La Bara Craniale

Nella bara del cranio giace a fatica tutto un camposanto di idee stantie e cieche; tra le lapidi dei tuoi momenti perduti, celebrati dalla pietra incisa per insignificanti che siano stati, svolazzano, come pipistrelli, antichi odi, antichi amori, antiche odi, indistinguibili ormai, rapidi e furtivi come fruscii di strega nell’oscurità.

Il disco velato del dubbio, come un pallido sole lunare splende fioco e fosco sulla terraglia grigio cervello e polverosa come un talco, consacrata all’inutilità del pensiero, al rimuginare delle sue pozzanghere e fanghiglie ad alta gradazione, e tu fai sforzi sovrumani per muovere la vanga della memoria, cercando qualcosa che ci sta sepolto come in pagine di un vecchio, prolisso digesto; non ricordi più da quando e di preciso dove. Le intenzioni, vedi, come ladri impiccati, pendono tutte leggere ma ferme dalle forche dei rami secchi del passato color melograno, non c’è soffio che le scuota, solo soffocante afa e sudore.
È tutto uguale, immoto; non troverai più nulla. Non c’è vita, nella scatola cranica, tanto vale: puoi esporre la cassa in laboratorio, donarla al vanto spudorato del museo anatomico che la collocherà vicino alle sue colorate cere, puoi mettere tutto in formaldeide, occhi compresi, o farla misurare al compasso dal tuo frenologo di fiducia, oppure pulire tutto per bene e regalarla alla cartomante avida di teschi e ossa levigate e lucenti, per attirare clienti.
Nella bara del tuo teschio, però, alberga la cura più inutile; si combatte ancora, ma perché, una battaglia dove nulla si muove o muoverà mai, dolorosa e appiccicaticcia come una cefalgia da postumi di festino, sempre.

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