La Focaccina al Miele

Sono sempre stato un uomo razionale, che tutti alle mie spalle, ora lo so per certo, hanno sempre definito arido e pedante; ma sono stato allevato da una madre bigotta e cattolica, in un paese oppressivo e cattolico, e da un padre erudito e fantasioso, con caotici studi di letteratura, mitologia e antropologia che ho sempre detestato, sin da piccolo; credo sia normale reagire con certo estremismo.

Ho dovuto sopportare per tutta l’infanzia e in silenzio le imposizioni dei miei genitori, il catechismo, le messe, la lettura di storie e leggende a cui non ero affatto interessato, ma verso le quali dovevo per giunta fingere interesse.
Appena mi è stato possibile liberarmi di tutto questo non ho esitato. Ho vissuto solo per il resto della mia vita, lontano dalle fantasie dei libri, dalle chiese, dalle parrocchie, dalle congregazioni e perfino dai partiti politici. Odio ogni forma di religione e di superstizione, detesto la società e le sue convenzioni. Odio i barocchismi, il legno, gli intarsi, posseggo solo mobili in linee puramente rette e in metacrilato, vetro, o acciaio.

A fronte di uno straordinario anelo per l’indipendenza e, lo confesso, per una maldestra tendenza a l’imposizione superomista dell’io, sono sempre stato un uomo di scarso successo e di peggior autoritarismo e impatto; a dispetto dei rimproveri di intransigenza (o forse proprio per quelli) sono sempre stato assai accomodante e troppo accondiscendente, secondo me. Ma se dovessi sintetizzare in una sola frase il tratto più ripetuto della mia vita, sarei costretto ad ammettere: nessuno mai mi ha fatto caso.

Nulla è andato mai come io avrei voluto, nessuno mai ha dato seguito alle mie volontà o preso in considerazione i miei consigli. Suggerii ai miei fratelli di non vendere la proprietà di famiglia, ma dividerla, essa fu venduta, danaro fu perso; chiesi di non essere invitato alle ricorrenze, che non celebro, e puntualmente ho sempre ricevuto inviti a cui mi sono sempre sentito costretto a dar seguito controvoglia, rendendomi ogni anno più antipatico e odioso a tutti.

Ero così inasprito dall’atteggiamento generale che persino quando nostro padre morì non riuscii a tacere. Mi presi apertamente burla del voler rispettare la sua bislacca richiesta di una focaccina al miele nella bara, per tenere a bada Cerbero, una volta giunti nell’Ade, che sennò ti morde, diceva, e faceva l’occhiolino… che chissà che voleva dire quell’ammicco.
Parlava spesso di questo mito romano, e io avevo sempre intimamente detestato quella storiella per imbecilli e l’occhiolino che puntualmente la seguiva. Il cane nero a tre o cinquanta teste che morde e dilania le anime… ma come si fa a dilaniare un’anima!?
Diceva pure di essere un buon cristiano… ma paganesimo e cristianesimo non sono compatibili! Niente! Non ascoltava, andava avanti come se non avessi detto niente, sostenendo che le cose “sono più complesse di così”, che la religione cristiana è una sovrapposizione ad antichi miti, che a ognuno nell’al di là capita quello in cui crede…
Che baggianate! E la serie non finiva mai, tra pseudo-erudizione, confusioni, vere e proprie scempiaggini degne di un incolto troglodita. Mi scoppiava la testa dinanzi a tanto disordine.    

Prima del funerale sostenni, unico tra i tanti presenti, sbigottiti dalla mia empietà e mancanza di tatto e opportunità, che quello della focaccina era un gesto ridicolo, stupido sino al delirio! La verità non deve aspettare momenti convenienti per darsi a conoscere. Mi assolsi.
Mi fu risposto, con ombroso risentimento, che era un’antica tradizione di famiglia a cui il babbo teneva come a poche altre, che rimontava di generazione in generazione a Dio solo sa quanto indietro nel tempo. In ogni caso non erano fatti miei quello che il babbo credeva o affermasse di credere. Al solito la ebbero vinta.

Questa la mia famiglia, ma nemmeno la mia carriera è mai stata brillante, è progredita al passo più lento e inerziale che si possa immaginare; avevo iniziato col solito entusiasmo, nessuna delle mie proposte per il miglioramento dell’ambiente lavorativo fu mai accettata; dopo un decennio (sono perseverante) smisi del tutto di contribuire fuori del minimo per non essere licenziato, iniziai a pensare solo al prepensionamento. Si creò un ennesimo circolo vizioso che non mi ha portato che amarezze.  

Per giunta sono sempre stato un soggetto con pudori fuori dal tempo ed esagerati; quando è toccato a me di invecchiare e ammalarmi, chiesi, unica cosa, di non essere assistito da persone volgari e ordinarie; puntualmente mi misero al seguito una grossa, stupida femmina polacca ciarliera e indiscreta, che mi trattava con una confidenza inaccettabile e che, per darsi importanza e usandomi come valuta per stringere fatui contatti sociali, raccontava a tutti lo stato della mia salute così come da ignorante pensava di saperla interpretare. Non risparmiava a nessuno, estranei e detestati vicini di casa compresi, ogni dettaglio fisiologico. Parlava così forte, con quell’accento odioso, che la sentivo da casa, mentre lei era ancora sulle scale.
So bene che chi riceveva tutte quelle turpi informazioni godeva del mio imbarazzo, perché la gente attorno a me è sempre stata così: indiscreta e maligna.

Non mi vergogno di confessare che quando infine mi diagnosticarono un male incurabile e mi diedero solo pochi mesi di vita, sentii un certo sollievo, il nulla è preferibile a questa strana e scomoda allucinazione che è vivere.

Negli ultimi giorni mi dissi che l’unica soluzione sarebbe stata avere una seconda possibilità, considerare questa prima vita solo una brutta copia; nella bella avrei cambiato tutto e probabilmente mi sarei arreso e lasciato trasportare dalla corrente; avrei perfino rinunciato alla mia presunzione illuminista, che mi ha portato solo grane. Ad ogni modo, per chiudere in bellezza e deciso a non mollare proprio ora, chiesi che nessuno osasse mettere una dannatissima focaccina al miele nella mia bara prima di chiuderla. Non è poi chiedere tanto.

I miei fratelli, prevedibilmente, mormorarono assai, attorno al mio letto, lì che stavo dando le ultime volontà, mi interruppero pure.
…È una tradizione di famiglia. Nessuno di noi è mai andato senza. Che male ti fa la focaccina, tanto sei morto. Dai non essere sempre così inflessibile. Se non lo fai per te e per Cerbero, fallo per noi che ci dispiace. …Tanto lo sappiamo che non ci credi, ma siamo noi a crederci, a volerlo, a chiedertelo…

Andarono avanti per un bel po’, come è di costume, ma finsi di stare peggio di come stavo e mi mostrai inflessibile, come pure è di costume. Mi venne in mente quanto sia spaventoso essere in balia altrui, completamente indifesi, da cadaveri, gestiti da una squadraccia di idioti, o magari, peggio ancora, di pervertiti. Sapevo che nessuno di loro, mai aveva mai, e dico mai, fatto quanto gli avevo chiesto di fare, mai. Per una volta, pensai, almeno, da morto, una volta nel nulla, non potrò sapere che avranno deciso di andare avanti, come d’uso, di testa loro.  

Quest’idea di finirla lì e liberarmi della loro molesta compagnia mi infuse un incredibile coraggio, persino euforia, ma la seconda potrebbe essere conseguenza della morfina.  

Ora sono qui, l’effetto della morfina è finito, è buio, fa freddo ed è pieno di gente da ogni dove, mi pare di vedere un fiume nero, è come diceva il babbo, tutti tremano e sono disorientati, sento abbaiare e gridare, sento ringhiare, mordere e piangere, e non ho con me la focaccina per ammansire il guardiano del Tartaro.

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