Il Test di Turing (secondo Jaron Lanier)

Jaron Lanier, il padre della realtà virtuale, gran figura di Silicon Valley, filosofo, pensatore e critico della tecnologia dell’informazione a cui ha significativamente contribuito a dare vita, nei suoi video e scritti parla spesso del test di Turing (per esempio: qui, o qui, o qui, o, mi pare pure, qui), fornendo, in varie versioni, un’interpretazione originale e molto interessante dei meno conosciuti fatti storici che lo hanno portato alla luce e del loro effettivo significato.
Vorrei riproporre alcune delle idee, attribuendone l’integrale paternità all’autore originario, di cui consiglio vivamente la lettura (si trova tradotto in italiano), dato che si innestano su un altro problema che mi è sempre stato molto caro: lo studio.
Non interpolerò molto di mio, ma nonostante tutte le mie buone intenzioni, volendo andare a memoria, essendo un tema molto difficile da capire e riassumere con esattezza -specie se non si è tecnici- si rischia il fraintendimento e sarà sempre bene consultare i suoi video e testi originali per avere un’idea esatta, e non affidarsi solo a quanto segue. Lo scopo è da un lato dare a conoscere l’autore americano, e dall’altro dare impulso alla riflessione.

Turing è considerato a ragione il padre del computer moderno; il suo lavoro fu cooptato nello sforzo bellico della Gran Bretagna contro la Germania nazista con grande successo, dato che probabilmente evitò un’invasione dell’isola. Con la sua creazione, infatti, riuscì a rompere il difficile codice segreto “enigma”.
Il personaggio è sempre stato famoso non solo grazie ai suoi successi e per i successivi sviluppi a cui ha dato forte impulso, ma anche per via della sua vita tragica; la popolarità odierna della sua strana, dolorosa e indignante vicenda, però, è in buona parte dovuta a un film storico in cui il suo personaggio è reso da Benedict Cumberbatch.  

Il test di Turing in particolare è popolarissimo e, in una sua versione (Captcha) adattata a esigenze particolari, è ripetuto quotidianamente da milioni di persone in tutto il mondo.
In generale si tratta di test tesi a differenziare l’uomo dalla macchina e viceversa.

La sua versione originaria parrebbe essere una variazione di un gioco da salotto della società vittoriana, in cui a un giudice erano recapitati dei messaggi di cui doveva capire l’origine maschile o femminile. Questa volta al giudice è chiesto di differenziare un messaggio prodotto da un calcolatore da uno prodotto da un essere umano.

Pochi sanno che questo test fu proposto da Turing solo una settimana prima della sua morte per ingestione volontaria di una mela al cianuro davanti alla sua creazione, il computer. Il dato è rilevante se contestualizzato con altre circostanze della sua vita. Turing era omosessuale, il che era illegale nell’Inghilterra dell’epoca, e fu pertanto sottoposto a trattamenti medici obbligatori tanto assurdi e ciarlataneschi, quanto inutili e dannosi. La pseudoscienza dell’epoca pretendeva di curare l’omosessualità con dosi massicce di ormoni femminili, giustificando la pseudocura con astrusi parallelismi tra i valori ormonali degli esseri umani e gli equilibri di macchine a vapore, la tecnologia di riferimento del tempo.

Ovviamente il trattamento non solo non aveva effetti se non deleteri, ma era anche umiliante. Abbiamo quindi un grande uomo, un grande genio, che non avrebbe potuto fare di più per il suo paese e per la causa della civilizzazione dell’essere umano, rifiutato e emarginato, non accettato per quello che è.
Lanier riporta una nota piuttosto commovente in calce alla sua ultima creazione, il test appunto, del quale interpreta la vera e profonda nascita come grido ormai disperato contro l’incredibile ingiustizia che si stava consumando contro di lui.
Tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, e le creazioni dell’uomo sono anche asse figlie sue; e qui immediatamente devo ricordare Dante e l’arte dell’uomo (in cui includere la tecnica) nipote di Dio in quanto figlia del suo figlio. Forse lo scienziato non voleva dire altro che: “Se non accettate me come un pari vostro, forse un giorno accetterete il mio computer”. D’altra parte se non si è in grado di distinguere tra due o più oggetti, dove sono queste tanto importanti differenze? Su cosa insistere tanto? A cosa attribuire davvero significato?

Forse il test è stato preso troppo alla lettera e il suo vero significato, che non voleva stabilire un parallelismo tra uomo e computer, ma era di disperazione umanista, è andato perduto, forse per l’ennesima volta nella nostra variopinta storia, il saggio indica la Luna e lo sciocco guarda il dito.  
Sia come sia, Lanier, che lotta strenuamente contro la narrativa pedissequamente assunta dalla vulgata attuale delle macchine ormai in grado di replicare l’essere umano perfettamente, essendogli arrivate ad essere pari, afferma provocatoriamente che nel caso in cui la macchina passi il test di Turing, non è affatto scontato che il risultato si debba a che essa ha raggiunto l’essere umano. Esiste difatti un’altra logica possibilità, ossia che l’essere umano si sia degradato alla stupidità della macchina. Rincara poi la dose affermando che nella formulazione originaria del test, essendo implicata una sola macchina e due esseri umani (il giudice e il competitore) le possibilità di questa seconda evenienza sono percentualmente doppie (66.6%).

Il punto di vista è provocatorio, perché diamo per scontato che gli esseri umani abbiano un’intelligenza costante, che non debba subire strane fluttuazioni, e all’epoca in cui egli formulò l’obiezione, in effetti, non c’erano molti esempi da poter addurre a comprova dei suoi sospetti.
Oggi la situazione è davvero diversa e, secondo lui, in buona parte ciò si deve al fatto che tale è il desiderio di avere, finalmente, queste macchine promesse da tanta fantascienza, macchine senzienti, intelligenti, superiori all’essere umano, che si vive volontariamente in questo sogno ancora irrealizzato. Si sceglie di essere stupidi quanto una macchina per assecondare un anelo.

Il tema è di grande importanza oggi, specie se si pensa all’uso dei social media, dove questi agenti meccanici in incognito (chiamati: bot), innescati da autori malintenzionati, proliferano indisturbati e non percepiti. Distorcono la comunicazione umana abbassandola notevolmente di livello.
Avventuro che forse il significativo abbrutimento della discussione nei social, i conseguenti comportamenti del tutto assurdi e ingiustificabili che chiunque abbia fatto uso di essi ha potuto osservare, non sono che una dimostrazione dell’essere umano che sacrifica la sua intelligenza.
La differenza tra comportamento e interazioni sui social e nel resto della società è grandissima; nella mia esperienza, da abitante (all’epoca) di una piccola città italiana, ha avuto picchi di autentica bizzarria. In una piccola città si interagisce sul social con le stesse persone che si incontreranno per strada o al bar qualche ora dopo, nella prima sede fioccano gli insulti, nelle seconde gli imbarazzi. Tanto per dirne una.

Ma c’è un problema che mi interessa e agita assai di più non è quello della stupidità tanto diffusa in chi sceglie di farsi manipolare ed esasperare da bot russi, ma è quello dell’educazione. Oggi la preparazione del singolo non è più tesa tanto ad acquisire conoscenze e abilità vere, ma è spesso orientata ad appagare le aspettative di un algoritmo. Negli Stati Uniti è frequente plasmare l’insegnamento per l’ottenimento di un punteggio alto su un test, gestito da un algoritmo. Questo algoritmo non sa chi ha davanti, ma chi gli si trova davanti è spinto ad adattarsi ad esso e per cercare di indurlo ad emettere quel certo responso favorevole, e per farlo si arriva a sacrificare la propria intelligenza di esseri umani; l’intero percorso educativo è assurdamente orientato a soddisfare una macchina.
Gli uomini di oggi, e qui è la brillante conclusione del geniale Lanier che spero di saper interpretare e riassumere, sono indotti a ribassare  e sacrificare la loro essenza e unicità per l’illusione di vivere in un mondo che non è come viene proposto o non esiste affatto.

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