Il Successo dei Mediocri: la visione del misantropologo che è in me

Parlerò in termini molto generali, a prescindere da situazioni concrete e doti personali specifiche, variabili che vanno considerate come ininfluenti o come pari condizioni.

Si sente sempre dire: “ma come mai il successo (da consenso) ce lo ha (si concede) spesso proprio ai più mediocri, mentre quelli davvero bravi a volte hanno successo solo postmortem o altrove che dove sono nati?” A volte mi s’è chiesto di dare la mia opinione e a questo punto lo faccio volentieri perché ora ne ho elaborata una.

Il mondo, il mondo umano, la società, è solo un gioco di forze. Non è poi così imperscrutabile e misterioso. Ognuno vorrebbe imporsi sull’altro trionfare, e ci sono mille modi per farlo. Più o meno diretti, più o meno eleganti.

Imporsi garantisce una migliore vita, più beni, una migliore discendenza, concepita (evviva!) con il partner che consideriamo più attraente e tutto il resto che vogliamo …e sappiamo bene cos’è! Perché tutti vogliamo lo stesso!

Insomma… il mondo è una vera merda. Violento, stancante, una rissa perenne e non ti puoi fidare di nessuno.

In effetti nemmeno degli amici… (amicizia = recita sentimentale del concetto di alleanza) anzi in specie non puoi fidarti degli amici, che essendo i più vicini sono quelli che hanno più strumenti per fotterti, se del caso…

Siccome il mondo è un gioco di forze e c’è una specie di “implicita classifica” tra gli esseri che ne fanno parte, che sono tutti in competizione, per gentili e affabili che appaiano, ogni successo dell’altro è visto pure sempre come un insuccesso di sé stessi. Si perdono punti nel ranking generale.

Apparentemente in modo paradossale, ma in effetti no, il successo è tanto più inviso quanto più il soggetto che ne beneficia è vicino a noi (perché ci si sente nella “stessa categoria”).

Il fatto è che, più il soggetto è vicino, più ci si sente in competizione con lui e quindi maggiormente il suo successo appare come un nostro diretto insuccesso. La vicinanza lo fa risaltare, brillare e si deve cercare di evitare. Allo stadio nessuno correrebbe come Bolt, ma quelli che perdono sono gli altri cinque che gareggiano contro di lui e non pure ogni spettatore.

La “distanza” tra soggetti non è solo fisica. Per esempio il successo di un americano di NY non tange troppo l’equilibrio e la vita interiore di un abitante della provincia italiana o africana, mentre il successo di un concittadino sì, eccome! Quindi adori Madonna, ma non la band metal di vicino casa. A prescindere da come suonino!

Si parla dei piccoli centri come di luoghi particolarmente affetti da “invidia”, non lo sono in effetti, è solo più evidente e forte questa dinamica generale comune a tutti. Certo alcune società sono più inclini a invidia e risentimento di altre, certe persone più competitive, più meschine, altre eleganti e leali, etc., ma amo credere che in termini generali l’essere umano sia altrettanto repellete ovunque.

La “distanza” è anche qualitativa. Quando un soggetto “prende il largo”, diventa inutile resistere e “lottare” contro di lui, può diventare invece vantaggioso avercelo come “amico”, come “alleato”. Questo spiega la dinamica del perché agli inizi la gente suole osteggiare il progresso di una persona, ma quando questa dilaga, gli stessi soggetti che prima la avrebbero volentieri stroncata, di colpo cambiano casacca e diventano i suoi “migliori amici e sostenitori”.

La ruffianeria invade ogni ambito… perché ogni ambito è sempre e solo uno: è la guerra! Dallo sport (un motociclista che inizia a vincere sul serio) alla letteratura, pittura, politica, etc. Fare un pacco di soldi ti rende subito amatissimo! Specie se compri la squadra di calcio locale.

Si vorrebbe evitare, ma un certo successo a qualcuno si deve inevitabilmente concedere! Va bene che “mal comune è mezzo gaudio”, ma non possiamo (anche per ragioni fisiche) avere una società solo di “mali comuni”.

Come si fa però, ad avvicinarsi il più possibile a una società ideale del genere, piatta, che non turbi il mediocre assoluto e che sia il più possibile “male comune” o il più possibile “meno bene specifico”? Che non disturbi cioè la vita del soggetto merdoso più numeroso nella specie, quello che non sa fare davvero nulla in modo speciale e che nella vita non stringerà mai nulla di significativo?

Si dà il successo alle persone meno dotate e meno significative che si abbiano a portata di mano (fino a che si può scegliere e pilotare gli eventi).

Ciò non si fa perché in un certo senso “ci si riconosce” nell’altro mediocre (siamo tutti geni, tra l’altro). Come detto, la società è un luogo solo apparentemente cooperativo (fino a che conviene a noi e solo a noi, ciascuno di noi) ma in fondo un gioco al massacro, non c’è unione nemmeno nella miseria. Si fa perché il mediocre a cui si concede un successo, è un soggetto debole. Più debole di un brillante a cui si conceda analogo successo. Scegliere il mediocre è il classico scegliere il “male minore” nell’impatto mentale che l’altrui successo provoca all’uomo non di successo.

Tale successo, infatti, non è autentico, è l’osso tirato a un cane, è il frutto di una consolatoria incapacità assurta fortunosamente a beatitudine. “Devi ringraziare che ci sei arrivato, dove sei arrivato”, “non si sa come c’è arrivato, quello”, “t’abbiamo fatto un favore…”, “rimani comunque un imbecille”. Sei dominato, dall’altro, sotto controllo e non susciti antipatia, sotto sotto si sa che c’è da ridere di te, ed è vero! La verità ha una sua forza, è quella che ti fa distinguere il serpente velenoso da quello innocuo!

Tale successo non può turbare la coscienza dell’altro mediocre-meschino più di tanto, perché è falso. Certo scoccia! Ma sempre meno che il riconoscimento della autentica superiorità di un altro essere.

Questo spiega il famoso “nemo profeta in patria”. È la vicinanza che impedisce il riconoscimento del successo a chi avrebbe davvero le qualità per ottenerlo, perché quello che importa non è l’abilità, ma la competizione.

E si può vincere sia correndo più forte, che sparando alle gambe di Bolt. La “sportività”… Che risibile facezia!

Il ruolo distante di “straniero”, l’essere “altrove”, un forestiero, crea quella distanza che “fa abbassare la guardia” altrui, rende meno aggressivi e competitivi gli altri, riesce a far concedere chance a chi è autenticamente dotato, pur di non dare però chance al soggetto locale… “Tutto sommato non è dei nostri”, “non ci siamo in lotta”, “vediamo che sa fare” (la gente vuole pure divertirsi). Ecco perché se uno viene da fuori è “sempre un fenomeno”. Specie nei piccoli centri.

Il fatto di odiare una persona che non t’ha fatto niente, sentire antipatia per essa, è un buon campanello d’allarme sul fatto che tu sei il primo a considerarla migliore di te. Tutti gli antagonisti dei supereroi non fanno che ripetere questo!

Una volta morto un soggetto dotato, ovviamente si recupera tutto quello che di buono c’è. “Mors omnia solvit”, ma nel senso proprio che si esce completamente dalla rissa, dalla competizione, lui (pace all’anima sua) ormai non è una minaccia, non potrà più mangiare meglio di noi, abitare in una casa più bella della nostra, i mariti, potenzialmente cornuti e in effetti castrati dal genio, possono dormire tra svariati guanciali, le mogli non potranno più essere penetrate da lui (e viceversa tra sessi, ma in un mondo ancora maschilista la donna viene apprezzata per il corpo), e via discorrendo. Quindi si può fare man bassa e spartirsi i famosi panni di Cristo, a cambio di attaccare pietose targhe d’oro matto o marmo, che il poveretto non può più sapere che esistono. Ma quanto era bravo Van Gogh!

Quindi non deve meravigliare, come molto spesso mi si è fatto notare, che in un piccolo centro del Centro-Sud Italia, per esempio, espongano pittori mediocri, si invitino a serate poeti mediocri, siano preferiti musicisti mediocri, si punti sul politico mediocre, e tutto il resto mediocre.

L’insuccesso in vita e in patria può essere indice di un certo obbiettivo valore personale (pensiamo a Nietzsche, che per sopravvalutato che sia… quanto ha fruttato alla Germania da morto? A Dante, persino il più grande di tutti, Leopardi e una miriade di esempi, per luogo e tempo).

Oppure, come è pure plausibile, ovviamente, e anzi ancora più frequente, uno non ha successo per niente mai, né in patria, né fuori, solo perché davvero non vale un cazzo! Non è buono nemmeno per fare da re travicello, o da male minore.

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