La libertà di essere anti-gay!

I discorsi, sempre ammesso che abbiano un valore e che non sia il vivere solo imposizione –tramite scuse, pretesti- della legge del più forte (v. favola della “Parte del Leone” in calce) se vogliono essere usati vadano usati bene, almeno! E tutti sappiamo cosa voglia dire “usarli bene”, lo sappiamo proprio perché i discorsi sono inutili.

Dire che i movimenti pro gay e le loro affermazioni pubbliche sono “una limitazione della libertà di espressione altrui” (libertà degli omofobi di restare tali e non dover ascoltare posizioni avverse) e che coartano un diritto costituzionalmente riconosciuto –e quindi non devono essere consentite e diffuse- è una affermazione così cialtronesca che grida al soccorso di mazze e clave per essere spazzata via. Inutile parlare con chi palesemente non è disposto a comprendere né, almeno, a recitare come si deve.

Allora facciamo un altro discorso a pera dello stesso tenore, tanto per ridere un po’ di simili pezzenti e mentecapti.

Io non sono universalmente amato; c’è chi vuol stare con me e gradisce la mia presenza nella sua vita, e chi, invece, è indifferente alla mia compagnia. Pensavo che ciò non fosse una situazione molto propizia e che fosse preferibile essere sempre benvoluti da tutti, invece poi ho capito che è meglio non toccare nulla. Almeno così posso avere un po’ di pace! Perché altrimenti come potrei andare a dormire la notte, o non rispondere al telefono se sono triste e pensieroso? Come potrei mai privare gli altri della mia presenza che desiderano ardentemente? Come potrei mai coartare la loro libertà di vedermi se lo desiderano e quando lo desiderano, il loro diritto a stare con me, solo per riconoscermi io il mio a disporre della mia vita come meglio mi aggrada?

Favola.

Una vacca, una capra e una paziente pecora furono alleate di caccia col leone nella foresta. Presero un immenso cervo e il leone lo spartì dicendo: “La prima parte mi spetta poiché mi chiamo re, la seconda la prendo come socio, la terza mi viene poiché valgo più degli altri, e la quarta guai a chi la tocca!” e così si prese tutta la preda, il nefando.

Vacca et capella et patiens ovis iniuriae socii fuere cum leone in saltibus. Hi cum cepissent cervum vasti corporis, sic est locutus partibus factis leo: «Ego primam tollo nomine hoc quia rex cluo; secundam, quia sum consors, tribuetis mihi; tum, quia plus valeo, me sequetur tertia; malo adfìcietur si quis quartam tetigerit.» sic totam praedam sola improbitas abstulit.

O, nella mia fantasia.

E il leone disse: “cari miei amici e compagni di caccia, amica pecora, amico asino, stimatissima capretta: il primo quarto del magnifico cervo ch’abbiamo testé abbrancato e ucciso, e così spartiremo, spetta chiaramente a me, ne converrete, in quanto Re di tutti gli animali. -Convinti cenni di assenso da parte di tutti- Il secondo quarto mi spetta in quanto capo del presente consorzio venatorio che ho onorato con la mia magnifica presenza, il terzo è senza dubbio alcuno mio in virtù della mia enorme superiorità e possanza, e quanto all’ultimo quarto, nessuno di voi osi toccarlo!

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