IX

Dopo l’invenzione del telescopio, l’Imperatore, preoccupato che le sue novelle -e francamente rivelatesi sorprendentemente vaste- dimensioni potessero provocare grave detrimento al benessere mentale dei suoi sudditi e spaventarli, decise, a mezzo di un editto, di tagliare a metà l’Universo e proibì che si guardasse ad est.

Nel frattempo, un’altra strisciante invenzione, quella del parcheggiatore abusivo, questa volta, finì per provocare, nel volgere di una sola settimana, la completa carenza di chiodi per bara da tre pollici della ditta Minelli & Co., simbolo di durezza e durevolezza. I giannizzeri le presero sonoramente, il Serraglio cadde, e l’Imperatore fu costretto ad abbandonare l’isola in elicottero. Ovviamente, scelse di dirigersi verso est, per non essere visto.

Il grande affronto, l’insulto finale, avvenne un tardo e piovoso pomeriggio nella hall del Grand-Hotel di Lubiana. L’unico rappresentante ancora in vita della lacrimosa setta dei dervisci fiumani decise di non voler perdere a posta, come tutti gli altri e di consuetudine, la sua partita a scacchi contro l’Imperatore. Gli diede un fulminante matto in otto mosse. Quello decise, per proclama, che nel gioco degli scacchi la posizione raggiunta non era scacco matto, ma una vittoria dei bianchi, ma nessuno ormai leggeva più, né gli si faceva caso. I giornali più importanti d’Europa, però, riportarono le mosse dell’incontro, fatte trapelare da un intrepido reggicalze imperiale. Fu un immediato successo. In molti, me compreso comprammo una copia del Der Spiegel, ritagliammo con cura la pagina e appendemmo il lembo di carta alla parete, incorniciato, a simbolo di libertà e intelligenza.

Si stava sottovalutando la rinnovata popolarità del figuro fuggitivo, però. La sua mossa di sezionare in due il creato aveva, alla lunga, avuto ottima recezione, ottima stampa. Per una volta, si vedeva un regnante che aveva a cuore i bisogni e le angosce dell’uomo medio, lo tutelava dagli insondabili spaventi della scienza, lo coccolava. Il Presidente degli Stati Uniti del West, inoltre, in nome della trita “stabilità”, decise di metterci una pezza. All’Imperatore furono restituite tutte le zone di influenza e altre ancora, la sua longa manus agiva dal Bosforo a Timbuctù, da Addis Abeba al deserto di Libia (terre del cencri e dell’anfesibena), in su fino alla Slovenia, tutte le terre di crociata, Caspio, il Dodecaneso. Io, come molti, per prudenza, spiccai il pergamino con la partita di scacchi dalla parete, lo avvolsi con cornice e tutto in due fogli di fine velina della marca Francesco Forti, di orgoglio nazionale, lo riposi in fondo a un cassetto segreto della madia.

Dai suoi stivali neri e dalla zuava, il dittatore d’Italia schiumava di rabbia. Il suo acerrimo nemico l’aveva spuntata ancora una volta. Decise di far armare dieci prodi Vittorio Veneto. Successivamente stanziò risorse economiche per portarne a termine ben 125, ma finalmente solo sette vennero completate. Erano l’invidia del mondo, corazza da seicento millimetri, cannoni da altrettanti, imbattibili, formidabili. In penuria di uomini, ne mandò solo tre dalle parti di -come insisteva a chiamarla lui- Costantinopoli, a scopo intimidatorio, ma furono prese senza sparare un colpo. Per qualche inesplicabile ragione, un attacco di incursori le abbordò da est, dove nessuno stava guardando.

Non si riusciva a trovare marinai per la poderosa marina. Una vasta campagna nazionalista e patriottica vide la luce per oltre due mesi, chioschi, fanfare, palloncini, comizi, uova sode gratis, lacrime, per lo più grida di entusiasmo e applausi sinceri, ma nessuno pareva incline a smettere di giocare a PS per prendere servizio su una scomoda corazzata.
Intinsi pensoso un krumiro Rossi, ditta premiata in numerose occasioni, nel tea inglese, sapientemente, in modo che non perdesse del tutto la sua friabilità e croccantezza interiore. Ci vuole esperienza, calcolare con esattezza la temperatura del liquido in modo da esattamente stimare il preciso periodo di permanenza del biscotto curvo nello stesso. La domestica mi chiese perché non mi decidevo ad unirmi alla marina italiana, nella loro disperazione, accettavano stranieri ormai, ed era vero, io non giocavo a ps e detestavo l’Imperatore.

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