In Visita alla Natia Città della Tristezza

Avevo proposto questo racconto  al Premio Teramo, edizione 2016, unendo, rimaneggiando e aggiungendo a vari tratti dalla serie “La Città della Tristezza”. 

Una voce va gridando per strada, più forte di strilloni e ambulanti, un predicatore forse, un visionario, nessuno gli fa caso: «Al di là della palla arancione, c’è un posto dove nessuno vorrebbe mai stare, e dove rimbalzano ovunque echi di dolore e terrore, incomprensione e fastidi.           
Quel posto, in molti lo chiamano casa, e, patrioti per forza, fingono di amarlo.
Al di là della palla arancione, c’è un posto azzurro, dall’aria innocua e indifferente, che nessuno sceglierebbe di visitare. Si è soli in compagnia, si è tristi in allegria, si è spenti nella fatica e nel movimento.       
I suoi mari verdi, cieli blu, lune gialle, e monti piovosi, non ti distraggono dal tuo niente, così insistente; e ciascuno vale la tenebra fitta di quel poco per cui può servire, né un alito di più.     
Al di là della palla arancione, davanti al sipario nero dell’universo, c’è un mondo di egoisti che non si bastano, di istinti e di imposizione, e tutti lo odiano, ma sono costretti a tenerselo stretto.»

Eccomi in un tiepido pomeriggio di marzo, dove come sempre piove a dirotto anche col sole e monocorde e fitta scende acqua dal cielo sereno, con rumore bagna le ragnatele fin negli scantinati delle menti di gente che ride ostentando felicità, avvolta in severi drappi neri di cordoglio, a Tristopolis, al centro del nulla.

Nelle giornate dei defunti, il terzo fine settimana di ogni mese di equinozio, la parata, il mercatino, una visita alla Loggia, si fa la tradizionale colazione nel lussuoso Caffè Merletti a un angolo della piazza cittadina orlata di colonne. La famosa opera di pasticceria locale “ossa del nonno”, fiacche e spugnose come quelle dell’originale anziano osteoporotico, morbide e dal caratteristico sapore cadaverico di amaretto raffermo, assieme al cappuccino “incubo” decorato con l’annegamento in un maelstrom di panna acida e caffè in gorgo omicida, sono serviti a migliaia.

Che strilli! Tutti parlano di come incrementare la morte altrui, spingere al suicidio, fare in modo che ci si alcolizzi di più, si fumi di più, si venga esposti a radiazioni, inquinamento, ma specie ci si stordisca con narcotici, sperando che il calo di attenzione inneschi l’esplosione di una bombola o caldaia, l’incendio della sigaretta a letto, un crollo magari, o anche semplicemente un mortale incidente di traffico o casalingo, di quelli banali e goffi: “ilari quanto efficaci”, afferma la generalità della popolazione, che è divertita dalle tragedie altrui. C’è un grave problema non tanto di sovraffollamento, quanto di vita tout court… c’è troppa vita, ovunque!

Tutti, si sa, chiacchierano delle stesse cose nei piccoli centri, le mode, i fati e fatti altrui, qui cappi e garrote vanno per la maggiore, la fallbeil è da preferirsi alla guillotine; ah, la buona vecchia scure! I lavori fatti a mano, si sa, sono i migliori, il loro ineguagliabile fascino… come negli agnolotti, no? …sta in quelle piccole imperfezioni… un po’ più su, un po’ più giù del collo, mica tutti uguali come i prodotti in serie.       
Strano: la popolazione più vicina al concetto più globale di tutti, la morte, si schiera recisamente contro la globalizzazione, dice. 

I frutti dell’orto della cattiveria crescono turgidi e rigogliosi qui, violacei e amari, coperti dai tossici residui dell’acqua ramata di un pessimismo piatto e livido come cicoria vecchia, aspri peggio che i limoni acerbi. Fioriscono pensieri color del carciofo e parole verdone e bluastre, velenose come serpi del deserto; ogni ortaggio ha le sue spine di calunnia, e una pelle scura e ruvida da avocado, ma urticante come latte di fico e dentro, ciascuno si ritrova un cuore di nocciolo rinsecchito, come rugose, rachitiche e tossiche mandorle di pesca e del pari tenero e appetibile.           
L’oblio del morso alla dimagrata mensa del quotidiano porta all’Acheronte della stagnazione, lo psicopompo si incarica di condurre all’inferno il dormiente ogni sera; Tristiferione saluta ogni campana di compieta arrivando all’imbrunire con un grido che penetra le ansie più radicate dell’io, lacerandolo; poi, appollaiatosi, copre la città con le sue enormi ali e la trascina in sogni agitati e sudati, rimorsi insistenti per fatti ormai dimenticati, duri e sclerotici come vecchie cisti sottocutanee. Nulla cambia mai qui. Ah! Casa!

Le signore, depositata sul merletto del tavolino tondo in marmo la borsetta nera, ostentano collane di perle, perle pure nere, chi può permettersele, gioielli ottocenteschi e cammei; commentano coi culi di gallina delle bocche al Botox su facce di cipria e suture, le nuove odiate nascite. Il gatto nero le guarda irritato.

Durante le giornate dei morti le campane suonano a lutto tutto il giorno, è festa! E molti prendono spunto per farla finita, è vero, ma alla conta delle vittime, nessuno è mai contento! Meno che mai i beccamorti. Si muore poco! Si dovrebbe morire di più! Si nasce solo per quello dopotutto! E coraggio, allora!      
«Possibile che la gente sia così vile?»           
«Che ci vorrà a puntarsi una pistola alla tempia e farsi saltare il cervello!?»          
«È un attimo!» Eppure, egoisti che sono, solo in pochi lo fanno!   
«Si dovrebbero vendere più armi, come fanno nel Nuovo Mondo», percepisco che dice un gentiluomo in ghingheri, teso e abbronzato come un vecchio mocassino marrone. «Ottima idea», fa un altro per pura piaggeria, a giudicare dal tono.   

Sono i giovani che dovrebbero pensarci, sono loro il motore del mondo e con esso della morte, pilastro dell’esistenza, sono loro i più colpevoli di essere nati! Sono tutti d’accordo su questo.    
Le persone non sono una singolarità in divenire, ma due diverse a seconda dell’età; valicata la soglia della vecchiaia, sei un altro! Punto!    
Chi è avanti con gli anni, si sa, si attacca alla vita, per miserabile che essa sia, e sia sempre stata, e vuole vendicarsi dell’esistenza ostinandosi in essa e non ribellandosi!

Da sempre si propone di liberalizzare l’omicidio, ma ci son troppe resistenze, la morte è un concetto delicato, dai peculiari risvolti etici, dicono alcuni, ad altri basta l’olofrastico “bah!” come risposta a tanti scrupoli “da signorine”.

Finisco il pessimo cappuccino, a quanto pare senza tirare le cuoia, e giro senza meta; nella promenade vado cercando le esigue novità.         
Vedo che s’è già inaugurata la mostra fotografica permanente “Cari, cari, cari Trapassati”, utile ad evidenziare le condizioni amorevoli in cui versano coloro che, dopo una vita spesa ad essere completamente ignorati, intraprendono la encomiabile via dell’autuccisione (parola bruttina, ma in voga e mutuata dal tedesco -o comunque dal nordico- selbstmord, considerata più elegante e sofisticata dell’autoctona di origini latine e composta di caedes). Eh, non è mai troppo tardi, si dice, in questo caso per passare dall’essere molesti, all’essere compianti.      
Questa è nuova! Poco originale, ma nuova! S’è instituita la giornata del “Defunto dell’Anno”, corone di fiori, e onori del valore di mille scudi (con tanto di prefiche e tutto il resto) al cadavere più giovane volontariamente uccisosi “di suo proprio pugno”… “fino a entro la settimana”, dice il manifesto.         
C’è anche il premio “Estinto Distratto”, in cui si dà un riconoscimento alla persona che ha “trovato” la maniera più inaccorta per darsi la “pace eterna”; non lo saprà mai, dopotutto, di essere un vincente. E ben gli sta! Suicidi collettivi, premi per “piccola squadra”, e per “grande squadra”, bene!                    
Alla radio locale, va molto la trasmissione “Non s’è più Visto”. Sulla Riviera delle Salme esiste persino il concorso di bellezza “Miss Spoglie Mortali”.

Il museo cittadino è ricco di fossili e scheletri, questa è la prima città al mondo per ritrovamento di necropoli e sepolcreti antichi e quella con l’ossario più grande al centro del nulla. Lo sanno tutti! Ma non si perde occasione di ripeterlo.        
Ad ogni colpo di pala escono ossa, vecchie ossa, ossa meno vecchie, fossili di sauri, trilobiti, e ancora femori, scapole, clavicole, crani di chissà che, e così via fino ad allestire immense sale di paleontologia, grosse come capannoni industriali.

Quello di Anatomia Morbosa e Patologica, il museo, probabilmente ci sarà tempo di visitarlo in seguito, o forse ne sceglierò un altro, anche se mi interessa particolarmente; non sarà certo il più grande e completo al mondo, ma contiene comunque pregevoli cere anatomiche di Zummo, il mio preferito, violini e viole Stradivari, scheletri di siamesi, salamoie di organi deformi, esilaranti scherzi di natura, crudeli come non mai alcuni, xilofoni, malattie rare da crepare dal ridere (garantiscono), un ampio reparto fotografico di mostri e orrori della Grande Guerra, uomini lucertola, storie bizzarre di vite sofferenti e morti estremamente rare e inusitate, persino due riproduzioni delle macchine anatomiche di Raimondo di Sangro, il principe di Sansevero, con tanto di feto.          
In alternativa c’è la produzione locale di pregevoli urne in maiolica, dipinte col caratteristico e delicato verde salvia su antracite e ecru, che dà molto lustro e fama al posto. Anche qui, un’esposizione!

Per non parlare della tassidermia! Arte molto praticata in zona, specie con gli accipitriformi, simbolo di una città la cui arte culinaria, e non solo, vanta di saper riempire ogni cosa con paglia o altra farcia… sì, olive comprese. I visitatori rimangono sempre attoniti.

La Curia ha fatto dono alla popolazione delle proprie reliquie (esposte a spese dei contribuenti, si intende!): acqua marcia, sangue marcio, pezzi di pelle di santo marcio, occhi, vecchi bottoni, legni di croce e di sandalo d’asceta marcio, cocchie, fili di stoffa, muco, suppellettili varie, argenti ammuffiti, aggeggi da stiliti che dovrebbero aiutare nella pratica dell’esicasmo, e persino antichi strumenti di persuasione e redenzione in metallo e viti, arrugginiti e che purtroppo non possono più essere usati. Molti storcono e sintetizzano lo scetticismo sul disuso col solito olofrastico “bah!”. Poco il valore economico forse? Grande quello devozionale, comunque. E i turisti sono entusiasti! Amano specie i ripieni, però.

Mancano autentiche nuove idee, tuttavia. L’impianto delle celebrazioni patronali va avanti così da un bel pezzo ormai. Secoli! Millenni?        
All’ufficio Incremento Estinti, Scomparsi e Trapassati l’aria non è allegra questo mese, non è allegra mai, in effetti. Non solo non si migliora da una serie infinita di trimestri, ma la flessione è record ancora una volta. Si parla del territorio, valorizzare il camposanto dello stadio nuovo… «tutte quelle croci, sciupate!» I “bah” ancora una volta si sprecano.

Niente da fare! Il sindaco, all’apertura delle celebrazioni, è nonostante tutto trionfante, pensa positivo, lui! Si toglie il cilindro da necroforo, beccheggia un po’ col suo viso untuoso, e, con lo sguardo perso da psicagogo, decide di prendere in mano la situazione, dando, come al solito, una bella ciarla. Il problema sono ancora una volta i giovani! Come ti sbagli! Troppo entusiasmo, troppa sconsiderata allegria. Sì, si drogano! Bevono! Ma resistono! Non crepano mica! I bastardi! Non s’ammazzano.

Ma sono le solite lamentele e buone intenzioni, il politichese ottimista, tutto va avanti come sempre. Tutto va avanti anche bene, nel suo piccolo, nella Città della Tristezza, orgogliosamente al centro di nulla da prima di Roma, si dice, la città eterna, la “Kaput Immundi”. Una città molto antica ed esclusiva, che vanta sbalorditive tradizioni ancestrali.

Per esempio esiste un Club in città, che è assai rinomato ed unico, è il Club della Tristezza e si deve visitarlo il giorno della festa patronale… sempre che si sia stati accettati come soci, è chiaro! Qui tutti lo sono, però.

Nessuno vuol farne parte, sapete? Si è uniti dalla tristezza e i suoi membri sono ammessi solo se hanno il quinto quarto di nobiltà della tristezza. È un club molto esclusivo, con un’antica e rarefatta nobiltà di soli pezzenti di (o)rango e insoddisfatti di: schiatta! Ma conta numerosi so(r)ci, perché questa genia di aristocratici di blasonata pesantezza e fallimento altolocato, ha posto i suoi bisanti e s’è stabilita, e stancamente riprodotta, più qui che altrove.

Le loro viscere sono il quarto migliore e distintivo, l’unico nobile, in effetti: il colon, la cistifellea, lo stomaco, i polmoni, i reni, la vescica… Ogni coratella e frattaglia deve essere piena, intrisa, di nera tristezza, dell’inchiostro a sangue blu del rancore da pergamena per sfida e insulto, di bile corrosiva e giallastra, come oro, dell’invidia. O non potrai essere ammesso.

La parte più pregiata di questa selezionatissima alta società di sterco umanoide, sono i bronchi. Eh, sì! A pochi, infatti, la tristezza invade anche i bronchi e arriva fin su alla trachea, tanto da poter essere espettorata direttamente nel mondo esteriore. Dove si tossiscono le parole di sangue della maldicenza, con cui tali “grezzantuomini” trapungono fini e tapini, coi petali della loro tisi mentale e discretamente voltati di spalle per non essere riconosciuti, il loro fazzolettino di pizzo e disprezzo, o i loro ritratti da latrina, o vomitano sul pavimento squisite e musicali pozze di ripetitiva bestemmia.

Esiste un club in città assai rinomato, è il Club della Tristezza, non scegli di farne parte: devi! È il club che sceglie i suoi soci, con una rara cartolina di invito depositata, prima che si levi il sole grigio sull’orizzonte della piatta brughiera del quotidiano, nella buca da lettere della vita, imperativa come una prussiana chiamata alle armi, non puoi evitarla: la apri, ti intima il suo volere e senti già il fischio del treno che parte per il tuo campo di sterminio.

Non si gioca a carte nel club, non si giuoca al biliardo nella loggia. Non si intrattengono piacevoli conversazioni tra una fumata e l’altra, né vengono formulate acute considerazioni piene di spirito, come in tutti gli altri club del mondo, ma ci si lamenta e basta. Tutto il tempo, in ogni occasione, al tavolo, al bar, nella sala degli specchi, nel guardaroba di velluto color rosso morte, dietro le quinte a drappi neri del suo teatro tragico, in altro in alto, tra le assi, i cavi e gli argani, o persino in basso, giù dalla fossa del suggeritore, alla luce della sua stenta lampadina col filo incandescente di noia, ci si lagna. Nessuno è in palcoscenico, mai.

Anche la pista della sala da ballo è sempre deserta, i muri che la circondano, invece, sono gremiti di gentiluomini in borghese, dall’anima esile e piccola, dallo sguardo flebile e pusillanime fitto in terra, col cilindro da tanatologi se ricchi, col guinzaglio del bastardino abbandonato, se poveri e decaduti.   
Non si scherza, non si può! Fumando, aspetti, tra le basenti passacaglie della vita, impaziente, ma invano, il tuo turno per una danza che non avverrà mai.

Esiste un club in città ed è assai rinomato, è il Club della Tristezza, sapete!? Lo frequentano tutti, tutta la città ne parla, bisbiglia o grida, è discreta o fa piazzate, ma non cambia di tema.

In questo club è severamente vietato avere comportamenti inappropriati, è vietato amarsi, è vietata l’amicizia, è vietato l’affetto e persino avere relazioni di sesso senza inganni, è proibito essere cristallini e sinceri; è assai raccomandato, invece, essere torbidi e obliqui, ostili alle spalle, nell’assenza. Signori! Signori! È il club de la crème dall’odor di tartufo della fogna umana! C’è il Gota della latrina! C’è lo schifo più puro!

I nobili della tristezza, si sa, sono dei vigliacchi bugiardi, come gli altri! Alle serate di gala si riuniscono solo compagni di viaggio, infidi e maldestri, insofferenti e febbrili, o dall’ingannevole aria bonaria, stipati come una terza classe di emigranti su un lussuoso e decadente Orient Express di angosce e delirio. Ma mai amici! È vietato volersi bene, è disdicevole cadere in tale volgarità fuori moda e da ingenui, si deve solo ammazzare il tempo assieme per non condannarsi alla solitudine.

Rigore! Le infrazioni sono tutte delitti al Club della Tristezza, e ogni delitto è grave come un omicidio nel mondo civile, da punirsi con la morte, comminata da giudici fallimentari, tronfi e arroganti come un lottatore che, sistemando con ostentata calma le sue cose sulla cappelliera del volo per Caracas, ti fa pesare che non ricorrerà alla violenza, se non rompi.

Gli affetti clandestini sono aperti in due con la mannaia del ridicolo, denudati e sbugiardati! Nessuno ci crede a certo candore, per carità! Dopo essere stati pervertiti e disprezzati, essi sono gettati in mare dal ponte di comando della corazzata derelitta dei tempi che furono, arenata nel limo scuro dell’inedia. Quella ormai affondata dai petardi del tanto tempo perso per nulla, quando si solcavano i mari di porto delle infinite serate menzognere, al fumo di cannoni in bottiglie calibro 90 Proof.

Esiste un club in città, assai rinomato, è il Club della Tristezza, e non lo puoi abbandonare!

Se lo lasci, i suoi membri, sadici come pigmei rognosi davanti a blasfemia verso i loro déi selvaggi di terrore e incubo, ti inseguiranno per cielo e per mare, per terra e per inferi; ti troveranno e ti uccideranno. Se sei già morto, ti uccideranno di nuovo.          
Non si scherza con loro! Nani da caccia a carica a molla, alimentati con la ciotola di riso del sarcasmo e condito con l’olio dell’odio. T’arriverà sul collo il dardo al curaro dalla cerbottana rituale della viltà, magari mentre sei chino a consultare l’enciclopedia delle scemenze dette nei secoli dai soci più pomposi.

Oppure un bimotore a latrati bombarderà te e la tua felicità altrove, con tutti i tuoi cari dentro, tra scoppi e boati di risa e falsità. Non si fanno prigionieri e non si risparmiano neanche i bambini! Miserabili! Non ci sono limiti alle risorse del Club, all’inventiva efferata dei soci, che può essere usata, e lo è, solo per guaire e tediare, disprezzare e biasimare.       
Come è proibito gioire, è assolutamente proibito costruire senza poi distruggere tutto per bene, partire, per poi non tornare indietro, assolvere invece di condannare.

Non puoi tradire i soci bastardi del rinomato ed esclusivo Club della Tristezza, nella città della Tristezza, del paese della Tristezza, non puoi voltare le spalle ai suoi artisti da incubo ritardato e puerile, le sue pallide dame ottocentesche tediate dal matrimonio, o le rivoluzionarie abbronzate e in maglione, ma sole. E così via ecco le streghe, i mostri di Frankenstein votati all’insulto ossessivo con bocche prese in prestito da chissà che cadaveri, i vampiri blasfemi e gli uomini lupo bassi e pelosi che vigilano rabbiosamente affinché nessuno mai possa varcare il termine della notte per scorgere un’alba.

Ti arriverà un colpo ferale se osi… ti rompono gli ossi se osi… ti maledicono se osi… essere meno infelice e insoddisfatto di così! Di loro! Alti una spanna. Come osi? Prostérnati, dinanzi ai nani inani! Costérnati! Brutto…! Tetraggine su di te! Onta! Muori male, maiale!   

Esiste un club in città che è assai rinomato, non volete farne parte? Voi non potete! È il frivolo ed esclusivo Club della Tristezza, e non lo puoi abbandonare. O sarai odiato e perseguitato per sempre.

Sarebbe proprio uno sgarbo non entrare e non omaggiare gli altri soci con un rispettoso saluto, mai corrisposto, ma sta per iniziare la parata! Non si può mancarla! Sottolinea il barbiere con un sorriso simile al suo rasoio scintillante di efficienza. Ubi maior

Agli abitanti di questa città dei cadaveri, ci tengono tanto! E per schifi e malfidati che siano, miserabili, certo, infingardi e chiusi, tetri e lividi, non c’è dubbio, gli fa piacere che si visiti la loro terra mortale e si elogi la sfilata. È comprensibile certo orgoglio per il natio loco, tanti ci hanno lasciato le penne da giovani e ci vivono ancora senza requie e cambiamento da quello che potrebbe essere definito “sempre”; è inevitabile certo attaccamento.

Ora, per di più è anche tornata in loco una sensazionale collezione di gioielli antichi, rinvenuta in dimenticate tombe di un popolo feroce, poco conosciuto e vichingo, racconta il barbiere metallico nella voce, come il suo rasoio. Interessante!

Strane leggende e certo terrore circondano la scoperta, enigmatici segreti tramandati in filastrocca, scavi notturni al pallido chiarore di una fredda luna di gennaio, il lupo che ulula e la terra indurita dal freddo che non vuol rompersi al badile, ma si deve insistere a costo di farsi sanguinare i geloni. Agghiaccianti urla di spettri, polmoniti e morti tormentate, poi ricchezza e suicidi, furti e pazzia, eventi da brividi, costellano e forse proteggono un tesoro maledetto di oro e paste vitree, accumulato da vecchi re guerci e amputati da tante battaglie.

Magnifico! Visitatelo! «Diverremo famosi nel mondo!» diceva il Sindaco avvolto dalla tradizionale toga latina da conferenza, con la faccia di gelatina, al Consiglio comunale: «Sentite tutto l’odio e il sangue che le gemme trasudano!»    
Ce ne sono molte altre, dice la leggenda, ripete il barbiere impomatante, perse in sepolcreti e tumuli ormai ignoti tra i monti, chissà, difesi da spettri e streghe, sibille, spiriti inquieti di legionari romani decimati. Un principe regnava non lontano da qui, aveva osato sfidare i presuli, aveva perso e con lui s’è perso il tesoro, pure. Qualcuno così la mette.

«È gustoso il sangue, si sa, è la bevanda più gustosa per uomo e specie donna!» chiosa il saggio coiffeur «E meglio ancora, per lei, se sangue di un amico dell’amante!» Stigmatizza ancora l’astuto. Nella città della Tristezza si declama come proverbio questa amara verità, perché si pratica, tra amanti, il tradimento. Oro e sangue i colori del Comune e quel tesoro è benedetto da entrambi. Eresia dirlo?

Le campane rintoccano, ossessive, per ogni dove, quartiere, cantone, isolato, blocco di palazzi sovietici, a morte. C’è ancora da vedere la collezione di piviali, d’altro canto, è nel Duomo, e vale la pena! Ma è troppa roba! Chi ha vinto esibisce i suoi drappi e gli stendardi, poi appesta l’aria dell’incenso che preferisce, e la popola dei suoni che più gradisce. Per questo si lotta e si vince: per far come si pare!

Hanno disseppellito un tale per gettarne le ossa al fiume, racconta ancora il barbiere calmo e minuzioso, senza perdere la compostezza richiesta dalla rasatura, non meritava il camposanto, dice il popolo ripetendo le parole di ogni curato alla parrocchia.          
L’unico personaggio celebre del posto fu un tale, un vaneggiante astrologo, arso su un rogo, dopo tutto, che aspettarsi!?

La processione lugubre è benedetta dal delegato apostolico e da sua eminenza bigia in persona. Si coglie l’occasione per raccogliere firme contro l’apostasia, vendere zucchero filato, torturare gli ultimi eretici in piazza per tutto il giorno fino a sera, quando iniziano le libagioni ufficiali.    
Ai bimbi, o i “giovani morituri”, come li si definisce, si comprano fischietti a forma di Pulcinella che arrivano dal lontano Regno del Sud. In quei giorni si è aperti a ciò che è forestiero e alle visite. D’altra parte sono così tanti i prestigiosi invitati, da tutto il mondo, c’è anche la diretta mondiale (si dice, ma non è vero).

La città è avvolta in drappi neri, che sventolano pigramente alla leggera brezza marzolina che vien dal mare e che portò, non più tardi di ieri, ratti e pulci della peste; mostrano lo stemma in oro e scarlatto.          
Il barbiere col rasoio a lama nel taschino e la cera per baffi pronta sulla mensola di granito, si frega le mani con la crema da finitura, e fa buoni affari per una volta; parla cordialmente col turista, lì per caso, che esordisce come si conviene: «È davvero bella la vostra città, nevvero!»         
«Stupenda», risponde lui, «Magnifica, la più bella del mondo».    
Non lo è, ma non si contraddice l’ospite già morto e che non sa di esserlo.           
E con mani grandi come piume, ma delicate come pale, ecco che aggiusta l’aspetto dell’educato signore napoletano in lino bianco, impeccabile.   
«Oibò» esclama quello, coi favoriti perfettamente simmetrici, mentre ammira, coi dentoni esposti in vetrina per qualche secondo, il traffico sul decumano e si infila con un filo di premura un leggero soprabito: «Si sbrighi, egregio, si spicci, o perderà la prima parte della sfilata! È la più bella! Come tutto il resto!», fa il barbiere e al contempo cerusico del posto, preoccupato nel suo orgoglio patriottico.

Io sarei il prossimo, ma mi avvio! Il bottegaio è vincolato dai suoi elogi e panegirici; un po’ gli scoccia di perdere un cliente, ma deve capire e stira pure un tentennante sorriso. Eh sì, sarebbe un peccato arrivare tardi, non sempre si vedono tutti e quattro gli scheletrici cavalli apocalittici in giro per il centro petroso e grigio, le gualdrappe plumbee, con gli occhi di fiamma e il passo nervoso, gettano fumo e fuoco dalle narici, consumati dai vermi, si vedono i denti che lavorano un morso verderame e muffa. Che bei finimenti! Tutti all’ultimo grido, originali del Medioevo e ossidati all’estremo.

Ognuno, dal canto suo, ricaccia dalla cassapanca di casa lo sgualcito e liso vestito di famiglia e lo indossa per immedesimarsi meglio e scendere per benino nella parte; chi era potatore rimarrà potatore, chi cordaio, cordaio, chi di famiglia vinattiere, vinattiere sia, chi nobilastro, nobilastro e così via. Qui non si va avanti, non si cambia. Chiarine infernali risuonano mettendo i brividi, tamburi intronano il cielo ora rosso scuro e annuvolato di bronzo del posto. La coreografia naturale è stupenda!

«Guarda quello con le mani sopra la testa e un teschio tra di esse», è un penitente. «Quanto potrà resistere, così?»            
«Per sempre può resistere!» Rispondono orgogliosi quelli del posto, quasi un po’ offesi dall’insinuazione che un autoctono possa non farcela più. Un altro porta il gonfalone che fa vela al vento, accelera il passo, trascinato in avanti, pare inciampare, dà un colpo di reni. «Guarda che forza! Non è caduto!» 
«Come avrà fatto?» fanno in molti. L’orgoglio gonfia il petto ai cittadini veraci. Il successivo trascina con immane fatica una lastra tombale attaccata a una catena da fantasma, splendido. Splendido!

Piace a tutti il sangue di chi si flagella, schizza oltre le prime file di spettatori, tra “Ooooh!” prolungati di gradimento. Si ride e ci si segna per buona fortuna con lo stesso; chi non riesce è un po’ deluso.         
Il fumo nero delle torce e dei roghi è inalato dai bimbi, e i genitori scherzano facendo finta di volerli gettare tra le fiamme, le mamme ridono, i pargoli piangono disperati, hanno paura vera, non vogliono ancora morire, non vogliono nemmeno l’inevitabile necrosi mentale tradizionale del posto. Saranno presto operati, però, volenti o nolenti, è tradizione: via il prepuzio o il clitoride e poi lobotomia per i più svegli. Gli altri possono andare come stanno.

Ci sono anche duchi, conti, conti duchi, vescovi, visconti, vescovi conti, in tutte le varie combinazioni araldiche, e vengono pure da fuori molti nobili visitatori a partecipare al gran galà: lì c’è addirittura il discendente del Caimacano di Cipro, un insolente giovane, pure lui già cadavere, violento e sanguinario, a seguire in portantina gli Ospodari di Moldavia, gettando confetti parecchio stantii.        
I Fanarioti greci discutono tra loro, le barbe si muovono appena mentre parlano cauti avvolti in drappi d’oro, la bocca non si vede, coperta, come è, dai peli; ed ecco i curapalati di stirpe fenicia, in vesti pure dorate e di seta, sfarzose. Sfarzose!

I principi dell’attuale Romania raccolgono le ovazioni che meritano, per aver difeso nelle loro corazze scarlatte la cristianità cremisi di morte, per secoli.         
Sono circondati dalle bellissime ed esperte prostitute di Bassora, che occhi! Eccole che lanciano sguardi furtivi e ipnotici ai feroci soldati di ventura alemanni e italici per eccitarli; violenti, sbracati, paiono centauri, rapiscono fanciulle e le inseminano durante il tragitto coi loro poderosi membri sempre eretti, sotto gli sguardi attoniti di mariti cornuti e genitori impauriti e sottomessi. Fa parte del folklore, non ci si può far nulla, e poi sono al seguito del gran paciere Carlo e Delfino di Francia in persona, non vedete il Giglio? Sontuoso! Presuntuoso!      
Le prostitute però non sono per il popolino in visibilio, ma solo per l’orgia nobiliare. «Ci sarà da lavorare stanotte, piccole cagne!» (Sono commenti comuni, tra la calca arrapata di diseredati).

Quest’anno presenzia pure in persona il grande Arconte Bertold di Fessenschtein e Schfarzenfercher, impalatore feroce e infaticabile, giunto coi suoi siniscalchi e langravi di Turingia, Assia e Sassonia; al fianco, a cavallo e in calze di seta e scarpe nere decorate con diamanti in staffe d’oro, merletti in tessuto di platino e brillanti che sbuffano leziosamente dalle maniche, con lui conversa, ironico, colui che viene tradizionalmente indicato come consigliere del Diavolo in persona, il conte Armand-Sosthènes de la Rochefoucauld Doudeauville, abile statista e famoso avvelenatore, nonché massimo esperto di canti gregoriani. Il nero Maestro di Cappella locale, verde d’invidia, abbassa il capo in segno di rispetto e si dispone, proprio lì davanti a tutti, al suo servizio, senza essere calcolato affatto. Scena umiliante!

Si sono degnati di uscire dalla tomba persino Ezzelino III da Romano, violentatore incallito, che agita lo stendardo di famiglia con foga e brama lussuriosa, Obizzo II d’Este, un vero animale, e il pederasta pluriomicida Gilles de Montmorency-Laval, barone di Rais, con la sua stupenda barba blu. Sono molto benvoluti dal Sindaco in redingote scura, che, alla prima occasione, li saluta stringendo, calorosamente, la mano con entrambe le sue, viscido come sempre nonostante il passo del tempo. Riesce a sorridere in modo convincente nonostante sappia siano degli assassini. C’è perfino il figlio minore del Re Acone, Grande Frantuma-anelli di Norvegia col suo fedele Riksdrots.

Qui a ognuno è dato in base a patrimonio e prestigio che ha, le differenze esistono solo in considerazione del censo, i difetti e i crimini vengono ignorati in taluni casi e puniti assai severamente in altri; è così che funziona una società sana e felice, e non certo conculcando le naturali propensioni di ciascuno all’omicidio, alla rapina, allo stupro, o alla ruffianeria.     
Essere dei pezzenti è la maggiore delle colpe, la ricchezza le monda tutte. Basta far finta di non sapere, e tutti appaiono amabili e sorridenti, brave persone. E difatti ecco la processione dei delinquenti, tutti poveracci o nobiluomini decaduti e finiti in rovina, spesso, e a maggior colpa, per ripugnante puntiglio di principio. Un nome? Giovan Battista da Montesecco. Peggio per loro! Alcuni saranno giustiziati prima di cena, per concedere qualcosa al popolino, che li insulta e ricorda i torti passati, per dimenticare e ignorare quelli presenti. Il popolo mangerà costatelle e berrà vino modesto durante le torture, si assicura.

Su un elefante bianco, l’Effendi gioca a scacchi col Connestabile Coppiere di Milano, che perde l’ennesima partita. Che mole la bestia! Spettacolo! È l’unica ancora in vita, dicono. E che spavento! Pare spettrale e fantasmagorica nel suo pallore immane, ma vigoroso di carne solida.    
Con un barrito tremendo assorda l’intera processione, non si sente più una chiarina, e il pubblico, estasiato, applaude ovattato alla bestia indifferente. È completamente coperto di pietre e gemme, lapislazzuli, giada, diaspri, turchesi, ametiste, topazi, è uno spettacolo senza eguali, tutti, ma tutti gli spettatori ai lati della passeggiata emettono profondi gemiti di ammirazione; gli altri nobili sono un po’ contrariati da tanto sfarzo, però. Non avrebbero dovuto esagerare tanto neppure quelli dell’Armenia col loro Nakharar seguito da cento vergini e il terribile squadrone di atleti e lottatori, unti e nerboruti. Le mogli si leccano le labbra, i mariti sono rossi di vergogna.

Il conquistatore spagnolo hidalgo sconosciuto col morione e l’esploratore britannico, del quale pure mi è sfuggito il nome, col pith helmet sono soli, invece; si raccontano le loro esperienze di viaggio cercando di superarsi, mentre sgranocchiano qualche nocella, e bevono del distillato a cavallo, brindando osservati dalla folla in deliquio; non si sa chi dei due sia più sostenuto e presuntuoso, chi abbia il baffo e le movenze più detestabili, ma c’è una competizione in corso tra loro. Si odiano.
Si deridono e punzecchiano reciprocamente con affilata cattiveria, ben dissimulata, non si capisce in che lingua, ognuno la sua, forse, ma anche loro sono infastiditi dallo sfarzo del mastodonte della delegazione Turca, di quella di Cilicia e l’armena, per non nominare le tante altre che non possono vedere dal loro punto di osservazione, ma li fa sfigurare. Forse soppesano se approfittare o no delle prostitute offerte da tali selvaggi, se considerarle un insulto, o passarci sopra. Ma sì! Conviene approfittare! Dico io.

Bisogna provvedere per tempo ai fanciulli necessari per le brame dei sacerdoti; i pazienti mercanti d’un Marzban persiano sono stati incaricati di trattare parcamente con le famiglie più indigenti per gli acquisti.

La città brucia, è in festa, la popolazione è già sbronza di primo pomeriggio, figuriamoci dopo la cena! I nobili mangeranno e fotteranno, tutti si divertono e baciano, accoltellano, mordono, bevono, sudano. Sono tutti già morti, penso, possono fare come gli pare!

L’Imperatore della Cina non è venuto di persona, ovviamente, ma ha avuto la cortesia di mandare molti doni, assieme a sei dei suoi più solerti e anziani funzionari. Li si vede che conversano col vescovo, hanno visto le torture degli eretici in piazza e gli sembrano dozzinali e volgari, loro potrebbero offrire le loro conoscenze di anatomia e resistenza al dolore a sua signoria, se ritenuto opportuno. Non lo è! Se i cinesi ritengono la cultura ospite dozzinale e volgare, gli ospiti, dal canto loro, li ritengono selvaggi e perversi, non c’è dialogo. Veto al lingchi!

L’ultimo dei doni d’Oriente, però, piace a tutti, è lo spettacolo pirotecnico, i cittadini sono impazienti, scalpitano, corrono già di qua e di là per cercare i posti migliori. “Che meraviglia!” Dicono in tanti, ma io non sono certo tra loro.

Mi infilo in una traversa e cerco di isolarmi un po’, tutta quella ressa in guazzabuglio e quello sfarzo mi hanno sopraffatto. Non sarebbe una cattiva idea quella di fare acquisti proprio ora, ci sarà meno gente al mercatino della tristezza, peccato che non m’avanza un quattrino.

Tante le novità di questo primo mese di primavera dove piove col sole e monocorde e fitta scende acqua dal cielo sereno, bagnando col suo rumore le ragnatele fin negli scantinati delle menti di gente che ride ostentando felicità, avvolta in severi drappi neri di cordoglio. Novità di spicco a partire dai decori, le gramaglie sono magnifiche, i crisantemi corrono tutto attorno alla piazza, floridi e rigogliosi; corone di fiori ad ogni angolo.

Teschi e lampade d’ossa, candelieri di scapole, miracolosamente resistono alla pioggia del cuore, bruciando un olio giallo, una sugna spessa e aromatica, dall’olezzo veramente disgustoso. Gli scheletri danzano plastici sui davanzali del Palazzo dei Capitani del Popolo Morto, in una surreale opalescenza fluorescente. È tenebra nera qui!

Tra i marmi e i travertini, le baracche vendono le loro merci, capisci di che si tratta solo quando ci sei vicinissimo, e sei entrato in un cono di luce che da fuori pare sempre lontanissimo e inarrivabile, avvolto nella totale oscurità.            
I commercianti strillano a squarciagola le loro offerte, ma pure loro, da fuori, li senti molto in lontananza, attutiti. «Rantoli bellissimi! Signore e signori; rantoli bellissimi! A venti centesimi l’uno.» Le condoglianze paiono freschissime, vivissime, ancora si muovono.

Costernazione e prostrazione vanno sempre via come il pane! «Mesti, signori, mesti! Sarete mesti, come mai stati prima! Mesti signori, mesti! Comprate la nostra prosternazione d’oltralpe!» È francese!

Ad un angolo, una stufa in ghisa accesa, una vecchina su un dondolo beve brodo da una gavetta di latta ammaccata. Vende epitaffi ed epicedi, epigrafi e necrologi; eccoli ammucchiati alla rinfusa, come libri usati, su un catafalco con una cassa aperta in cima e orlata di pizzi. Alcuni sono molto belli, di carta antica, pergamena, altri plastificati, alcuni decrepiti, altri moderni e brutti.

Scartabellando tentiamo la sorte e ne consultiamo un po’, non sia mai che se ne trovi qualcuno raro:

UN SEPOLCRO ORA BASTA PER COLUI AL QUALE IL MONDO NON ERA ABBASTANZA. – Alessandro Magno.

Un classico!

QUI GIACE L’ARETIN POETA TOSCO CHE DISSE MAL D’OGNUN FUOR CHE DI DIO SCUSANDOSI COL DIR NON LO CONOSCO. – Pietro Aretino.

Quanto tempo!

QUI SONO SEPOLTI I RESTI DI CHI POSSEDEVA BELLEZZA SENZA VANITÀ, FORZA SENZA INSOLENZA, CORAGGIO SENZA FEROCIA, E TUTTE LE VIRTÙ DELL’UOMO SENZA I SUOI VIZI.

S = k log W – Ludwig Boltzmann.

Eh! La scienza!

HIC CINERA UBIQUE NOMEN. – Napoleone Bonaparte.

Un po’ protocollari fino ad ora, li conoscono tutti…

D’AILLEURS C’EST TOUJOURS LES AUTRES QUI MEURENT. – Marcel Duchamp.

Sempre divertente!

WIR MÜSSEN WISSEN. WIR WERDEN WISSEN. – David Hilbert.

Non so bene il Tedesco.

DER BESTIRNTE HIMMEL ÜBER MIR UND DAS MORALISCHE GESETZ IN MIR. – Immanuel Kant.

Questa però la sanno tutti!

OSSA DI FILIPPO OTTONIERI NATO ALLE OPERE VIRTUOSE E ALLA GLORIA VISSUTO OZIOSO E DISUTILE E MORTO SENZA FAMA NON IGNARO DELLA NATURA NÉ DELLA FORTUNA SUA. – Filippo Ottonieri.

Oh! Chi c’è! Filippo Ottonieri! Che forte! Quasi quasi lo compro…

AND ALIEN TEARS WILL FILL FOR HIM PITY’S LONG-BROKEN URN, FOR HIS MOURNERS WILL BE OUTCAST MEN, AND OUTCASTS ALWAYS MOURN. – Oscar Wilde.

Non poteva mancare Wilde.

La lettura non va più tanto di moda, si preferiscono gli oppiacei, fumi e vapori, anche gli incensi vanno forte, ma tutto biologico, per carità! Una nebbia fitta e densa, si leva da una delle bancarelle meglio assortite e ricche, si può provare la merce prima di comprarla, loto nero, loto nero dello Stige, nepente o acqua di Lete, oppio orientale. Nessuno sorride, nessuno parla, gli scheletri danzano sulle balaustre, mi gira la testa, esco dal cono di luce. Non mi sento bene! Capitombolo e mi rialzo. Non sento niente!

Più avanti un robusto signore baffuto a manubrio, elegante, ma roccioso come un vecchio forzuto che alza palle di metallo per allenarsi, sta seduto su un biciclo antico; vende cordiali e amaretti, confetti e pistacchi, ratafià e marzapani. Delicato, quel commercio per uno come lui. Non so se la frase m’esce di bocca, o è solo un mio pensiero, lui mi infila un confetto tra i denti, autoritario, ma gentile a modo suo. È noce, uh-mmm, sì, sa di morto però.  
No!     
È che siamo vicini al chiosco di mummie e bende, gli unguenti emanano un tanfo bestiale, resine, garze, tappeti, e dei loschi tipi orientali ossuti e col nasone che armeggiano con una caldaia piena di un liquido che bolle come pece, con bolle rumorose e che evocano un colloso dolore eterno. Non riesco a evitare di pensare che potrei finirci dentro e ustionarmi di brutto. Me ne vado, ma più che altro per il tanfo.

Stiamo uscendo un po’ dalla calca, considerevole nonostante la processione, da una tenda enorme che occupa buona parte di quella zona della piazza del Popolo Morto, si sente nitrire. È che vendono carrozze nere, lucerne, lumi, lumini, decori, e accessori per cavalli, gualdrappe, finiture, redini. Guarda che pennacchi! Oggetti molto belli, in materiali costosi, e dentro al tendone c’è anche una coppia di enormi cavalli neri, devono essere frisoni. Ecco che uno con un calcio distrugge un candeliere, un doppiere d’oro massiccio a giudicare dalla faccia e dalla disperazione del mercante.       
Mi fanno paura gli animali, e poi i cavalli oltre a scalciare mordono pure, passo alla larga.

Cornici d’argento, un’ampia scelta di foto postmortem. Da un lato un vigoroso vecchio col cranio tondo e ben rasato, aspetta, leggendo un giornale, di essere consultato e tirar su qualche soldo con uno scatto da fornetto. Non m’è mai piaciuta la fotografia! In bella mostra, a fini decorativi probabilmente, tra tende rosso sangue, campeggia un dagherrotipo. Accessori per la fotografia. Una bara aperta per scatti di prova.

Vetri colorati per vetrate di tombe!  
Pire! Enormi pire montate a domicilio dai boscaioli locali.  
Badili e attrezzi da scavo. Un po’ misera la bancarella.

Questa invece è bella, elegante, sartoria italiana di qualità: “da Guarnelli, NA” Cappelli a cilindro e marsine, completi da becchino e per il defunto, all’occorrenza per i familiari più esigenti; “Fornitore della Real Casa”, mecojioni! Solo moda maschile però, per le dame c’è un altro stand più avanti: “Il Funerale Elegante. Splendidi abiti per funerali e ricevimenti di classe”.

È pieno di corvi; ci sono corvi ovunque per la piazza. Guarda che schifo! E che suoni fastidiosi! È che la gente ha la cretinissima mania di lanciare il resto dei pasticcini in cialda friabile a terra, non esiste becchime più invitante, con la granella di nocciole dentro!

Ecco quello che cercavo, il posto dei dischi! Finalmente! Cerco una prima edizione di… ma no! Hanno solo requiem! Chiedo, ma… non c’è speranza, se mi interessa c’è del canto gregoriano. No, non mi interessa. Remixato? Peggio! Epicedi e necrologi letti dal grande attore tragico Carmelomale… No! No!

Lo sapevo! Eccola, guarda qua! Tutte queste storie per prendere una accidenti di Laurea in tanatoprassi! Tra tutte le persone che potevo incontrare… proprio lei! Mi mette di cattivo umore. Mi serve un caffè amaro. Nero come la pece!            
Il posto che è al lato più vicino della piazza è rinomato proprio per il caffè, è proprio tra l’esibizione di medicina legale e l’esposizione di tassidermia. Lo bevo… ha un sapore sabbioso, pare polvere. Inizio a tossire, fumo troppo! Appena esco vedo la scritta: “il fumo uccide, fumate!” Accendo subito una sigaretta! E tossisco peggio.

Vorrei distrarmi con lo spettacolo degli anatomopatologi, ma, accidenti, ecco di nuovo lei! Come mi giro la trovo! È dai tempi del liceo che non la incontro. Tutta vestita da funerale, che guarda, con l’espressione poco intelligente delle donne di qui, oggetti nel vicino chiosco di “Bare, Sarcofaghi, Feretri, Urne Cinerarie”.

Che bella è ancora! Non riesco a smettere di guardarla! Che sia stramorto qualcuno in famiglia? Pare molto interessata a un lussuoso cataletto, beh, i soldi non le mancano! Forse è solo per fare shopping che sta lì.

Ecco lo sapevo! Il languore! Adesso ho già tanta strana nostalgia, che vorrei poter dipingere con le parole il sentimento della giovinezza meglio di come farebbe un pittore col suo pennello.
Ricordo ancora tutto così sospettosamente bene, vorrei rivivere e far rivivere il passato, trovare il modo di descrivere l’amore, come fosse un’immagine, attraverso le mie frasi. Eh sì, erano gli anni, gli anni dell’amore, i dolci, dolci, dolcissimi anni dei tristi e ingrati amori liceali, ormai spenti.

Non potrei dire di essere stato innamorato solo di una delle mie compagne di scuola, erano tutte, tante di loro, così belle, così giovani, belle come delle eclissi totali, che non ho mai saputo decidermi. C’erano Anna, e Vanessa, bellissime. Chiara, così delicata, pallida, Arianna, Barbara, Valeria, Francesca e tante altre ancora, io le amavo tutte.

Erano tutte altezzose, di solito appartenenti all’alta società, e tutte morte giovanissime, da adolescenti, come si conviene che sia nelle buone famiglie; vivevano nei fornetti più lussuosi della città, o addirittura in grosse catacombe e mausolei del centro. Il padre di Anna li aveva costruiti, imprenditore facoltoso, le altre, figlie di avvocati, notabili, camerlenghi. Solo una di loro era di estrazione semplice, e viveva in un antico lucernaio, un posto comunque carino qui in questa città di spettri, buio, lugubre, tetro e alla moda; mi invitò una sola volta, assieme a tutti, per il tipico complemorte coi compagni di scuola. Ci andai, ma non è che mi sentissi a mio agio.

Che scheletri ragazzi! Al solo ricordarli vibro e fremo ancora di passione e lussuria, che ossa, che scheletri snelli e sinuosi, dai femori lunghi un chilometro, dei cadaveri da brivido. Al tempo non so cosa avrei dato per poterle penetrare, ma che dico? Anche solo poterle adorare, per ore ed ore! Erano marce! Marce fino al midollo! Completamente decomposte dentro, frollate a dovere e putrefatte come solo poche altre della Città della Tristezza.

Il livor mortis, la pelle azzurrognola che si illuminava al neon del gabinetto da autopsie del Liceo, era impareggiabile, pareva fossero morte da poco. Usavano esiguo trucco all’epoca, non si tingevano i capelli. Ancora, quando capita di incontrarle a volte, il tempo è passato, siamo tutti cambiati, forse ora usano qualche necrocosmesi in più, ma sembrano comunque e sempre, sempre dei cadaveri freschi, sono mummificate a regola d’arte. Timido, ancora, le guardo, tra me sussurro: «Siete sempre bellissime, dee!»

Usava all’epoca di decorarsi con alghe marine, come se si fosse morti in mare, e sporcarsi di bava e rigurgito salmastro la tunica da obitorio. Io non ero ancora morto all’epoca, per quello non mi consideravano, inoltre ero particolarmente timido e riflessivo. Pensavo troppo, ero un disadattato e un emarginato, ecco che!

Solo uno ogni tanto, di noi non del tutto morti ancora, aveva la fortuna di poterle frequentare, ma di nascosto; doveva essere meraviglioso poterle toccare, sfiorare, annusare da vicino. Qualche amico mio -pure loro solo mezzi morti a quei tempi- è riuscito a stare con alcune di quelle cadaveriche dee. Li invidiavo, morivano tutti subito dopo! Io ci misi un bel po’ a morire, e non chiedevo mai come fosse averle vicino, poter inalare per bene quell’odore di ammoniaca che io potevo sentire solo da lontano. Mi eccitavo al solo pensiero di quel forte afrore di NH3, che colava dall’interno coscia, la sacca vaginale ne era piena, e pure di placenta marcia, aborti sfaldati, ovulazioni sanguinolente raggrumate e espulse in anni. Erano tutte stupende, le avrei baciate e leccate per ore.

Le ragazze della città di spettri sono tutte, quasi tutte, molto carine, le percentuali sono altissime, va riconosciuto; in tutte la necrosi neuronale è sempre perfetta e permanente, non un solo pensiero affolla i crani e le sinapsi immote di quei piatti cervelli decomposti; moralmente sono tutte ugualmente fradice e corrotte, putrescenti fin nel profondo di quella leggendaria zona del corpo che si usa chiamare “anima”, ma nelle mie compagne di scuola non solo erano perfetti i fenomeni abiotici immediati, ma, cosa davvero rara, erano meravigliosi anche quelli consecutivi: fredde, rigide, gelide, del tutto disidratate e secche come stoccafissi scandinavi, puzzavano come kæstur hákarl islandese. «Benedetta sia la degradazione di adenosintrifosfato, e benedetti i ponti chimici tra le proteine muscolari!» dicevo spesso tra me e me dopo aver studiato sufficiente chimica de compositiva, per poter capire di queste faccende.

Vanessa era la più atletica, aveva un rigor mortis di marmo! Snella, non aveva i sarcomeri accorciati dalla sua contrazione muscolare. Barbara possedeva una ipostasi dalla leggera sfumatura marrone, da clorato di potassio, che era invidiata da tutte. Che lividità! Chiara doveva essere delicata e morbida come burro caldo per quanto era putrida, ad averla sfiorata le sarebbero cadute le braccia a terra, il rimanente della carne si sarebbe staccata e sfaldata tra le mie mani se l’avessi toccata: me la sarei mangiata, per quanto la desideravo! Valeria era macerata e rancida in modo particolare; era l’alternativa della scuola, solitaria, precursore delle dark e le emo, era crepata suicida, strangolatasi con i lacci delle Converse, ci disprezzava tutti. Federica era ricca e promiscua, perversa e cinica più delle altre, stava con un tossico deceduto di overdose; Francesca giocava coi sentimenti dei vivi, era così meravigliosamente crudele!

Tutte le altre provavano a imitarle, ma non erano altrettanto marce, marce dentro. Putrefatte come loro nessun’altra! Tutte avevano, sì, i denti color dell’ebano, l’aria caliginosa, e tetraginosa, tutte vagavano insuperbite come è tipico del posto e non ti fissavano con quegli occhi gialli e sanguinanti, alcune erano gonfie e marroni, d’accordo, altre strangolate con filo da pesca, o forate da lame, trafitte da spade, o col collo spezzato e il capo penzoloni da un lato per un incidente, ma nessuna eguagliava quell’élite dorata del liceo classico della Città della Tristezza. In nessun’altra scuola c’erano tali giovani bellezze morte e in tale dovizia.

Tutti noi, ancora vivi e moribondi, emarginati dalla società dei ricchi e già deceduti, maceravamo lentamente di desiderio, non si osava rivolgerci a loro, ma pavidamente, qualcuno in bagno e di soppiatto catturava a volte un’istantanea, una lastra a raggi x, uno spettrogramma dei loro corpi putridi e si finiva di corsa in carbonaia a condividere il bottino tra fuliggini torbate, e a masturbarci ferocemente fianco a fianco, confidando gli uni agli altri i nostri desideri più reconditi e arditi, i propositi più folli e sfrenati: amplessi e necrofilia, proibiti kamasutra necrologici, sadismo e torture postmortem.

Quando le belle apparivano, come danzando a un metro dalle lastre del pavimento, sinuosamente con loro i brandelli di lino ondeggianti alla brezza pre-estiva, le grassottelle secchione schiumavano e saponificavano di rabbia; non erano in grado di competere, le loro autolisi e l’auto digestione che le divoravano internamente, le gonfiavano e facevano esplodere i gas dai ventri inflati e deformati, orribili e scuri di marciume. Noi maschi, in un afflato di disio rimanevamo muti e spenti, la lingua ci tremava in bocca.

All’epoca eravamo tutti troppo timidi, e se una di loro faceva tanto di posare un suo occhio glauco su noi morituri, magari mentre si era accinti a declamare stentati e impacciati, ad alta voce, qualche passaggio famoso di tragedia greca, o della Divina Commedia, gli accessi tipici di somatizzazione ci attanagliavano senza requie, la nausea ci soffocava all’odore della putresceina, della cadaverina e delle ammine, e finivamo per vomitare copiosamente davanti a tutti, era irrimediabile, con getti abbondanti e virulenti, rumorosamente. Tutti ridevano allora, umiliati pubblicamente!

Il caduco professore di necrosi e letteratura, dalla pelle di cartapecora tarlata e ingrigita, i denti visibili fino ai molari e il teschio ancora adornato di qualche rado, arruffato e orribile capello bianco su macchie di vecchiaia, andava su tutte le furie. Morto stagionato, non capiva le nostre ragioni e la diversità generazionale non faceva che ergere la sua barriera comunicativa con quel vecchio e polveroso cadavere da biblioteca. Stringevamo i denti e stiravamo un forzato sorriso per non ricominciare a rimettere, fingevamo di essere indifferenti al fascino della morte.

Spesso in punizione, seduti tra i banchi più lontani, dagli ultimi posti, ammiravamo dalle spalle le nostre desiderate e inarrivabili compagne, mentre erano intente allo studio senza speranza, immerse come erano nella loro completa morte cerebrale; ecco che qualche bigattino faceva capolino civettuolo dalle piccole orecchie cerulee, i capelli erano sempre ben incrostati di salsedine o fango, il sangue a grumi sotto le unghie spezzate, i tagli sempre perfettamente marcati da croste di sangue scarlatto o nero. I muschi e le macchie di muffa prosperavano su colli e corpi marcescenti, e nulla era mai lasciato al caso, neppure le macchie bluastre e nere sulle spalle in evidenza dalle bretelline, gli ematomi gialli, finti o persino veri che fossero e provocati ad arte.

Qualcuna, di nascosto dallo sguardo cieco della acida professoressa di mortematica, piena come era di ragnatele nelle orbite vuote, o del reverendo insegnante di tanatologia sacra e filosofo decostruttivista, il più severo e anziano di tutti coi suoi duecento anni di esperienza docente, si faceva le unghie di mani e piedi, grattando terra di camposanto contrabbandata e spacciata fin dentro la scuola dai più intraprendenti dei bulli già deceduti. Allora a volte, in primavera, si faceva cadere a posta il lapis al suolo, per chinarci a guardare da vicino i sandali e il risultato della decorazione. Non avremmo trovato altro sistema, di rado venivamo invitati alle funeree feste in cappella.

Adorabili cicatrici adornavano il volto di quelle bellezze, ricordo ogni punto di sutura degli spacchi da tavolo operatorio che percorrevano con sofisticata arte di laboratorio le scollature abbondanti e incise a Y di Chiara e Anna. Un accurato e costoso procedimento medico-chirurgico che solo le più benestanti possono permettersi ancora oggi. L’anatomopatologo aveva fatto eccellenti lavori anche su Federica, che però brillava più per la sua stupenda acidificazione naturale dei tessuti.

Ma più vivido e concupito, ad essere franco, è un ricordo in particolare tra tutti, quello delizioso di come lo sparo di pistola aveva cauterizzato l’epidermide del collo di Vanessa, rendendola affascinante come solo le imperfezioni, i nei, sanno fare.

Prima delle lezioni di anatomopatologia della Grecia classica o di filosofia del decesso latino, si intingeva la penna nel calamaio, e si tracciavano lettere d’amore con nero di seppia. Lettere che non sarebbero mai state consegnate, perché loro le avrebbero schifate. «Sono un poeta, sono un poeta» gridavo dentro me, invano e da patetico adolescentello incompreso: «Sono vivo ancora, sì, ingenuo, sì, povero, ma sono un poeta! Che questo non significhi nulla per voi? Sprezzanti e algide bellezze di prezioso sarcofago!» Oggi rido, ma no! Cagne maledette! Non contava nulla, come nulla conta ora! Ora lo so, ma ora siamo morti tutti ormai, da tempo, e come si sa, siamo tutti pari ora, e nessuno ama più nessuno.

I ricordi mi rattristano sempre. Lei mi rattrista sempre! E rieccola! Non mi lamento però. Anzi, meglio! Col tempo si arriva non solo ad accettare, ma anche ad amare la sofferenza del rifiuto, la solitudine, io adoro ormai essere niente, il più vicino al niente possibile, al più uno spettatore; non mi sento fatto per esistere, non fa proprio per me! Eppure lei ancora un po’ mi indispone, devo essere franco. Che ci devo fare?

Quasi quasi ci provo con la longilinea barista del caffè di sabbia, però; faccio finta di essere un galantuomo e non di voler solo fare a chiodo scaccia chiodo con lei e trascinarla surrettiziamente nella fornicazione; la tratto bene, la porto al cinema muto, o alle ombre cinesi, ci prendiamo un bel calice di Lacrima, giusto per stare un po’ in compagnia, che diamine! Ci sono dei bei fiori da corona, gladioli, rose nere e crisantemi. Carpe diem! Mi viene in mente di comprare proprio uno di quei bei crisantemi e andare da lei ad invitarla. Vecchio stile. Lo faccio. Non ci sta.        
L’old school non va di moda, è troppo avanti per questi grezzi…

La pendola in salice del caffè batte le sei. La gente sorseggia tea e frantuma pasticcini con avide ganasce a trentadue cilindri, un gatto bianco guarda irritato.       
Basta, su! Ora mi sento troppo vivo e attizzato, per non essere del tutto fuori posto qui; meglio che mi avvii verso il viale dei cipressi, la festa serale non me la sento più nelle ossa proprio per niente, tutta quella gente, volgarità, in effetti non m’è mai piaciuta; preferisco rilassarmi e recuperare la mia beata indifferenza con una tranquilla e solitaria passeggiata al Giardino Botanico, e la sua interessante e prestigiosa Serra dei Veleni. È un posto sempre così placido e pacifico, oscuro e silente; e dopo il tramonto fino al crepuscolo, quando è ormai muto anche di luce, è il momento migliore per goderselo.

In un certo senso è come fare una crudele lezione di storia, alcuni vegetali, coi loro principi attivi, hanno avuto ruoli decisivi nel plasmarla, si pensi solo all’impatto della strychnos nux-vomica da cui si estrae la stricnina, non fosse altro per lo sterminio di fastidiosi roditori; o anche meglio la cicuta maggiore o conium maculatum, che, con la sua brava coniina, ha eroicamente provato a liberarci di altri ratti, quelli della tanta cattiva filosofia, pretenziosa e fatua, agendo, quale alcaloide neurotossico, sulle sinapsi neuromuscolari di un vecchio arrapato pedante, a -piuttosto inutile- monito per tutti gli altri.        
L’aconito si usa dai tempi del mito, dal ricino comune viene pure il celebrato olio per usi diuretici e politici; la digitalis purpurea, la mia preferita, porterà al camposanto, nel 1329, Cangrande I della Scala, signore di Verona e patrono di Dante a cui egli dedicò quel pazzesco monumento di assurdità che è il Paradiso. In serra, si può ammirare la sinistra bellezza dell’atropa belladonna, il vegetale più famoso della buona vecchia farmacopea di una volta, o lasciarsi sedurre dall’apparente innocenza delle appartenenti alla famiglia delle datura, la metel, o noce metella, con fiori che squillano la loro presenza come tube del demonio, la inoxia amata dagli sciamani indiani, e lo stramonio, con i suoi alcaloidi allucinogeni, scopolamina e atropina.           
E c’è pure il celebre ranunculus sceleratus, più che altro notabile per la bella etimologia greco-latina di “rana malvagia”, o forse “infestante”, già che si parla di botanica, e conosciuto per il suo sciagurato effetto su chi ne ingerisca gran quantità, ed è forzato dagli spasmi a quel riso convulso detto “sardonico”, fino ad assumere la sinistra espressione facciale cadaverica a denti digrignati che è tipica anche dell’avvelenamento da tetano. È da lì che poi s’è generato il riferimento specifico a quella forma di detestabile sarcasmo dai tratti amari e maligni.          
Forse non mi andrebbe male un po’ d’oppio da papaver somniferum, per il proseguo della notte, lì c’è pure questo e si può acquistare, anzi, è raccomandato farlo! C’è il distributore automatico: mescalina, cannabis, coca… tutti lì!

Appena metto piede nel viale, però, una pesante gazzozzola mi centra proprio sulla testa. Che male! Non è proprio giornata, su!   
Me ne torno a casa! Di certo non metterò piede al Club. Lutto privato stasera! Mi infilo sotto la lastra, con la mia bella lapide di marmo sulla testa, nel mio piccolo sepolcreto di periferia e chi s’è visto s’è visto… o forse, anche meglio da dirsi… chi non muore si rivede.

Sì, ci si rivede! Sicuro. Alla fin fine anche stavolta il mio dovere l’ho fatto, perché lo sanno tutti, non puoi evitare di rendere omaggio alla festa patronale della Città della Tristezza se ci sei nato, magari in quella giornata di marzo, al buio pesto di un tiepido pomeriggio dove, come sempre, piove a dirotto anche col sole e monocorde e fitta scende acqua dal cielo sereno bagnando col suo rumore le ragnatele fin negli scantinati della mia mente non più in grado di ostentare felicità e confinata in quel posto dove nessuno vorrebbe mai stare, e dove rimbalzano ovunque echi di dolore e terrore, incomprensione e fastidi.   
Quel posto in molti lo chiamano casa, e, patrioti per forza, fanno finta di amarlo. È un posto azzurro, dall’aria innocua e indifferente, che nessuno sceglierebbe di visitare. Si è soli in compagnia, si è tristi in allegria, si è spenti nella fatica e nel movimento. I suoi mari verdi, cieli blu, lune gialle, e monti piovosi, non ti distraggono dal tuo niente, così insistente; e ciascuno vale la tenebra fitta di quel poco per cui può servire, né un alito di più.          
Questo posto, al di là della palla arancione, davanti al sipario nero dell’universo, è un mondo di egoisti che non si bastano, di istinti e di imposizione, e tutti lo odiano, ma sono costretti a tenerselo stretto.          

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