La Fantastica Lingua di Ur

Si dice che l’inglese possieda oltre un milione di vocaboli; non si può esserne del tutto certi, ma si è quasi rinunciato ad avere un dizionario esaustivo. Il coreano pare ne abbia un numero ancora maggiore e di sicuro ha il dizionario più vasto al mondo, on-line, perché stamparlo sarebbe un crimine contro l’ambiente. Il tedesco si attesta sui trecentocinquantamila lemmi del dizionario dei Grimm, che raccoglie tutte le parlate municipali e frazionate delle centinaia di zone e regni che poi divennero la Germania di oggi.

Questi calcoli non sono mai facili, comportano sempre scelte tutto sommato arbitrarie; come trovare un sistema rigoroso per sapere quando una parola è da contarsi individualmente e come diversa dalle altre o ne è solo una variazione? Casa, case, giallo, gialle, gialla, gialli, non sono due e quattro parole? No. Eppure è necessario conoscerle tutte per parlare in modo corretto. Per l’italiano questi conti sono estremamente complessi, anche in virtù di ragioni storiche. Se includessimo i dialetti si supererebbero tutte le altre lingue e probabilmente con ampio margine. Mi stavo dedicando a queste interessanti questioni  quando sono arrivato a scoprire qualcosa che ha dell’incredibile.

L’italiano forse supererebbe tutte le lingue… tranne una di sicuro, quella a cui ci si riferisce in modo assai atecnico e semplificato come “la lingua di ur”. Si tratta di una lingua artificiale, erudita, parlata da poco più di una decina di studiosi in tutto il mondo, ed il suo vocabolario, di cui ovviamente non esistono copie fisiche, è sterminato e in costante incremento. Il nome “ur” non è il suo nome vero, che è altrimenti impronunciabile e per certi versi anche inconoscibile così come siamo usi a concepire la conoscenza (una, definitiva, sintetica…)

Sono andato subito ad intervistare uno dei pochi soggetti che domina il campo, dopo aver saputo che, miracolosamente, vive nel mio stesso Stato. Devo dire che non è stato facile e nemmeno troppo piacevole, si tratta di persone molto schive e, se ho capito bene, tutte assai arroganti. Il mio almeno lo era. Mi è stato detto chiaro e tondo che non ho capito nulla di quanto mi è stato spiegato, mi sento di doverlo precisare. Mi è stato anche reso noto che non riuscirei mai a capire perché sono un cretino ottuso. L’essere sinceri e diretti è una delle “virtù sacre” di questi eruditi, come amano definirle, a modo a mio avviso un tanto pomposo. Ci tengono… e non offendono nessuno, almeno a detta loro, è che sentono di dover dire le cose così come stanno, senza ipocrisie. Il mio consultato mi ha subito ricordato Chomsky.  

Qualcosa però proverò a dirla lo stesso. Nella lingua di ur, ogni oggetto ha un nome proprio e non esistono aggettivi e nemmeno verbi, meno che mai nomi collettivi. È considerato assurdo che si possa estrapolare un concetto, un elemento, un’azione, e applicarli a tutto o anche solo a una pluralità di oggetti differenti, così facendo si semplifica, si banalizza, si perdono importanti dettagli, e ci si illude di conoscere un mondo che invece sfugge completamente, e nel modo più intenso e peggiore, perché sfugge nell’illusione saccente di saperne qualcosa. La vera conoscenza, riporto alla lettera qui, impone assoluta assenza di studio e di metodologie pacchianamente superficiali e stereotipate, deve essere immediata e assoluta. I dotti dell’ur disprezzano scienza e scienziati. 

Ur predilige l’unicità, si parte da un principio matematico: la differenza tra uno e zero non è uno, come molti pensano è incommensurabilmente maggiore di quella che c’è tra uno e innumerevole, perché comporta un totale cambio di essenza, si è passati dal nulla all’esistenza. Una persona che non ha mai commesso un omicidio non è un assassino, una che ne abbia commesso uno lo sarà così come chi ne ha commessi cinque, dieci, mille.

Ogni minima differenza tra oggetti, che (per noi sempliciotti) appartengono a una medesima categoria, implica la necessità di un sostantivo nuovo. Sono rimasto molto sorpreso da un esempio e da certe mancanze, a cui fa seguito una complessità ingestibile per menti normali. I dotti dell’ur sono tutti grandi geni, lo si ripeta. Ad esempio, non esiste una parola per “violino”, ogni violino è diverso, ha un nome individuale, creato a volte imitandone i tratti distintivi del suono; l’ur è una lingua molto onomatopeica. Non esiste nemmeno un modo per riferirsi ai soli violini stradivari, ogni stradivari conosciuto ha un nome diverso. I parlanti li conoscono tutti, ovviamente e li aggiornano praticamente ogni volta che li menzionano, perché ogni volta che li si tocca il suono cambia radicalmente, a detta loro. Non esistono nemmeno orchestre, ogni orchestra è diversa dalle altre, ma pure da se stessa già dall’inizio alla fine di uno stesso concerto. Due amici che parlano ur, ad una performance, non avranno il cattivo gusto di applaudire come scimmie, guarderanno accigliati e si scervelleranno cercando di concepire un nuovo nome per l’ensemble, prima che esso cambi di nuovo e sfumi la possibilità di definirlo. Il successo in questa onerosa prodezza mentale, detto sia di passata, varrebbe anche da critica onesta dello spettacolo. Raramente riusciranno nell’impresa, e i lemmi coniati non potrebbero comunque mai coincidere trai due colleghi.

Ma ecco… Dicendo che non esiste un nome per “stradivari” ho già commesso un’imprecisione, tra le tante. La parola “stradivari” esiste, ma non per descrivere il gruppo di violini a cui ci riferiamo noi, ma solo la volgare arbitrarietà con cui la maggior parte degli esseri umani tende a raggruppare oggetti che non hanno niente a che vedere gli uni con gli altri. È un concetto preciso “stradivari”, è l’incompetenza specifica di chi crede che la parola “stradivari” possa indicare quel gruppo di strumenti lì.

Come si sarà capito, parlare ur è estremamente difficile. “Alto”, per esempio, non può essere riferito a niente di specifico, la parola non esiste se non come mero concetto astratto, e non è il concetto di altezza, badare bene, è il concetto della parola “alto” che pretende di descrivere arbitrariamente quello che non riesce a descrivere affatto.
Un uomo alto non è mai alto esattamente come un altro, e una montagna non è alta alla stessa maniera di come può esserlo un edificio, una lattina, o una persona. Non si tratta delle dimensioni, capiamoci, ma del concetto stesso di altezza, che non è affatto unico e non va generalizzato. Nemmeno un uomo determinato è alto come lo è un altro uomo ed anche qui, non solo per impercettibili differenze di effettiva statura e problemi di misurazione… anche si potesse essere del tutto accurati al rispetto, l’essere alto di ciascuno è un essere alto unico, diverso da tutto il resto.

Affermare che “essere alti e magri comporta una percezione dell’essere alti del tutto diversa da quella di essere alti a grassi” non sarebbe che una inaccettabile esemplificazione cacofonica e sgraziata che farebbe comparire una smorfia di irritato disgusto sulle labbra del dotto consultato. Quindi non lo diremo. Ogni parola che si riferisca a un oggetto è modificata dalla presenza di altre caratteristiche dell’oggetto stesso, ho cercato di sintetizzare, provocando però solo un sospiro tediato dalla mia dabbenaggine.

Non solo non esistono parole fisse per specie intere, non esiste “uomo”, ma nemmeno parole che possano solo limitarsi a un solo aspetto specifico di esso: “uomo che corre”, perché nessuno corre allo stesso modo, alla stessa velocità, nella stessa parte del mondo, sullo stesso terreno, etc. ed il correre non esiste affatto, è illusorio pensare che qualcuno “corra” per davvero quando lo fa, o che si usino quelle cose chiamate “gambe” per farlo. Gamba, piede, braccio, unghia, non esistono se non come parti specifiche di ogni persona e con nomi specifici che vanno attualizzati di momento in momento, in divenire.

Diceva Democrito che nessuno si bagna nello stesso fiume due volte, ebbene gli eruditi di ur prendono questa osservazione in modo estremamente serio. Non esistono mai nomi fissi per luoghi geografici, né per città o paesi. Una città non è mai la stessa da un giorno all’altro, è più antica o vecchia di un giorno, ha subito necessari cambiamenti che ne hanno modificato l’essenza.
Alcuni cambiamenti sono macroscopici ed evidenti pure per noi stupidi, ma noi ci ostiniamo a celebrare la nostra stessa stupidità e insipienza fingendo di non rendercene conto e non dandogli l’importanza che meritano. Facciamo solo la nostra solita figura barbina! Come si fa a chiamare con lo stesso nome la città che s’è dotata di un nuovo edificio, di un nuovo tratto di pavimentazione, di una bottiglia di latte all’ingresso di una certa casa, di nuove tombe al cimitero, una città da dove qualcuno ha traslocato, etc. Altri cambiamenti sono più minuti, veli di polvere più spessi su anticaglie, una cicca a terra, il logorio dei piatti in cui si mangia, la disposizione delle tazze di ogni casa in ogni cucina, il rimbalzo delle onde sonore del padrone di casa che ha modificato l’ambiente emettendole, la posizione di ogni mobile in ogni vano… i sapienti di ur tengono conto pure di questi dettagli e adattano quello che si dice opportunamente. Raramente riescono a parlare, però.

Per non essere tacciati di semplicità e pigrizia, i dotti che parlano e hanno creato l’ur hanno deciso di non appellarsi a un sistema facile di modificazione dei lemmi nel tempo, ma ciascuno si modifica con “salti casuali” che non rispondono ad alcuna regola individuabile, se non alla regola di essere assoggettati alla necessaria mancanza di regole altre che l’assoluta e arbitraria casualità dei cambiamenti. Una parola che descriveva un certo oggetto un’ora fa, un certo vaso in una certa posizione, ad una certa luce, con certa gente e oggetti attorno, etc. non sarà una parola simile all’ora successiva, quando tutti se ne sono andati e la luce è spenta, non inizierà neppure con la stessa lettera o suono, e non è nemmeno detto che la voce debba essere più lunga. Cani e gatti dei dotti non capiscono i loro nomi, in costante cambiamento e li ignorano. Peggio per loro! Stupidi animali! Non sono nemmeno cani e gatti, sono enti plurali e parassitici, a ben considerare.  

Nella mia approssimazione superficiale all’ur, in un pomeriggio di novembre, sono stato stupito dal fatto che alcuni oggetti anche complicatissimi da descrivere hanno sostantivi (chiamiamoli così) assai corti, ma è l’eccezione. In ur hanno una voce solo gli oggetti di cui si è sentita la necessità di parlare, ciò di cui non si è parlato mai non ha ancora una parola, un nome. Mi sono meravigliato di sapere che le tre lettere in successione “wrg” si riferiscono a un albero famoso, oggi molto antico e grande, ma che la parola colse quando era ancora niente altro che un virgulto. Ur abbonda di parole obsolete. Se oggi si dovesse parlare dello stesso (per noi) vegetale, il lemma potrebbe essere composto di chissà quante lettere, in chissà che successione stramba. L’alfabeto di ur è ideografico, estremamente complesso, ma c’è chi prova a sacrificarsi e traslitterarlo in codice IPA, tra sospiri e imbarazzi vari. Ogni scelta alfabetica comporta sacrifici mentali, decisioni dolorose e atroci mal di testa.  

Ah, va ribadito che ovviamente anche la lingua stessa, che solo per praticità chiamiamo qui ur, ha nomi diversi, e non solo per adattarli al passo del tempo e ai cambiamenti costanti che subisce, ma pure a seconda chi la parla. La “stessa” lingua, ogni lingua, parlata da due bocche diverse non è la stessa manco per niente. I parlanti di ur ne sono consapevoli e non resistono ad adottare tale nozione, come invece facciamo noi.  

Non esistono e non possono esistere dizionari, perché non potrebbero comunque esistere definizioni da introdurre. Definire è impossibile, è generalizzare e perciò menomare la realtà, amputarla, ucciderla persino. Per parlare ur si deve saperlo senza altro mezzo per sapere che il sapere. Ogni parlante, parlando una sua personale variante dell’ur, non potrebbe mai mantenere una conversazione con un altro parlante di ur, o almeno non come intendiamo il “conversare” noi individui qualunque. Sarebbe non solo molto poco pratico, perché la maggior parte delle parole è comunque di una lunghezza pressoché sterminata, ma anche una volgare e intollerabile mostra di semplicità di cui nessuno sarebbe disposto a macchiarsi, né a tollerare negli altri senza disprezzarli.

Prima di andare e già abbastanza seccato dalla mia presenza, il mio cicerone mi ha mostrato un volume scritto in ur, o meglio, una bozza, un tentativo di scrittura traslitterata di ur, da lui intrapresa anni or sono e che ha definito sommario e disgustosamente rozzo; ho aperto il volume, lo ho adocchiato, 350 pagine, fitte di caratteri IPA senza interruzioni; mi è stato spiegato che si trattava di una sola parola. Era uno dei nomi ipotetici della lingua di Ur come sarebbe stato se la lingua (che ha poco di più di mezzo secolo) fosse esistita il giorno di capodanno del 1500 a New York, se New York fosse esistita al tempo e se fosse esistita in Germania invece che in America. Il tentativo di redazione del nome valeva la pena, mi è stato spiegato, perché quel nome, per un caso davvero unico e divertentissimo (a detta del genio), differiva per una sola lettera da quello di un particolare riflesso marino colto sulla squama di un pesce nella primavera infantile di un suo nipote.

La mia conversazione con l’esperto è finita lì, sono stato invitato a congedarmi, il parlante non reggeva più la mia faccia da idiota il mio “stupore beota e confuso” come lo ha definito, ogni volta che mi rivelava qualche dato che non ero evidentemente preparato ad assumere. Mi sono scusato e me ne sono andato.

(Visited 55 times, 1 visits today)