La curiosa vicenda del Beato Pinzimonio

Segue la curiosa vicenda del Beato Pinzimonio, figura dell’undecimo secolo dopo Cristo, non assurto a Santo per un pelo, e a causa di alcuni dubbi invidiosi sulla sua effettiva sincerità.

Il Beato Pinzimonio, detto così perché non si cibava di altro, era un monaco assai fervente e rigoroso, oltre che erudito trattatista e fine teologo di una linea tutto sommato affine a quello che sarà definito evergetismo.
Visse per molti anni, in claustro da acemeta, una vita esemplare tra petulanti epitimie e privazioni continue, considerata eroica persino dai suoi pure integerrimi e severi compagni.
Col procedere delle sue meditazioni, speculazioni e studi, tuttavia, cambiò completamente il suo punto di vista; essendo il godimento di per sé un peccato, e le avversità la palestra dello spirito, ed essendo lui molto pio e devoto senza sforzo alcuno e per naturale disposizione, arguì, infine, che il trovare quel suo così gran godimento proprio nel deprivarsi di ogni godimento e vivere in eremitica semplicità, lo catapultava senza mezzi termini nel peccato e nella dissolutezza più assoluti.
Dapprima uno stato di acèdia senza fine lo assalì, poi capto l’arcano.   

Per salvare la sua anima, dovette decidersi, suo malgrado, a fottere e mangiare, a bere e trastullarsi, cose che odiava tutte in modo viscerale, ma che, nella sua circostanza specifica, lo avrebbero tratto dal suo peccaminoso ed edonistico stato di “godimento di non godere”.
Prendendo molto sul serio i dettami religiosi, non lesse e non scrisse più una riga, massima delle sue gioie era la conoscenza, lasciò l’amata evodia del santo patrono del monastero, e si gettò nella nuova vita con lo stesso fervore che aveva animato la passata, divenendo presto un gran debosciato, biscazziere, lenone, prosseneta e puttaniere, beone, crapulone e obeso.
Per lambiccate, ma in sostanza anche piuttosto comprensibili, ragioni si privò anche della seducente idea di fondare una sua supponente regola monastica adatta a quelli come lui (che sarebbe stata verosimilmente considerata ereticale) e morì di infarto, con ogni probabilità per una palla di colesterolo, mentre, nella contrizione più umile e difficile, fotteva con una minorenne vergine e contemporaneamente divorava il suo odiato e ultimo, bisunto coscio di agnello al rosmarino, proprio di Venerdì Santo, e nelle grazie del Signore.

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