Istinto e la forza del pensiero

Pur leopardiano, e ostile all’esistenza, da essere umano con un corpo e una struttura ormonale tipica della mia specie, in un paio di occasioni della mia vita ho sentito, come tutti, fortissima la spinta verso la riproduzione: lasciare il mio seme dentro a femmine che mi parevano garantire -inconsapevolmente- una buona prosecuzione del patrimonio genetico.

Ho dovuto lottare molto per non farlo; ho sempre represso questo istinto, per forte che fosse, proprio grazie alla riflessione, per evitare di proseguire con qualcosa che razionalmente considero un male -o che ancora, all’attuale stadio evolutivo è un male- e non far soffrire una persona che invece si suppone che dovrei amare (il figlio).

Si sa che i genitori ti mettono al mondo e poi devono passare la vita a scusarsi e consolarti di essere stato messo al mondo, questo il loro precipuo lavoro, benché mascherato da altro.

Quando vedo un bambino, specie piccolo, che appena cammina, e che è sempre sorridente e incline al riso, al gioco e all’ingenuità, eternamente stupefatto, istintivamente fiducioso verso gente e in un mondo che, ignaro, prima o poi lo tradiranno, pure so che quel sentimento di gioia che sento, quella voglia di spupazzarlo, giocare con lui, guardarlo ridendo e farlo ridere, tutto il mio amore smisurato che sento e tutta la tenerezza che mi fa, pervengono da dinamiche chimiche simili a quelle che mi spingono a desiderare discendenza e fecondare determinate femmine, servono alla specie quei sentimenti.

Cionondimeno me la godo alla grande questa gioia, me la tengo stretta e essa non perde affatto di intensità o di bellezza per via della mia consapevolezza sulle sue origini endocrine, ormonali, o chissà che e dei suoi fini. Come non perdono di bellezza le stelle per il fatto di sapere che sono ammassi di gas.

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