposta: “Sono la Morte!” E lì finisce tutto!

Sia il supposto protagonista (Block) che il suo scudiero coprotagonista e quasi alter ego, sono in effetti non-protagonisti quasi alla stessa maniera. I giocolieri superstiti dalla peste non posseggono nessun particolare “incanto” o mistero (tranne forse dare ragione ai flagellanti che credono in apparizioni e fantasmi), la morte, come essa stessa suggerisce alla fine, è “niente” e non apporta nulla: è solo un volto ormai famoso.

Siamo di fronte, insomma, a una delle più impressionanti frodi intellettuali della storia, dove un tecnicismo fotografico ed estetico, autocitazionistico e privo di spessore, oltre che fine a se stesso, fa da sfondo malcelato a una celebrazione dell’ego artistico dello scandinavo, regista sopravvalutato, non in grado di dedicarsi al teatro e che vide nel cinema un buon ripiego.

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