LA FUGA DEL POSSENTE TELAMOMIO (racconto fantastico)

L’imprecisato scudiero del Duca Trasone D’Auge, detto lo Sciarra, ovvero l’Attaccabrighe, dopo una sonora serie di ceffoni, fu fatto imprigionare dal suo signore che cercava un capro espiatorio a salvataggio del suo onore gravemente menomato da una plateale e vergognosa figura di merda in campo aperto e singolar tenzone dinanzi al potente e dotatissimo campione saraceno Roboano.

Trovato un modo per addossargli la colpa della fuga, non se ne parlò più, giacché per quanto i testimoni del fatto non fossero persuasi della versione data dal truce feudatario e catafratto, la presero per buona, anche considerando che il Duca aveva un caratteraccio, mani come mole di mulino, ed era estremamente violento. Inoltre, episodio vergognoso a parte, era sempre stato ardimentoso e intrepido.

L’imprecisato scudiero fu frettolosamente consegnato ai carcerieri, che erano tutti quanti gente di malaffare e tagliagole privi di un ben che minimo filo di pietà. Cinque manigoldi dei peggiori che girassero per la Terrasanta, mutilati, zoppi e sofferenti, e perciò ancor più inclini allo scherno crudele e a godere della sofferenza altrui. Esaminato il caso, in considerazione della sua giovane età e della esile struttura, decisero di infilarlo in una delle camere dei giganti.

“Ti troverai bene!” gli dissero mentre lo portavano a destinazione: “in compagnia di uno dei giganti o dei ciclopi, stanno sempre da soli, ma non perché noi, quando si abbia l’occasione, non gli si affidi compagni di pena, ma piuttosto perché loro si stufano presto e li divorano.”

Mentre raccontavano i fatti se la ridevano di gusto: “certo noi li aiutiamo a prendere la decisione antropofaga dimezzando la razione di cibo, ma tanto, loro mangeranno da subito anche la tua, e tra morire di fame, e morire sfamando qualcuno non c’è una gran differenza.”

Non era vero! La differenza c’era, ma il condannato non ci pensò troppo, era atterrito dalla sua sorte e cercava di capire cosa sarebbe successo. Dopo una lunga camminata erano finiti in un luogo strano, a pelo del deserto, dentro una grotta da cui si scorgeva l’orizzonte esterno. Sul piano del pavimento di roccia c’erano delle grate, strette, anguste, ma non tanto da non permettere a un uomo di non esagerate proporzioni di passarci.

Un pidocchio del manipolo, col volto terribilmente sfigurato da ferite ricevute da chissà quale porco infedele, aprì a fatica la grata e gli altri quattro afferrarono l’adolescente scudiero ciascuno per ogni arto, poi quello che teneva l’arpione della grata disse: “qui sotto c’è un ciclope, un miscredente pagano che viveva di prepotenza e accoppava chiunque si incrociasse con la sua fame o lo infastidisse. Fu battuto in uno scontro svoltosi proprio a cazzodicane dal primo paladino di Francia, o il secondo, per una enorme botta di culo occorsagli durante una delle sue imprese da signorino da brindare a qualche Dama zoccola di quelle. Mentre era tramortito lo infilarono qua sotto, in una profonda bolla nella roccia che serrarono con potenti catene dalla parte aperta. Pensa che ce lo trasportarono così in fretta e furia che lo lasciarono con tutta la sua mannaia appiccata addosso. Tanto da lì non esce più! Nelle altre nove bolle nella roccia personaggi altrettanto truci e prepotenti, tutti alti almeno due frisoni se non tre, incivili e prepotenti”.

“Buon divertimento!” fecero gli altri in coro.

Lo scudiero per la paura lottava disperatamente. I cinque se la ridevano, cercarono di infilarlo per i piedi, ma il terrore aumentava tanto la forza dello sconosciuto scudiero, che quello riusciva a puntarsi nonostante la giovane età e la poca prestanza. Invero i quattro che lo maneggiavano si divertivano pure ad allungare il brodo per beffarsi della paura del poveraccio dandogli qualche falsa speranza.

Nella grotta a pelo del terreno faceva fresco, rispetto al deserto, ma a un certo punto tutti iniziarono a fare una gran sudata per lo sforzo e si stufarono presto. Infine lo girarono sottosopra, e lo infilarono nel buco per la testa, poi gli chiusero la grata sotto i piedi saltandoci sopra per spingerlo ben bene in basso e iniziarono a ridere e motteggiare vedendo come si aggrappava con mani e ginocchia per il cunicolo, verticale come una cappa di camino, cercando di non finire subito di sotto, nella cella abitata dal ciclope.

“Resisti pure quanto ti pare, che non sarà mai a sufficienza” gli diceva uno, un altro estratto il pugnale infilava la lama nelle aperture quadrate della grata fino all’elsa cercando qualche parte della gamba a tiro e da scorticare alla meglio. Continuarono per un po’ usando l’arpione, per spingerlo giù, ma tanto ci andava anche da solo. Lentamente, certo, ma alla fine avrebbe finito per essere esausto e sarebbe capitombolato giù dal soffitto, facendo un volo di qualche metro che gli sarebbe convenuto evitare di fare di muso. Peggio per lui!

I cinque se ne andarono, dopo aver pisciato, chi a tal bisogna spinto, per la grata, e qualche lungo quarto d’ora dopo, i muscoli tesi fino allo spasimo dello scudiero non ressero più e lui finì nella cella precipitando dal buco.

Nella caduta aveva picchiato col naso! Il dolore accecante lo aveva tramortito e lui imprecava, mentre con le mani si teneva la faccia e cercava di scrutare il posto in cerca del vero problema della attuale situazione, che non erano certo le escoriazioni a gomiti e ginocchia e il sangue dal naso.

Nell’oscurità un piccolo lumino era acceso e brillava con delicatezza e cura. A un lato, seduto su possenti e sproporzionate gambe, una figura terribile, dalla pelle che pareva dura come quella di unicorno africano, squamata e grigio verdognola, le mani della dimensione delle pale di un mangano, e probabilmente di simile potenza, una barba incolta e pure essa che pareva verde.

Poggiato coi gomiti sulle ginocchia e le mani sulla mannaia, lo scudiero lo vide, ed era curiosamente scrutato da un solo occhio circolare e tremendo ficcato nella fronte, al centro, di un bestione dall’aspetto terrificante.

Si alzò in piedi timidamente e decise di trattare il compagno di pena con cortesia per cercare di rimanergli simpatico: “sa-salve, io sono Chi-childerico, l’ex scudiero di quel figlio di puttana del duca D’Auge, per servirla! Pare che saremo co-compagni di pena.”

Il ciclope non parve a tutta prima un energumeno incapace di parola e di pensiero. Rispose! Certo non era di buone maniere, ma rispose: “io sono Telamomio, il grandissimo ciclope dalla superba potenza. Salve, pusillo Chichilderico lo scudiero.” Childerico non corresse il suo nome.

“Ci faremo compagnia!” aggiunse il ciclope: “sto quasi sempre da solo! Ma a volte mi fa piacere fare due chiacchiere con qualcuno. Guarda là!” e indicò un angolo del posto che il giovane non aveva ancora notato e dove erano ammucchiate resti di ossa umane. Non erano troppe, ma lo scudiero capì subito che ne mancavano  parecchie e che esse il ciclope se le doveva essere mangiate: le teste c’erano tutte, o almeno ce ne erano una decina buona, ma palesemente femori e costole erano pochi per ricostruire degli scheletri interi.

“Quelli erano i miei compagni di pena, sono morti tutti! È che qui la vita è difficile caro Chichilederico, il posto è malsano, la gente muore presto, perché fa freddo, umido, non ci arriva la luce, eh! Non tutti resistono a lungo come il potentissimo Telamomio.”

Childerico evitò di far trasparire che la versione datagli dal ciclope non lo convinceva del tutto.

“Ma dimmi” fece, ancora, il ciclope, “quali nuove dal mondo esterno?”

“Vuoi sapere chi vince la guerra? Gli infedeli!” disse di slancio il giovane che poi pensò che quello doveva essere simpatizzante degli infedeli, visto dove stava, e non gli conveniva parlare in quel modo, posto che per gli infedeli erano loro gli infedeli.

“No!” fece, invece, il colosso: “non mi interessa la guerra, non mi interessa la politica, e meno che mai le contese per degli dei stolti e le beghe di chi difende questo o quel cialtrone divino, noi ciclopi siamo molto più forti degli dei! Parlami del sole e del vento, che mi mancano tanto!”

A Childerico bollì subito il sangue in vena a sentir parlare così del suo vero Dio, per il quale avrebbe dato la vita a fianco del suo cavaliere e signore, e che… ma poi pensò che avrebbe dato la vita da solo ormai, e che non gli conveniva qualche risposta, tipo: “se sei così forte, sbrasone mentecatto, perché non te ne esci da qui!”.

Non disse nulla e perplesso iniziò a guardare con attenzione il posto. La botola da cui era caduto era in su, sulla volta, a un tre volte la sua altezza, il colosso in piedi la avrebbe toccata forse anche con la testa, forse in piedi non ci stava proprio lì dentro. Le mura correvano in circolo tutto attorno, solide, fino a una apertura che era sbarrata da potenti catene intrecciate.

“Non sei un gran conversatore, scudiero!” disse il potente Telamomio lanciando un sonoro sbadiglio.

“Hai mai provato a andartene di qui?” chiese prendendo il coraggio a due mani e toccando un tema che avrebbe anche potuto irritare il bestione.

“Impossibile!” disse sconsolato e con un filo di dispetto il colosso. “Una impresa impossibile pure per il possente Telamomio il greco! Il più potente dei ciclopi e degli dei!”

“Ma hai una bella mannaia, peserà duecento libbre, se mi cadesse addosso anche solo di manico mi accopperebbe…”

Il ciclope scosse la testa sconsolato: “nulla da fare, esile scudiero! Le mura sono di pietra ferrosa, naturali per la maggior parte e spesse… troppo! E le catene, probabilmente le ha fatte qualche ciclope, giù nelle fonderie di Efesto, vicino casa mia, siamo i migliori fabbri! Sono troppo ben fatte e robuste!”

Poi si alzò, spaventando alquanto lo scudiero, stirò un po’ alcune parti del corpo, afferrò la mannaia e tirò un paio di potentissimi sgualembri sulle catene. Esse fecero un rumore infernale, si tesero, ma non si scalfirono affatto.

“Sai quanti colpi così avrò dato? All’inizio migliaia al giorno, poi centinaia, ora ne do, ecco, sì, un paio al giorno, tanto per non restare ozioso, ma tanto non succede niente.” e tornò a sedersi.

Childerico guardò perplesso la strategia evasiva del gigante. Si avvicinò alle catene, guardò gli anelli che erano infissi alla roccia. Fece attenzione un po’ a tutto: quattro anelli per ogni lato, di misura maggiore di quelli della catena, fissati a fondo, probabilmente sino a perforare la roccia in lunghezza ed essere battuti a caldo dall’altro lato. Nessuna leva li avrebbe scardinati!

“Ti vedo meditabondo piccoletto!” fece il ciclope incuriosito. “Le mura non le prendo a mazzate per nulla, mi si romperebbe la mannaia, mi sa!”

Il ciclope aveva ragione, concluse Childerico. Poi fece una domanda: “hai sempre battuto le catene in questo modo?”

“Certo!” rispose tra l’orgoglioso e l’impermalito Telamomio: “se ti stupisce la mia vastissima potenza non c’è da vergognarsi! Dillo pure! È chiaro che sei ammirato, io stesso mi sorprendo ancora ogni volta della mia enorme e basente forza, e delle supreme mazzate che riesco a propinare…”

Childerico non voleva dire quello. Finse un po’ troppo frettolosamente di sì, poi però integrò: “no, ma, mi era anche venuto in mente che se uno colpisce la parte centrale delle catene, quelle si tendono e assorbono il colpo, ma se magari uno si concentrasse sugli anelli fissi, beh, col tempo quelli potrebbero cedere.”

Al ciclope non piacque affatto il saccentello che gli spiegava come vanno le cose e quello che si deve fare: “ne saprai tanto tu! Che non potresti nemmeno alzare la mia mannaia! Di come si usa!” il suggerimento invero gli pareva una scemenza: “non lo vedi, stolto, che quegli anelli sono il doppio degli altri! Non hai occhi? O ti manca il cervello, scudiero?”

Bisognava usare la prudenza col tizio: “sì hai ragione, se tu mi dessi una mano, da buon amico, forse potrei infilarmi da dove sono entrato e cercare di uscire da lì…”

Telamomio rise fragorosamente: “e poi, di certo, mi daresti una mano tu ad uscire pure a me, no? Una volta fuori di qui!”

“Certo!” rispose Childerico con aria assolutamente mite e sincera.

“Tu credi che io sia stupido!” si accigliò il gigante.

Il coraggio era l’unica via per salvare la pelle o per lo meno allungare la vita: “senti Telamomio, cerco solo di trovare una via per la salvezza di entrambi. Se non hai provato mai, magari fallo… colpisci dove ti dico io, se hai mira…”

“Mira! Io! Con la mia mannaia! Mira, dici! Posso aprire in due un chiodo ficcato su una tavola ad occhio chiuso!”

Rimase un po’ pensoso, poi continuò con un tono beffardo: “e dove è che dovrei colpire esattamente, genio?” invero era incuriosito, lui non aveva mai esaminato la situazione, si era demoralizzato una volta visto che la mannaia non spezzava gli anelli e si era incupito e basta.

“Dai qualche poderosa mazzata, ma precisa eh, qui!” fece, indicando il punto esatto dove gli anelli si intersecavano attaccati alla parete: “ma, preciso preciso, mentre io provo a tendere la catena come posso… vediamo che succede.”

Al gigante scocciava dover seguire le idee di un altro, ma dopotutto non aveva nulla da perdere e nessuno avrebbe mai saputo nulla, salvo che avessero avuto successo, ma allora, la gioia sarebbe stata tanta che… ci si sarebbe pensato a tempo debito.

“D’accordo! Perché no! Proviamo!” i due si misero all’opera. Childerico afferrò la catena con tutte le sue forze, la torse come poteva per bloccare il bersaglio il meglio possibile facilitando il lavoro all’altro e il ciclope lanciò un urlo spaventoso e con esso una tale mazzata, così precisa che la mannaia si scheggiò, ma l’anello si spaccò del tutto e Childerico fece una gran botta di culo, l’unica che aveva avuto in vita.

“Evvai!” gridarono all’unisono e poi risero del successo e dell’esclamazione identica.

“Bravo Chichilderico!” fece il gigante in preda all’euforia: “altri tre colpi così, e seppure la mia mannaia ci sarà da ribatterla, ce ne andiamo da qua”

Il ciclope già stava facendo progetti: “sai che potremmo fare? Potremmo metterci in società: tu sei un osservatore attento, io posso tutto con la mia possanza, ci imbarcheremo ad Antiochia e prenderemo il controllo di una nave. Vivremo di pirateria, saremo ricchi, poi scioglieremo la società e io tornerò sulla mia isola a vivere da signore, e tu, tu te ne andrai dove vuoi!”

“Perfetto!” fece lo scudiero contento di essersi fatto un nuovo amico e avere progetti per una vita nuova, dato che la precedente pareva spacciata fino al momento prima.

Diedero altre poche mazzate e l’apertura fu accessibile. Davanti Childerico dietro Telamomio che ci passava appena, ma ce la fece.

Una volta fuori, Telamomio si commosse per il vento e la luce del sole. Iniziarono ad attraversare il deserto in direzione di Antiochia, ma nessuno sapeva bene il percorso.

Dopo un giorno intero di cammino a Telamomio venne gran fame. Rivide unilateralmente e in silenzio il contenuto dell’accordo e mentre Childerico scrutava l’orizzonte in cerca di tracce o piste da seguire, parlando a dismisura, gli ti mollò da dietro e senza essere visto, uno scappellotto che gli ruppe istantaneamente l’osso del collo, poi se lo mangiò intero.

Non gli tolse neppure i vestiti, non lasciò manco il cranio, né sputo gli stivaletti. Gli staccò la testa di netto e bevve il sangue per la gran sete desertica strizzandolo come una borraccia, poi masticò coi molari e assai fragorosamente, peggio che fosse pane raffermo da settimane, il cranio, e poi resto che era più tenero.

Era stato da buon amico ucciderlo prima di metterlo sotto i denti, senza che se ne accorgesse neppure, si sentiva un magnanimo. Visse di prepotenze, tra bordelli e taverne, a lungo e felicemente.

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