Insetti

Se potessi scegliermi un’impresa per cui divenire celebre nel mondo, sacrificando ogni altra ambizione, vorrei essere ricordato come colui che ha estinto tutti gli insetti del pianeta. Sterminare tutti, aracnidi compresi.

Tra essi c’è il più pericoloso animale per l’uomo, sapete; “salverei milioni di vite e fastidi”: la zanzara. Chi potrebbe biasimarmi? Ma non è questo il punto e non mi importa.

E subito dopo, ecco il mio acerrimo odio per le formiche, vili e disciplinate, che nella forza del numero divengono loro malgrado un simbolo, trascendendo quell’esistenza inutile e inconsapevole che gli è propria.

E così via, tutti gli altri esserini piccoli, brutti, patetici, stupidi, affannati, praticamente ciechi e meccanici.

Urtano ancora e ancora e ancora contro i vetri, poi paiono indispettiti, allora emettono un irritante e inane ronzio di protesta; girano in tondo, e in tondo con la loro tediosa nenia nelle ali trasparenti, esasperanti, pieni come nessun altro dell’inutile, insopportabile fatica di vivere; quell’agonia, quello strazio noioso e sottile che non ti abbandona mai, se li osservi, e pare soffocarti.

Sono attaccati alla terra; si muovono rapidi eppure sono lenti, si agitano smaniosi, sono repellenti; a volte li trovi fastidiosamente rumorosi, più spesso infidamente silenziosi. A volte sono troppo agili e indisponenti: “suvvia, fatevi ammazzare senza storie!” Altre goffi e ridicoli: minuti e minuti di fatica per l’osservatore, per scalare una parete… che non conduce in nessun posto!

Qualunque sia la loro condotta essa è ripugnante e sbagliata. Alcuni sono infestanti. Molti di loro hanno morsi inutilmente irritanti, persino letali. Persino per l’unica specie autocosciente del pianeta, l’unica che conta: la mia.

Sì, da loro dipendiamo per la nostra stessa vita! Ma c’è un’altra cosa sopra tutte che detesto di queste bestie maledette, nel mio pensiero infine, sì, infine orgogliosamente “innaturale”: esse mi ricordano me stesso!

Mi ricordano gli uomini e le loro inutili lavori; i loro ritmi che tendono spontaneamente, in modo predeterminato e a orologeria, a inevitabile dolore, all’esagerazione, allo spasmo; senza che si riesca a usare la razionalità per smettere di farci male a vicenda e da soli. Per giunta senza che tutto ciò, nella stragrande maggioranza dei casi, abbia un pur minimo scopo, un fine, presupponga un miglioramento qualsiasi.

La recita del diritto, la peggiore, la recita della ritualità, la più falsa, la recita dell’altruismo, quella della famiglia, della socialità, dell’arte, della tradizione…

Il ronzio di parole. L’inadeguatezza delle dimensioni a aspettative, appetiti e desideri!

Gli insetti mi accusano più, oh sì, assai più della caccia del leone, del volo dell’aquila, dell’urlo dell’orso, del canto dell’uccello o del cetaceo, persino più dell’eroico salto del salmone, del fiero guerriero celta Cu Chullainn. Ridicolo, sì, quel salto eroico, e inutile davvero: “perché mai risalire la corrente, stupido pesce? Ma muori tranquillo alla foce!”

La mia specie è una specie di sintesi, un compendio di entomologia, di scarafaggi e ragni velenosi, di mantidi e di formiche, di stercorari e di utili api, calabroni, cavallette e cimici, ed io, li detesto tutti!

Ma noi guardiamo con superiorità tutto il resto, dall’alto: la mosca che gira per la stanza a primavera, senza sapere che tu sei lì e che lo sai che lei c’è, esiste. Non sa che gli hai pure dato un nome, come può saperlo? O che stai per avvelenarla. Non ha senso il nome per lei, minuta, nera, con la proboscide succhia cadaveri, attratta dallo sterco come dal miele. Non ha nemmeno la grazia, la tenerezza che di solito accompagna le dimensioni.

Mi umilia il pensiero che come io guardo il frutto maturo che cade sul formicaio spappolando vari abitanti di esso come un meteorite, e rido per farmi forte e fingermi in diversa situazione, con “ben altro controllo” sul mondo, rido della loro stupidità, impotenza… ci sia qualche essere che vede le nostre, le mie di disgrazie, così banali ed evitabili per lui e rida anch’egli. Perché non vale nemmeno la pena di avvisarmi, darmi una mano, spostare la mela. Gonfio, roseo, ammasso di carne tenera e ripieno di flaccida trippa vermiglia e scura, che puzza.

Che viviamo a fare nella nostra ansia senza scopo? Maledetta! Stramaledetta Natura! Ah, che arpione ti piazzerei sulla detestata gobba bianca e bitorzoluta, se sfiatassi visibile da qualche parte! Come ti odio! Te e le tue creature, i tuoi luoghi, i monti, i deserti, i pianeti, le sinistre stelle e la loro fredda luce lontana.

Ma se sapessi che qualcuno, pure fosse il sole, mi guardasse come io gli insetti e me stesso, per rabbia e impotenza di non poter vincere una lotta impari, mi ucciderei immediatamente, per la vergogna!

E poi non voglio essere più costretto ad esistere! Non voglio esser più! Violenza e infamia, di dover essere tratto al mondo! Non voglio metamorfosi, non divenire la beata ape angelo di Dante, né l’essere cosmico e assoluto, nulla! Nulla!

Così pure vorrei pugnalare alle spalle chi le ha dato un nome, perché la speranza è una nave senza bandiera ed equipaggio, che non conosce porto e votata solo al naufragio.

Questa ferita che è la nascita, quel varco che ti sfregia di sangue al suo passaggio, non ha riscatti, non promette altro che una completa, inesorabile, disfatta.

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