IN VIAGGIO AL TERMINE DEL SENTIMENTO. F.P.F.

Il lunedì mattina in un bar dalle parti di Porta Maggiore ci vai da solo e per un complesso stuolo di eccellenti ragioni. Non unicamente perché i compagni di sbronza della notte non hanno il tuo stesso ritmo, lavorano e non ce la farebbero. Un bicchiere a tubo, stracolmo di anice e un caffè minuscolo, sono sempre il primo sacrificio a Esculapio.

Tracanno tutto diligentemente, il prima possibile, sbavando un po’ e sudato, con le tempie che pulsano dalla serata precedente. Il simile cura il simile, sigaretta e ancora alcol e della domenica non rimane che quel lieve e caratteristico tremolio rettale, appena sopra lo sfintere e il nocciolato sconquasso schiumoso delle viscere.

Quella serie di momenti inanellati, uno dopo l’altro e giorno dopo giorno, tutto quel tempo perso seduto al tavolino tondo d’un caffè grigio la mattina, con l’emicrania, tra anziani con voci sgradevoli e dialettali che parlano orgogliosi della loro età, come se stessero vincendo una guerra epica, tronfi di soddisfazione per essere ancora lì, in grado di bere e dire idiozie, beh, tutto quel tempo si chiama vita. E fa schifo, ed è inutile come ogni altra.

Se esistesse chi beve unicamente in compagnia non ci avrebbe capito nulla! Sarebbe come chi fa sesso per procreare, o mangia per nutrirsi. Io posso dirlo: bevo solo in compagnia! Ma ciò va inteso nel secondo senso che le parole possono assumere. Bere in modo conviviale non è altro che una balla da pubblicità, laddove giovani brillanti, bellocci e felici, ballano sorridenti in qualche festa alla moda e dovrebbero sorseggiare un pessimo prodotto italiano tipo: Averna, Di Saronno, Montenegro, Fernet. Venduti poi in baracci di quartiere affatto glamour.

Nei bar nessuno beve in allegria, nemmeno chi fa finta che sia così: chi si contiene, o non beve mai a casa da solo. Tutti coloro che bevono non lo fanno per il sapore, o per disinibirsi, o per socialità. Checché ne pensino, e dicano, tutti bevono solo per una profonda insoddisfazione, delusione e disperazione. Forse le ignorano, ma sono lì anche per loro.

Non siamo i protagonisti di una pubblicità! Siamo tutti gonfi, brutti, feroci, aggressivi, abbrutiti dal bere e dalle droghe, uomini e donne. Lo vedo chiaramente, dietro l’apparenza, l’imitazione, ci sono altri volti, tesi, incordati fino al punto di squarciarsi, occhi rossi e intrisi di lacrime nervose e inevitabili, denti stretti che perdono il filo stridendo per lo sfregamento tra loro e labbra che succhiano vita altrui fino a sanguinare. C’è solo gente infelice e disgustata in ogni angolo.

È tutto finto, ogni parola, ogni allegria o gesto e soprattutto ogni sentimento. È da ridere tanta univoca, inappellabile disperazione. Essa ha del grandioso e del meschino al contempo, ha del ridicolo e del comico, sempre. Tutti da presa in giro!

Sono anni che non dico più una parola gentile a nessuno. Non mi manca! Io, dopo tutto, almeno ci ho provato davvero! Poi sono entrato in uno strano gioco. Non so come mi sia successo, ricordo solo che all’inizio non mi accorgevo di nulla, ero molto più simile a tutti gli altri. Mi appoggiavo alla mia educazione, dicevo e facevo quello che ero stato abituato a dire e a fare, persino a sentire. Pensavo fossi io quello che parlava. Che falsità!

Poi un giorno non ricordo più per che ragione, o in che occasione, forse ci rimasi male per un atteggiamento di qualcuno, mi irritai, e su una cosa qualunque mi chiesi cosa ne pensassi. Cosa ne pensassi io, sinceramente. Avevo solo un’opinione che non era la mia, me ne resi conto quando me ne feci una.

Da lì in poi ho sempre fatto lo stesso, con tutto e tutto è cambiato. Ho sempre voluto vedere al di là delle cose come appaiono, o te le presentano, ed esse si sono rotte, o sono scomparse nel fuoco. Tutto è falso, diverso da come a prima vista. Tutti ti vogliono solo fregare, ma non cerco certo la verità, solo quello che io vedo sinceramente. E ho smarrito la via per farmi piacere davvero qualcuno o qualcosa.

Tantomeno le persone, e ancor meno le donne. E il peggio di tutto in loro: quelle recite alle quali ci si deve prestare, tessendo frasi, lodi, dando vita a un set tra il disperato e il vibrante, intriso di passione e dramma. Sono anni che non dico più una frase gentile, meno che mai a una donna. Non regalerò mai più le mie porcellane e maioliche decorate, da cui bere il tea del languore, o il veleno dell’illusione. Terrò per me i miei pensieri e le lodi alla bellezza. Non mi presterò mai più all’inganno, a simulare l’amore, e ancor meno tollererò di far torturare e storpiare le mie povere frasi di mentecatto, di disabile sentimentale, dalla loro interiorità sgualcita e greve, prepotente e avida, ma banale.

Vigliacche! Se la sono presa tante volte, con poveri handicappati morali e mentali! I migliori tra gli esseri umani, i più deboli! Senza difese! Pur di alimentare le loro brame di sogno, uscire per un attimo dalla quella routine dove però vogliono vivere, si sono infilate da loro. Usano chiunque per scambiare la noia con le loro scialbe, meschine imitazioni di storielle sceme raccontate in tv, in canzonacce becere e lagne varie, in libri immondizia. Ho visto bene “i sentimenti”, non valgono nulla! È l’unica convinzione che ho. No, ne ho un’altra: il bere è l’unica medicina per la vita.

Il sentimento è la celebrazione della stupidità, della superficialità. Dura poco per definizione, è appena meglio dell’emozione. È l’inganno, il cerino bruciato che scotta sempre le dita del più sciocco, ingenuo o il più sincero e più ottusamente innamorato di qualcosa, a sproposito. È proprio lui la vittima sacrificale che viene dilaniata dalla voglia di sentirsi viva di qualche stronza superficiale. Una persona con una qualsivoglia sensibilità non sarebbe mai disposta ad essere sentimentale!

E chi chiede ancora l’amore? Chi osa? Griderei furibondo a ciascuna falsa bambola di cera che affermasse di volerlo, che esso non solo non esiste, è la peggiore leggenda umana, la più dolorosa. Chi dice di cercarlo è il peggiore degli individui, si scopre, perché simula una ricerca che non compierebbe mai se sapesse di che parla e ci avesse già provato davvero.

Il sesso bisogna proporre! Durante o dopo una sbornia, ma proporlo come si offre un caffè, anzi con lo stesso piatto, inesistente, accoramento emotivo con cui si ordina dello spezzatino di vacca al macellaio, o meglio ancora loschi come si propone di assaltare una banca.

Allora complice mia, rapiniamo la vita, la natura ci ha dato chiavi e serrature, grimaldelli e piedi di porco! Gettiamoci sulla sua carcassa aperta con la dinamite del Cialis e ancora fumante. Riempiamoci le mascelle di banconote, mastichiamo, suggiamo e trangugiamo tutto l’oro. Ho visto una vecchia calva stamane, era orrenda, piccola, storta, tu anche sarai vecchia e storta! Obblighiamo la vita, coi colpi che rimangono nel revolver del tempo, a darci l’unico maltolto che potremmo strapparle dal borsello: il piacere.

Ma prima onestà! Uccidiamo il sentimento stendendolo sul tavolo dell’anatomopatologo e sezionandolo per vedere bene, constatare, che esso non ha alcun diritto di vivere, o che è morto da sempre. Un aborto del pensiero, un feto spentosi prima di nascere, un tumore sul corpo curvo e uncinato della vita, uno strappo sulla tela, stiracchiata da un dio cane fino alla rottura, del cielo.

Gettiamoci nella mischia e guardiamoci mentre copuliamo tra noi come faremmo con chiunque altro, aderendo e stringendoci con la rabbia e i muscoli gonfi. Facciamoci esplodere il cranio dal cervello liquefatto, bollito dalla polvere piroclastica del desiderio. Che qualcuno mi tranci la calotta con una accetta mentre lo sto facendo, per vedere cosa ho dentro la testa in quel momento animale, dove la specie umana rantola e geme la propria schiavitù e bassezza!

È tutto, sempre, altrettanto falso che le pubblicità squallide da reti Mediaset, tutto una finta, una recita che non s’attaglia affatto alla realtà delle cose e la perverte ancor più. Realtà e pubblicità hanno in comune solo la loro competizione verso la peggiore delle estetiche possibili, perché ammesso che una realtà esista davvero, essa non sarebbe mai che la gente che beve è allegra e spensierata, bella e divertente.

Persino questa città intera pare finta, come una di quelle del far west rifatte per i film, quelle con solo le facciate in legno e dietro nulla. Mi sorprende sempre che aperto un portone ci siano davvero le scale, gli appartamenti, altri esseri umani che ci vivono. “Che fate qui? Andatevene! Mi avete messo paura!” questo vorrei urlare. Anche loro sembrano facciate con dietro nulla, e dentro hanno qualcosa di meglio di me, quindi: la voglia di non saperlo!

E allora? Calma! Se dovessi scegliere un ruolo, sarei un futurista, ma stanco e spossato. Celebrerei la velocità senza voler far mai un emerito cazzo, neppure una mossa. Si muovano gli altri, io voglio esser decrepito e immoto. Voglio osservare, fino alla fine, la recita del sentimento e la sua morte in vita, la celebrazione dell’inutile e dell’inesistenza che implica, il teatro dell’amore, della passione, dei “ti amo” detti a cazzo di cane, anche del ricordo funebre, dell’omaggio al grande uomo o al feretro del milite, o al compagno di lotta, al genitore, all’avo, come se interessassero davvero. Voglio irridere tutti, spernacchiando, ritagliandomi il posto più gustoso, quello di dissacratore, no, di infame!

Si va tutti disprezzati! Reciprocamente! Non serve il consenso di una banda di falsi! Meglio l’odio, magari! Nemmeno quello sanno dare davvero, meno che mai le donne, una recita anche lì, neppure se insulti, assaporando e mettendo in evidenza quella indifferenza e falsità che trasudano da ogni pauperrimo gesto. Mettono voglia di farsi morire e quindi fanno sentire ben bene il disagio della vita che scorre frenetica, chiassosa e molesta.

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