PILLOLE DI DANTE, Appendice II, INCONGRUENZE: CENNI, IN PARTICOLARE SU VIVI E ANIME DEI MORTI.

Questo post è concepito come appendice (ce ne sono altre) alla rubrica “Pillole di Dante” dato che né per estensione, né per contenuti (si formulano alcune riflessioni personali assenti nelle pillole) rientrerebbe nei parametri “ortodossi”.

Lo dedico alla dolorosa scomparsa della mia amatissima zia Franca.

È molto noto come la struttura “fisica” della Commedia sia stata elaborata con accuratissima, dotta e bizzarra concretezza (espediente usato, con altri, anche al fine di suggestionare il lettore inducendolo a pensare al viaggio ultramondano come a un accadimento realmente verificatosi).

Ciò contempla indicazioni orarie soventi e precisissime, spesso di straordinaria eleganza, e addirittura misurazioni di luoghi infernali in miglia fiorentine che, però, sarebbe impossibile far quadrare con le dimensioni globali che l’impianto geologico dell’epoca presuppone. Per non parlare dei disumani tempi di percorrenza dell’intero viaggio rispettando tali dati spaziotemporali.

Ma, tra le discrepanze dell’intera vicenda, vi sono anche vari passaggi, tutti notissimi, che mal si coniugano con l’assetto e le regole generali dei “luoghi” visitati nell’opera e le leggi divine in essa enunciate e vigenti. Uno di essi, tanto per fare un esempio non dei più significativi, è la “nudità delle anime” dannate, che specie in uno specifico luogo (ruffiani e seduttori) viene ribadita come si trattasse di qualcosa di particolare del posto, o per lo meno è stranamente messa in risalto.

Altra questione vessatissima e di estremo interesse e difficoltà sarebbe il rintracciare i fili precisi, o almeno avere un quadro esaustivo, della consistenza delle anime, dato che a volte esse paiono, e sono esplicitamente, senza peso ed eteree: non appesantiscono la barca dove salgono, è impossibile abbracciarle (succede in purgatorio all’incontro con Casella), mentre in altre occasioni paiono solide e soffrire già fisicamente le pene che, invece, sempre per inappellabile prescrizione divina, saranno tali (fisiche) solo dopo il recupero del corpo umano che avverrà alla fine dei tempi (Dante tira per i capelli un traditore, potrebbe togliere il ghiaccio dagli occhi di un altro, Alberigo, e non lo fa, etc.).

Probabilmente buona parte dei problemi in tale ambito dipendono dalla inestricabile e ingestibile questione che attiene, in modo necessario ed endogeno, a qualunque rapporto si voglia immaginare tra fisico e spirituale. All’ora di prevedere un qualche punto di intersezione tra questi due “mondi”, dei quali conosciamo con certezza solo il primo, si presentano problematiche, nella sostanza, analoghe a quelle di ben altri ambiti della creatività umana, dai film horror, alle leggende e storie di morti viventi, le cui meccaniche, per quanto sforzo si versi nella loro elaborazione, anche appellandosi alla miglior scienza, lasciano sempre un ingente contenzioso di dubbi irresolubili.

Ma una questione in particolare della commedia, nel rapporto tra vivi ed anime morte e gli spiriti dell’oltremondano, è affascinante, quand’anche pure essa poco chiara. E riguarda l’atteggiamento diremmo “psicologico” o emotivo che esse anime paiono avere all’ora della vista-incontro con un vivo.

La presenza di un uomo all’inferno non pare mai sgomentare o spaventare le anime dei dannati, ma provoca, invece e in genere, certa irritazione o ostilità negli spiriti che le piantonano, puniscono, o seviziano. Vale a dire: quando Dante incontra i dannati e ci parla essi possono essere più o meno gentili, meravigliati, possono stizzirsi, stupirsi della presenza di lui vivo, o usare il sarcasmo etc., ma non paiono mai sgomenti e meno che mai spaventati dalla sua presenza.

Farinata, per esempio, è lui a intimorire con la sua voce il pellegrino, ma non pare affatto intimorito a sua volta, come non doveva mai esserlo stato neanche da vivo. Anche Ciacco si rivolge per primo al pellegrino, incuriosito, etc. Qualche anima dannata lo tratta con evidente stupore, per esempio ser Brunetto, o con curiosità per esempio Guerra, e compagni.

I diavoli e demoni, invece, per tendenza cercano proprio di ostacolarlo, come succede al di fuori di Dite, o con Caronte, o con Minosse etc.; la brigata di Malacoda addirittura arriva ad inseguirlo. Insomma, l’esercito di Satana certa diffusa ostilità la mostra.

Nella prima parte del purgatorio, invece, all’autentico e reiterato stupore delle anime salve e in attesa di penitenza, si aggiunge anche certo spaesamento e meraviglia, che ha note di sorpreso timore. Lo stupore, permane per tutta la cantica (fino a Forese, o Guinizzelli), mentre quel certo sgomento iniziale dai toni quasi timorosi e lo spaesamento, svaniscono ascendendo il monte e specie accedendo alle cornici di pena.

Pare quasi che chi sia in penitenza non possa spaventarsi più, o forse che la pena stessa lo assorba completamente nella sofferenza e non se ne possa aggiungere di altro tipo (anche avere paura è soffrire). Per i dannati si può arrivare ad immaginare che chi è all’inferno non possa più avere paura d’altro. Chi è salvo, e ormai si è ambientato e conosce il percorso da intraprendere, sa cosa deve sopportare, e non potrebbe intimorirsi più di nulla. D’altra parte i salvi gioiscono delle loro pene!

In paradiso non c’è, come è ovvio, posto neppure per il minor sgomento o meraviglia, i beati sono saldi e onniscienti, assolutamente felici, interagiscono col poeta in un modo limpido, franco e privo di incertezze.

Forse delle tre situazioni, l’atteggiamento più tenero e commovente lo assumono le prime anime purgatorie, che si meravigliano fino quasi a palesare quel sottile filo di timore per il fatto che un vivo possa essere lì tra loro, pensando, chissà, che le regole divine subiscano una qualche incomprensibile sospensione. Con ciò abilitano nella mente del lettore un subitaneo paragone con la situazione opposta, del vivo che incontri un morto, incontro che, anche dovesse trattarsi di persona assai benvoluta, farebbe comunque palpitare il cuore nello spavento.

D’altra parte il destino purgatorio pare, specie nella prima parte, e più delle altre sorti, una specie di temporanea e disorientata, sgomenta, prosecuzione della vita terrena, e con essa conserva quella strana e irrazionale, ma emotivamente irrinunciabile e amorevole interazione tra i due mondi: di vivi e trapassati.

Le anime del purgatorio chiedono che si preghi per loro tra i vivi, e ricordano i loro affetti e le loro vicende umane, così come anche il più razionale di noi si sarà trovato in alcuni momenti della propria esistenza a dialogare intimamente, se non proprio a parlare ad alta voce, con un caro congiunto estinto, o con un amico scomparso, e di cui senta la mancanza.

Siamo indotti per natura, dalla paura della morte e dalla sofferenza per la perdita, e culturalmente, per educazione, da Dante stesso e da una costruzione infinita di miti e leggende ancestrali, a raffigurarci una morte che non recida del tutto il filo che ci lega ai nostri amati. Non solo speriamo (alcuni credono) in una vita dopo la morte, ma anzi immaginiamo i nostri cari lì ad attenderci e pensarci, ancora preoccupati per noi, in grado di avere notizie e gioire, o proteggerci.

Tutti probabilmente, anche chi è sinceramente scettico, o è convito che né l’estinto lo possa sentire, né esista più del tutto, hanno, nell’irrimediabile sofferenza dell’abbandono di chi si vuol bene, continuato a sentirlo vicino nell’assenza e nel mutismo, in grado di gioire ancora e ricambiare la preoccupazione e l’amore che si continua a provare da questo abisso all’altro.

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