La “Gatta di Natale”

Racconto macabro, per il Natale 2016

Disegno realizzato da Silvia Forcina


In uno dei vari mercatini delle pulci seminati per tutta la lunghezza della via dietro casa, ho trovato una copia, piuttosto sgualcita e quindi fortunatamente anche a buon prezzo, della raccolta del Boston Medical and Surgical Journal dell’anno 1849, vol. LV, che mi sono affrettato ad acquistare, non solo perché colleziono avidamente pubblicazioni mediche e giuridicopenali del Diciannovesimo Secolo, “epoca d’oro” del macabro scientifico e criminale, ma anche perché mi sono accorto subito che riferisce una strana storia accaduta a Baltimora, la città dove, proprio lo stesso anno della pubblicazione, morirà il grande scrittore americano E. A. Poe, che per di più era originario di Boston. Che coincidenza!

Il diciannove di gennaio, chiamata dal vicinato, la polizia aveva forzato l’ingresso dell’abitazione dove viveva l’anziano Mr. Albert Laforgue, del quale, nessuno lo aveva realizzato coscientemente, non si aveva traccia da oltre un mese, e del quale non si poteva aver traccia, dato che era deceduto, solo, nelle sue stanze che, si capì, non lasciava da svariate lune.

Il signor Laforgue, da sempre un misantropo, soggetto schivo e introverso, ma non odioso o cattivo, era stato colto, piuttosto improvvisamente a quanto pare, da una forma estrema di isolamento volontario, alla quale non era riuscito a sopravvivere, ma c’è di più. Le orride circostanze in cui il suo corpo fu rinvenuto, infatti, diedero adito a speculazioni a dir poco incredibili, che tuttavia si confermarono come le uniche plausibili.

L’anziano era conosciuto nel vicinato, dove tutti lo ricordavano aver vissuto da sempre, non solo per il suo carattere taciturno, che risaltava su una straordinaria statura, ma anche per il suo ultimo compagno felino, una gatta fulva di rara bellezza e di dimensioni di certo ragguardevoli, a cui l’uomo aveva dato il nome della moglie, scomparsa almeno tre decenni prima.

Il lunatico signore dall’aspetto segaligno aveva sempre avuto un gatto, e solo uno alla volta, da quando si aveva memoria di lui nel quartiere, e aveva sempre amato le bestiole, uniche ormai verso le quali pareva nutrire ancora tale tipo di sentimento. Pare però che verso quest’ultima gatta in particolare, eccezionale in tutti gli aspetti, intelligenza e caparbietà comprese, avesse poco a poco iniziato a sviluppare uno stranissimo risentimento, di cui si ignorano le ragioni, ma che assai probabilmente era del tutto irrazionale e non dovuto ad altro che a qualche patologia latente, come demenza, o simili, all’epoca, di certo, meno conosciute e riconoscibili di oggi.

A quanto pare, preso da momenti di odio vero e proprio, aveva provato a scacciare la gatta varie volte, addirittura ad aggredirla pur di liberarsene, ma dopo anni che quella viveva nell’appartamento, ogni volta, quasi per magia, pareva riapparire e farsi i comodi suoi, a dispetto delle ire del padrone.
Dal loro racconto, i vicini sentivano sovente rumori e tonfi, grida e maledizioni, poi di nuovo la calma, altri eccessi, imprecazioni e baccano, di nuovo calma, a ritmi e cicli che facevano pensare più alla manifestazione di fobie e deliri, vaneggiamenti da malattia mentale, che altro.
A detta di alcuni abitanti o esercenti del vicinato, interpellati in qualità di persone (vagamente) informate dei fatti, la relazione fu intesa (e qui è curioso e al contempo sinistro che in diversi abbiano formulato indipendentemente lo stesso paragone e proprio quello) come una sorta di “vecchio matrimonio”, uno di quelli di cui ci si lagna e in cui ci si adira di continuo, ma a cui, alla fin fine, non si è disposti a rinunciare per davvero.

Se con la gatta egli facesse ogni volta “pace”, o se semplicemente rinunciasse a perseguirla e disfarsene una volta per tutte a causa della sua salute malandata, lo stato malfermo delle sue gambe, il fiato corto causato da enfisemi polmonari da fumo, e un quadro clinico sia fisico che mentale piuttosto lamentabile, non è dato sapere.
Quello che si sa per certo è che la sua opinione sull’animale non cambiò neppure dopo che quello, miracolosamente, trattandosi solo di un felino, arrivò a salvargli la vita da una fuga di gas mentre dormiva. La casa fu una delle prime ad essere dotate di gas, e Baltimora la prima città americana con illuminazione stradale a gas, dal 1817. Il fatto della mancata tragedia va preso per certo e fu asseverato da varie fonti testimoniali, oltre che da diversi altri periodici dell’epoca, che riferirono lo strano episodio con tanto di illustrazioni, in alcuni casi, e dichiarazioni di vigili del fuoco e guardie urbane… e della bella gattona.

Dopo l’evento, tutti gli suggerirono di erigere un monumento all’animale, o almeno di riconciliarsi con lui, ma ciò non avvenne mai. Forse non ci fu tempo, ma di certo il vecchio continuava, a quanto pare, a detestarlo, e dal racconto della sua unica nipote, e unico diretto a disposizione, egli pareva esserne ossessionato fino alla vera paura.
Riferisce la giovane, che quando si era recata in visita dal prozio, il Natale precedente, lui non aveva parlato praticamente di altro che di come e quanto detestasse ormai quell’animale, che negli anni aveva sviluppato comportamenti odiosi, dimostrava un’intelligenza e malvagità straordinarie, e che aveva rischiato di ammazzarlo in innumerevoli occasioni. Gli aveva rovinato la vita, quella gatta maledetta, coi suoi scherzi atroci e perversi. A cosa si riferisse di preciso, non si sa, ma tutte queste esagerate affermazioni non si coniugavano affatto con la felice vicenda della fuga di gas, in cui, consapevole o per puro caso che fosse, era stata decisiva, e tantomeno con il comportamento della bestiola in presenza della giovane, che non aveva notato nulla di anomalo.

Fatto sta che gli eventi precipitarono sul volgere di quello stesso anno. La nipote aveva fatto omaggio allo zio di una allegra decorazione natalizia, con lo scopo evidente di portare un raggio di luce nella sua grigia e solitaria esistenza, aggiungendo un po’ di colore e aria di festa a quelle tende polverose, perennemente tirate su tutti quei cimeli da museo. Si trattava di una novità, un piccolo abete ornato con fiocchi variopinti, che, la brava ragazza si fece promettere nel tentativo di stimolare l’anziano, andavano tolti dai rami, conservati e riutilizzati l’anno successivo con un altro alberello. Il vecchio tronco andava invece buttato via, una volta finite le feste, dato che non aveva radici.

Il vecchio prozio con inaspettata diligenza, aveva in effetti ripulito il piccolo abete delle sue belle decorazioni, e le aveva riposte in una elegante scatola da sigari ormai svaniti da almeno un decennio, che fu rinvenuta durante le ispezioni dell’appartamento; l’alberello, però era rimasto in soggiorno, spoglio, sul bel mobile dove era stato scelto di farlo splendere della sua festosa allegria ormai spenta.

È probabile che, nella sua patologica inedia, il vecchio abbia sempre procrastinato il da farsi, giorno dopo giorno, fino all’anno successivo. Le indagini immediate, infatti, mostrarono in modo ineluttabile che lui non prestava più attenzione ai fatti della sua triste esistenza. Nella cassetta delle lettere giaceva la corrispondenza praticamente dell’intero anno, intonsa.
Tra le poche missive di qualche interesse, quella proprio della nipote, una bellissima e rara cartolina di auguri di Natale, coperta di porporine d’oro e argento veri, in cui la povera si scusava di non poter, per la prima volta, realizzare la consueta visita nelle date limitrofe alle celebrazioni natalizie, a causa del suo temporaneo trasferimento in Canada per ragioni lavorative del marito. Prometteva di rimediare il prima possibile, magari al suo compleanno, e mandava tanti abbracci e baci.  

Il diciannove di gennaio, quando fu rinvenuto ormai morto sulla sua sedia a rotelle con cui da un po’ preferiva spostarsi per casa, non fidandosi delle sue ginocchia, il cadavere era in avanzato stato di decomposizione e fissava, con orbite ormai vuote e una bocca spalancata dal decadimento dei tessuti in un grido eterno e esterrefatto, tanto sordo quanto innaturale, il piccolo relitto vegetale.

Il medico forense retrodatò il decesso per arresto cardiaco fulminante ai giorni compresi tra la Vigilia di Natale e Santo Stefano. Su quello che in origine era stato un allegro e delicato segno di affetto, offertogli nel momento più benevolente e altruista dell’anno, dalla sua unica parente in vita e ancora affezionata a lui, gli ornamenti e la gioia non solo erano scomparsi da tempo, ma, forse per uno strano scherzo del destino, forse per una non meno incredibile intenzionale perfidia, o persino per un bizzarro malinteso, erano stati sostituiti dall’orrida parodia di sette pantegane morte.

Tutti furono d’accordo nel ritenere che la macabra e dissacrante scultura non poté assolutamente e in alcun modo essere realizzata dal deceduto, che non solo rifuggiva gli animali in genere più degli umani, ma che non avrebbe mai avuto agio, nel suo precario stato fisico, anche solo di cacciare o procurasi quegli schifosi ratti. Essi per di più, si chiarì, rinsecchiti che fossero ormai, mostravano i segni inequivocabili di una morte violenta provocata da un predatore.
Questa l’unica spiegazione plausibile: erano stati uccisi nelle fognature in strada e poi, per quanto sia incredibile, sistemati tra i ramoscelli spettrali della conifera anche essa senza vita, dalla grossa gatta fulva, col nome della defunta moglie, che, con buona pace del padrone, insisteva ad abitare quella casa, e che da quel giorno, a dispetto della gran fama alla quale assurse a Baltimora, nessuno vide mai più.

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