IV

Avevo appena finito di rileggere il libro del Circuito Quindici-Novantaquattro; tornai al tavolo dove avevo lasciato i miei appunti e le suddette carte, e ripresi a lavorare.

La lanterna in stile arabo aladino appesa alla trave oscillava piacevolmente d’ottone e riverberi tenui ed evocava ombre e fantasmi del passato. Mi distrassi, mi ossessionai per un bel pezzo sul frusto-conico, tentando di pitturare di rosa, a mente, l’interno infinito della tromba dell’Arcangelo Gabriele, la quale però può contenere, si sa, solo una quantità finita di vernice, esattamente pari a Pi greco. Mi scoppiò un gran mal di testa. Colpa mia! Singhiozzai inebriato e preso dalla vertigine, e la barca con me. Beccheggiava e rollava lentamente, mentre ancora tentava di uscire dal delta del Tamigi.

Il mal di testa passò presto e così la nausea. Potei, quindi, riprendere i miei studi veri, attorno a mezzanotte. Aprii il volume a pagina duecentotrentasei. Storia degli agenti nervini, capitolo ventitre, Sarin fatto in casa in modo semplice ed efficace. Si garantisce praticità americana ed effetti di qualità ed estensione sovietiche; no complicazioni teutoniche. Il successo garantisce anche e nientepopodimeno che l’apparizione di una bestia apocalittica a sette teste e dieci corna, verde a forma di carro. Misi su un disco poco apprezzato dei Motorhead, con Thin Lizzy.

Da giovane mi innamorai al punto di finire persino dall’odiato rivenditore di rocche levigate. Con un sorriso untuoso e il solito fare ipocrita, disse di aspettarmi, non si risparmiò la bassezza di farmi pesare come avessi dovuto ammettere col mio gesto, avendo superato la soglia del suo antro da plebeo bottegaio, di aver bisogno di quelli come lui. Essere umiliato così da un verme del genere! Ci sono abituato. Mi mostrò una minuscola formazione color “sangue di piccione”, la definì. Era veramente brutta, ma garantiva che avrei fatto colpo per il modico esborso di una quantità a cinque cifre di grandi coriandoli stampati. All’epoca non avevo le finanze di una rock star. E poi neppure. Finsi di aver dimenticato il portafogli, dico, il portacoriadoli e porta riquadri in plastica transattivi e uscii.

Il peso della gran rogna di esistere mi si appollaiò immediatamente sulle spalle, a mia volta mi ergevo su quelle di giganti, che nicchiavano pure loro. Vivevo a Parigi in quel frangente, sulla riva sinistra, accanto al negozio di calzature per piedi sensibili, proprio sopra la cartolibreria Garmond. Entrai e comprai un diario da femmine, invece, aveva un gran cuore rosa, probabilmente dissanguato, e la scritta “ti amo”, ma lo tenni io, ancora devo averlo da qualche parte, tutto scarabocchiato.

Ho già menzionato la storia dello specchio alchemico, non starò a ripetermi; ok, confesso che non è del tutto vera, ho modificato qualche dato, mentito un po’, ma solo per scongiurare che qualche lettore di genio possa prendere spunto e riprodurre l’impresa, della quale sono, comprensibilmente credo, alquanto geloso. Si sa che i mezzi di comunicazione più efficaci fanno sì che i lettori pensino tutti di essere dei gran geni e di aver capito qualcosa solo loro, che gli altri e specie lo scrittore non avevano capito manco per niente, avevano frainteso. Tutti i sistemi che puntano sulla vanità hanno successo, come le pietre colorate.

Per qualche ragione ancora alla mia età si insisteva per ottenere da me volgari mostre di ottimismo ed entusiasmo. Non capivo proprio questa mania. Non ero nemmeno ostentatamente non-entusiasta, è atteggiamento opposto e del pari ridicolo, ma snob, invece che ingenuo, ero normale! Decisamente e puramente, perfettamente normale!

Ma se sei pessimista dentro, sei come il Giona della Balena, sei stigmatizzato, un paria! La gente te lo vede come un tatuaggio vermiglio con la lettera Aleph in fronte, ti odia nonostante tu possa essere il monarca dell’aplomb e del contegno greve o moderato. Mettiamola così, non solo la rogna di esistere, ma pure l’umiliazione, non quella del costo impossibile della pietra rossa piccione, ma quello ben più duraturo e imbarazzante di appartenere a un ceppo di primati che le commercia, le colleziona, ci comincia aggregati familiari. Quello di aver dovuto, per esempio, nonostante mi senta e sia un aristocratico, aver dovuto pisciarmi addosso per anni, avere la mia biancheria intima cambiata da un altro primate dal quale ero uscito frignante, inzuppato di umori, puzzolente e fiacco e debole peggio di uno scarafaggio.

Chissà perché ricordavo tanto spesso quegli episodi, quegli anni inutili e di prolungata malattia chiamati infanzia, in cui si teme tutto, che paiono non finire mai, e quando tutto è più forte di te. La gatta guardava i miei occhi, enigmatica, magnetica, bellissima; posai il boccone, fuori dalla finestra un cervo enorme, con sette palchi di corna pascolava sulla neve ghiacciata e croccante; alla luce bruna del giorno che se ne andava, una croce di barbaglio d’oro pallido si accese tra le sue maestose antenne quando si degnò di alzare la testa e guardare verso di me. Pareva che dominasse il mondo, mi parve così bello che non avrei mai potuto credere per un solo secondo che non fosse il re di tutto l’universo.

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