La Catena

Una catena nera come piombo si estende attraverso l’universo, spazio e tempo, immutabile, eterna, retta; non curva, non si muove, occupa la stessa posizione sempre, né si espande né si contrae, non la si vede distorcersi mai, qualunque sia la velocità a cui la si osserva, non è soggetta a leggi se non proprie.

Gli esseri umani possono percepire coi loro sensi solo una minima parte di essa, perché gli anelli ricordano dei trapezoidi tridimensionali, dei tori allungati, tutti uguali di forma, ma diversi di dimensioni, e in cui una parte è più piccola dell’altra di un milionesimo. Ogni anello successivo a quello da cui si inizi l’osservazione dello strano oggetto sarà, nella sua parte più lontana al precedente anello, di un milionesimo più grande; l’anello che lì si infila, di un milionesimo più grande di quello che esso ospitava dall’altra parte, e così via, ogni anello successivo sarà identico al precedente, ma appena più grande.

Non è possibile apprezzare questa differenza ad occhio nudo, da un anello all’altro, ma se si corresse a fianco alla catena tesa nel vuoto, dopo un po’ si vedrebbe chiaramente che le sue parti sono cresciute di dimensioni. Proseguendo, quelli che prima parevano anelli adatti solo a fermare una ruota di bicicletta, divengono massicci, li si userebbe magari per una gru da costruzione, poi per reggere l’ancora di una nave enorme.

Non c’è fine, o non pare esserci fine, si può proseguire e si troveranno altri anelli, sempre più grandi, immani, su cui si può sedere come su grosse rocce, poi passeggiare, infine correre per metri e metri, fino a non farcela più, prima di trovarsi accanto la massa verticale di quello che sarà l’anello successivo.

Servirebbe una nave spaziale per costeggiarne certi, grossi come lune, pianeti, poi come immani stelle nere come metallo. 
Le capacità umane non sono più all’altezza di uno sguardo d’insieme, ne appaiono certi che ci vorrebbero anni ad attraversare a una velocità sostenuta, e dopo di loro, dopo molto, si arriva perfino ad alcuni i cui punti estremi sono ad anni luce di distanza tra loro, e alcuni più grandi di enormi ed antichissime galassie.
Per quanto possa essere considerato grosso uno di questi colossali oggetti, ce ne sarà sempre un successivo e sarà sempre un po’, in proporzione, più grande del precedente. 

Non si riesce a vedere la fine di questo artefatto, perso nel vuoto più buio, nello spazio puro e deserto, infinito e ormai senza materia e luce alcuna, esso naviga ossessivo e infaticabile, invisibile e nero esattamente come ciò che lo circonda, al di là del conosciuto, dove tutto è privo di punti di riferimento e dove potrebbe di nuovo sembrare di dimensioni contenute perso in una vastità che è così cieca però da rasentare l’inesistenza. Ma seppure lo spazio che la circonda potrebbe sembrare sovrastare la catena col suo abisso insondabile, si deve comunque pensare che prima o poi un anello di essa dovrà necessariamente occuparne tutto il rimanente, e tutto il tempo, occupare e quindi “divenire” l’universo intero.

Non è finita. L’altra estremità della catena è pure essa curiosa, al contempo uguale e diversa. Gli anelli si riducono, diventano sottili come una catenella da orologio, poi una collanina da battesimo, una fine ed esile opera di gioielleria, poi ancora più piccoli, tanto che ad occhio nudo non si riesce più a distinguere la loro forma, ed ecco che a mala pena si riesce a vedere un sottilissimo filo da pesca, un capello, una bava, che scompare, e la catena pare finire lì, in un punto da cui sembra partire.

No, non è così, essa non finisce affatto, si inabissa nello spazio da cui emerge, diviene sempre più piccola, la si può vedere, scendere dentro e penetrarlo come uno spillo; attorno a quell’ultimo punto visibile ad occhio nudo c’è altro spazio, avanti e intorno, ma la catena non termina lì; se si usasse un microscopio la si vedrebbe, delle dimensioni di una cellula di pelle, di un globulo rosso, di un mitocondrio, poi di una sequenza di dna, e ancora prosegue, occupando sempre meno spazio, senza perdere però la sua identità di catena nera, costituita di chissà che materia e di anelli tutti uguali.

Di certo non è formata da atomi; a livello atomico la catena è ancora lì, e diventa ancora più minuta, senza sosta e mutamenti, nell’ordine dei picometri, la possono costeggiare onde e radiazioni, che paiono prima minuscole a fianco ad essa, poi, di nuovo, gigantesche; femtometri, l’uranio pare prima minuscolo, poi enorme anche lui, e lo stesso succede anche all’atomo di idrogeno, al protone, al bosone, ad ogni quark, ma la catena non si arresta.  

Forse non c’è una fine nemmeno a questo capo, ma ancora una volta, non si può sapere con certezza ed immaginarne l’ultimo anello. La catena riesce a ridursi, rimanendo “catena”, oltre le particelle conosciute, oltre le stringhe e una sola lunghezza di Planck, affondando come una coraggiosa baleniera nelle turbolenze della schiuma spaziotemporale, dove il concetto di materia ed energia perdono di senso, e così quelli di luogo e di essere, dove il tempo potrebbe bloccarsi o scomparire del tutto e dove non sarebbe mai possibile andare a guardare.

Potrebbe darsi che la catena sia costituita di atomi in senso proprio ed etimologico, alcuni ne sono convinti, e vale a dire di componenti che non possono essere separate e rotte in parti ulteriori, nemmeno nel pensiero… ma che riescano, ciononostante, a superare il paradosso logico, noto in geometria, per cui ciò che non ha parti, come un punto, non è nemmeno, e non può essere, soggetto ad aggregazione, e divenire un piano, dato che tale processo prevede che qualcosa si sommi a qualcos’altro per contatto di una porzione di entrambe, e che in mancanza di esse, delle porzioni, delle parti, ogni oggetto verrebbe di volta in volta solo a coincidere con l’altro, in tutto e quindi senza incrementarsi. È impensabile un oggetto che si sommi ad un altro coincidendo in tutto sé stesso.

Altri dicono che la catena, pertanto, non esiste se non nel concetto, non c’è catena se non all’interno del pensiero, è “fatta di pensiero”, e ciò, nonostante possano esserci porzioni di essa che si riuscirebbe a vedere ad occhio nudo, e toccare, e che attraversando la stretta sezione di universo in cui l’essere umano opera e può essere attivo, potrebbero essere anche prese a martellate o soggette ad esperimenti. Ogni costatazione di come essa non muti, nonostante risuoni come metallo se percossa, e rientri in tutto e per tutto in quello che si conosce e chiama col nome di “catena”, non risiede che nel cervello, nel pensiero e come tale non è altro che un prodotto di esso, come tutto il resto di ciò che si chiama “realtà” e che forse neppure esiste, o esiste in una maniera incerta e claudicante, proprio come la catena, dato che entrambe emergono dagli stessi insondabili abissi.

Per alcuni, ogni anello, anche lo avessi lì davanti a te, è reale, e deve esserlo, solo quanto possono esserlo il primo e l’ultimo, mai visti, solo immaginati, ma senza altro contenuto che la proprietà specifica ed addizionale di essere “primo” ed “ultimo”.
Per altri studiosi, se la sua esistenza risiede solo nel concetto, essa è anche e necessariamente infinita; la sua non-finitezza è strettamente legata alla nozione di “successivo”, che non ha limite, o meglio ancora pone un esplicito “non-limite”, dato che si può sempre immaginare un altro anello ad ogni capo… Così come può immaginarsene un ultimo, o un primo, si replica. 

Secondo una dottrina, che la catena esista o meno non ha la minima importanza, anche se reale essa non lo è affatto; secondo altri, invece, la catena è reale proprio perché non lo è: se può essere anche solo pensata diviene reale o viceversa, pure se vista e toccata, non c’è affatto.
Oppure l’irrealtà è parte della sua esistenza, ne è solo un’altra componente, ma ciò senza escludere che essa si dia per davvero. Alcuni si soffermano sull’inconoscibilità delle sue parti remote, altri sulla sua parziale conoscibilità nelle catene del quotidiano. E così sulla sua non totale inconoscibilità, non totale conoscibilità della sua inconoscibilità, e via discorrendo, senza fine e scopo. 
Altri ancora affermano che essa è e non è al contempo. Alcuni la vogliono in uno stato ambivalente e sospeso tra esistenza vera e propria e inesistenza, tra esistenza materiale e solo logica, tra logico e ontologico, in un terzo stato, in un mondo intermedio tra pensato e reale, mentale e fisico, e via discorrendo in molte pigre varianti dello stesso concetto.

Che ci sia o no, che la si pensi solo, o la si tocchi, che la si tocchi o veda, o che solo si stia pensando di vederla e toccarla, come succede anche nella vita reale, o come in un sogno, la catena è lì, in un modo o in un altro esiste, è venuta alla luce quando immaginata e attraversa tutto l’universo, tutto in senso ontologico.., dato che non se ne conosce l’ubicazione precisa. Forse non è che una parte infinita di infinito, ma lo penetra sin nel profondo, e da esso emerge e affonda, immutabile, ripetitiva, semplice, ma misteriosa, inconoscibile e insondabile, immane allo stesso tempo.

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