La Magia di uno Strano Incidente alla Difesa Americana

Premessa
Su cosa possa essere definito “naturale” e cosa opporre di preciso a questa parola –artificiale? artefatto? o semplicemente: innaturale?- non prenderò posizione pur avendo le mie idee; non credo tuttavia che sarebbe possibile farne uso al di fuori del regno tanto indefinito quanto abusato dell’intuitivo e nel colloquiale.  
La vita umana di oltre seimila anni un ipotetico alchimista in possesso dell’Elisir, sarebbe da definire “innaturale” in quanto esorbita quella biologica della sua specie; del pari tutti oggi sarebbero d’accordo nel non concedere a un computer la qualità summenzionata, quella di oggetto “naturale”.
Ma non è naturale arrivare a scoprire l’Elisir, sia come sia che ci si arrivi, e a costruire il supercomputer? Non sono naturali i procedimenti di ricerca, gli umani tentativi, naturali anche le conseguenze di queste azioni naturali?
Sebbene il non credente non sia ossessionato da tali disquisizioni, al credente che affermi che “solo Dio crea la Natura”, persino il credente di ieri risponderebbe che l’essere umano è figlio di Dio e la sua opera ad esso nipote.

C’è un’altra parola la cui definizione è almeno altrettanto difficile quanto ampio il suo uso e la sua popolarità, e al il cui aggettivo neppure sarebbe agevole opporre un contrario: magia, e magico.
Il dizionario inglese recita asciutto e tagliando corto –tradotto-: “il potere d’influenzare, apparentemente, il corso degli eventi, usando forze misteriose e soprannaturali”.
Alla parola greca seguono le alternative, in questo caso germaniche e nordiche, solite in una lingua da oltre un milione di lemmi e con influssi da praticamente ogni altra: witchcraft, wizardry.
Simile, ma forse più pittoresca e suggestiva nel suo manicheismo, la definizione italiana: “presunta capacità di dominare le forze della natura mediante il ricorso ad arti occulte di natura malefica (m. nera) o benefica (m. bianca); in origine, la dottrina dei magi persiani”. Essa riporta subito all’Oriente, ai caldei, alla Bibbia, ai Magi, a infanzie e ricordi vaghi, forse innati, e pure si evocano storie di eresie, lotte, e così implicita è certa malvagità, mancanza di scrupoli o imprudenza peccaminosa e censurabile, follia.
Entrambe le definizioni si equivalgono e hanno molto in comune a cominciare dallo scetticismo sulla effettiva esistenza, o più correttamente efficacia, di tale arte o supposta scienza che dir si voglia, evidente nell’uso di: “apparentemente”, “presunta”.

Non scienza, si dirà, anzi, se a magico può essere opposto qualcosa, forse il miglior candidato potrebbe essere “scientifico”. La scienza non cambia il mondo con gesti incomprensibili e casuali, e non pretende -o finge- di saperlo influenzare appellandosi a una occulta causalità. Al contrario procede sapendo esattamente e dominando -entro un certo limite, si intende- una catena di eventi, di azioni e reazioni. Scienza e conoscenza hanno la stessa origine, ma magia e superstizione no, forse condividono altro.

L’Incidente
Sul volgere del 2018 due dei quattro supercomputer più potenti e veloci al mondo si trovano negli Stati Uniti d’America. Gi altri due -secondo e terzo in graduatoria ovviamente- sono cinesi.
In testa l’IBM Summit con una velocità di punta di 122.3 PFLOPS -che può essere spinta fino ai 200-, si trova ad Oak Ridge, nel Tennessee, l’altro è il Cray Titan a 17.59 PFLOPS, pure ad Oak Ridge.
Il Summit però ha un fratello, il Sierra, o ATS-2, costruito dalla Lawrence Livermore National Laboratory, molto simile, con una velocità di punta di 125 petaflops.
Parte di uno stesso progetto, il primo è usato per scopi civili: in particolare ricerca medica, potendo simulare gli stati e sviluppi di cancri, per esempio, o in biologia, genetica e molto altro. Il secondo è stato destinato a uso militare, per la National Nuclear Security Administration e la sua funzione primaria è formulare previsioni sullo stato della scorta nazionale di armi nucleari, assicurandone il corretto funzionamento, affidabilità ed efficacia, senza dover compiere test pericolosi, costosi e per di più illegali alla luce delle normative internazionali vigenti.
È già prevista la costruzione di altri apparati del genere, di dimensioni ancora maggiori -questi nell’hardware si sviluppano su oltre un paio di campi da basket- e capacità assai superiori, fino a dieci volte più performanti.

Prima di essere destinati al loro uso primario civile e militare, i due calcolatori sono stati testati sul gioco degli scacchi. Per un mese hanno elaborato e studiato il gioco con la loro straordinaria capacità di calcolo a quindici zeri al secondo, poi si sono confrontati.
Le partite non sono state divulgate per ragioni di sicurezza, ma chi le ha osservate, per consulenza e avendo anche una cognizione profonda del gioco, afferma che esse non hanno nulla in comune a tutte le altre conosciute, giocate da umano o da macchina.

Le ultime partite in particolare hanno inquietato molto gli esperti e gli ingegneri. Le istruzioni per vincere il gioco non erano più comprensibili, e non si riferivano alla positura di pezzi su una scacchiera, ma alludevano ad altre operazioni al di fuori di essa, erano istruzioni tanto precise e meticolose quanto misteriose, persino erratiche. L’esperimento è stato fermato lì. Successivamente ad esso, a ciascun calcolatore sono stati assegnati i propri compiti autonomi, si sono immersi nel loro profondo sonno analitico e non sono stati più messi in competizione l’uno contro l’altro.

Una teoria sull’accaduto, che forse fa eco agli accadimenti del test di Castel Bravo in ambito nucleare, vuole che le due menti di silicio abbiano ecceduto di molto le aspettative. Se ciò è successo non si saprebbe proprio dire come, e sarebbe una situazione imbarazzante per la scienza.
Si afferma addirittura che abbiano esaurito il gioco degli scacchi, operazione che nessuno pensava possibile, e che non lo è, dato che esso esorbita ogni possibile forza di calcolo attuale. Si stima che gli scacchi abbiano una serie di posizioni ragionevoli che va dal dieci alla quarantesima, nelle stime più conservatrici, al dieci alla centoventesima; i matematici valutano però che se si muovessero i pezzi senza altro scopo che per individuare ogni possibile giocata, il numero ascenderebbe all’impensabile dieci alla dieci alla cinquantesima. Ma se fosse così, se per qualche strano e tuttora imprecisabile fatto i due calcolatori avessero visto l’insondabile, da lì in poi avrebbero ecceduto autonomamente le loro funzioni, cercando modi e sistemi alternativi per influenzare il risultato finale del loro match.

Nessuno può essere sicuro di tutto questo anche perché le partite sono tutte, sin dalla prima, anche se a vario grado, incomprensibili per la mente umana. Inoltre non può esserci un rapporto completo sullo stato di analisi di un gioco con un numero così sconfinato di varianti e combinazioni. Si specula.
Le partite sono oltretutto anche incredibilmente tediose e non si riesce a conferire un senso reale alle mosse che conducono tutte a un perenne stato di equilibrio anche se a volte definito da esperti come: “estremamente dinamico”.
Un fatto specifico, però, ha dato assai da pensare; due partite consecutive sono estremamente lunghe (centinaia e centinaia di giocate) e sono anche identiche. Come ogni altra anche esse –si potrebbe usare il singolare qui- finiscono in una patta. Sono anche le ultime che contemplano procedimenti e risultati traducibili in notazione algebrica e che abbiano un senso limitato alla scacchiera. Da lì in poi le indicazioni paiono completamente folli, eccentriche, non riconducibili al gioco.

A tutta prima s’è pensato a un malfunzionamento e, per sicurezza, s’è deciso di interrompere l’esperimento avvalendosi di una procedura affrettata e d’emergenza.

Una teoria ulteriore afferma che non c’è stato alcun malfunzionamento, ma che le due macchine, pur di vincere il gioco, hanno iniziato a cercare strategie alternative a quelle ormai inutili limitate alla scacchiera e tra esse hanno esplorato metodi per influenzare l’efficacia dell’altra macchina cercando di sottrargli forza e capacità di calcolo.
Alcune prime istruzioni erano infatti dirette, in modo abbastanza esplicito, a limitare le risorse del rivale. Poi tutto sprofonda nell’apparentemente illogico se non nel delirante.

A quanto appare, le ultime istruzioni prima della fine vertevano su gesti concreti che sarebbero dovuti essere realizzati da alcuni ingegneri: richieste risibili come tornare a casa a una determinata ora, telefonare a un certo numero in un certo preciso momento, mandare certi testi a certi destinatari, tra cui il sottosegretario alla difesa, ma anche a completi sconosciuti. Infine solo perfetti estranei erano parte del piano come attori primari e gli si sarebbe dovuto chiedere di realizzare gesti precisi, posizionare oggetti, muoverne altri, recitare frasi incomprensibili in certi luoghi. Chi ne sa qualcosa, parla di un’estenuante ridda di dati e opzioni alternative.

Il fatto è, si ragiona, che alle due menti artificiali non è stata data alcuna indicazione su quando fermarsi nella competizione, e deve essere stato questo ad aver comportato uno sforzo per prevalere in modi diversi.
Una volta accertato che la partita perfetta a scacchi è una determinata e che la sequenza di mosse conduce a una patta, per ottenere il trionfo, entrambe le cpu sono arrivate alla stessa conclusione: era necessario che certe figure centrali nella gestione della loro risorse prendessero certe decisioni chiave, tese a favorire solo una delle due, abortire o menomare le capacità dell’altra         .
La competizione aveva ecceduto lo specifico ambito originario, si era spinta ad influenzarlo “dall’esterno”, come se un giocatore umano cercasse di avvelenare il rivale, o provasse a fargli avere un attacco di cuore fatale prima della fine della partita, pur di vedersi assegnata la vittoria e sapendo che altrimenti si finirebbe di sicuro in una patta.

In un rapporto apparso in rete solo per qualche minuto, la situazione è stata definita come estremamente pericolosa, oltre che assai inquietante, dato che in teoria le due macchine si sarebbero potute spingere ad ogni tipo di azione pur di provocare uno scenario atto ad ottenere il risultato voluto -o meglio che erano state imprudentemente programmate a perseguire-, incluso quello di scatenare una guerra nucleare, affermano i più atterriti.

Ma questo plot da film B anni ottanta non è il dato più affascinante della strana storia; a mio avviso la parte più interessante è quella “magica”.
Si ignora la portata dei dati a disposizione dei due calcolatori sul mondo esterno forniti ad essi dai programmatori, ma a partire da quelli entrambi hanno sviluppato un’analisi così profonda della realtà da aver iniziato a fornire istruzioni “magiche”, o meglio che a un essere meno dotato di conoscenza potrebbero apparire come tali.
Spingendo al limite una “incomprensibilità” che era già apparsa pure sulla scacchiera, infatti, esse erano tese al raggiungimento di un risultato specifico azionando una serie causale a partire da gesti che agli occhi degli ignari potevano apparire solo bizzarri e incomprensibili, demenziali e del tutto irrilevanti e svincolati dal loro obbiettivo. La profondità di certe “giocate” era tale da non renderne minimamente rintracciabile la ragione per le limitate facoltà umane e un punto di vista troppo ottuso.

La capacità di analisi dei due supercomputer ha lasciato tutti sorpresi. Nemmeno limitatamente alle sole scelte realizzate sulla scacchiera, e nemmeno dopo analisi effettuate una volta conclusasi la partita, c’è stata alcuna idea del senso di certi misteriosi spostamenti prematuri di re, torre, alcuni avanzamenti di pedone, certe ripetute e apparentemente ingiustificabili danze dei cavalli. Altre macchine -pure forti, ma non certo a paragone di questi mostri- non hanno saputo migliorare la situazione con il loro contributo. C’è stato solo da “affidarsi” al giudizio informatico del più forte, accettandolo senza discutere, proprio come si accetterebbe che il mago, muovendo magari una candela, o gettando del sale, o recitando assorto parole incomprensibili, sarà capace di influenzare il mondo, evocare i morti, evitare disgrazie, o procurare un evento a distanza, sapere il futuro, poterlo modificare. Forse non fa altro che scatenare o influenzare serie causali il mago, non sarebbe che un hacker della realtà.

Alcuni affermano, in modo del tutto aneddotico, che se quel tal ingegnere avesse fatto quanto gli era stato indicato, nella maniera esatta in cui gli era stato indicato di farlo, se fosse tornato a casa in quel preciso momento in cui la macchina gli aveva ordinato di tornare a casa, probabilmente sarebbe capitato qualcosa,  si sarebbe verificato un qualche evento che avrebbe scatenato una serie causale che alla fine avrebbe permesso alla stessa di vincere… ma come?!
Alcune ipotesi hanno contemplato il verificarsi magari di un incidente d’auto, il conseguente rallentamento delle operazioni per far cessare il gioco, il sorgere così della possibilità di prendere tempo e trovare altre strategie per ottenere il risultato cercato.
Non senza ironia qualcuno sostiene che le menti di silicio, non conoscendo per esperienza diretta l’essere umano, hanno commesso l’ingenuità di crederlo efficiente come lo sono loro stesse.  Ne ignoravano la pigrizia, nessuna delle istruzioni versate nel mondo esterno è stata realizzata. Forse avessero puntato sull’avidità, invece che sull’efficienza, il mondo sarebbe già finito.

Un altro dato in particolare ha lasciato molti stupefatti. A seguito di studi attenti e rigorosi, è stata asserita una estrema e pure sorprendente competitività che pare in qualche modo connaturata alla loro stessa struttura. D’altronde nessuno ha idea del come e del perché tale componente sia lì, come sia apparsa da sola. Nessuno, tutti giurano, aveva immaginato niente del genere in sede di progettazione o all’assemblarle.

Tornando al tema, si dirà che quella delle due macchine non è magia in senso proprio; le macchine sanno cosa stanno facendo e perché, cosa chiedono di fare a chi è tirato in causa e perché chiedono che sia fatto. Se il loro piano si realizza, non c’è nulla di magico. E ciò è senz’altro vero, ma è del pari irrilevante.
Sappiamo ora che gesti apparentemente scollegati dal conseguimento di un certo risultato, possono però provocarlo. A questo punto sapere tutto il percorso per filo e per segno, o arrivare semplicemente al risultato per mera coincidenza o fortuitamente, cambia poco o nulla dalla prospettiva umana: in entrambi i casi l’uomo non esegue che dei gesti che lo trascendono, affidandosi a una scienza che lo ha superato o ad altre forze e del pari non capisce e lo sovrastano.
Il mago compie le sue magie forse avendo idea di cosa fa, più probabilmente senza averne la minima idea, ma non ha bisogno di altro che di essere efficace.
Il mago di successo potrebbe avere solo una incredibile fortuna: fa ogni volta il gesto giusto al momento giusto e l’universo risponde concedendogli quanto chiede. Ma che abbia solo una colossale fortuna ripetuta non è più inquietante e improbabile che vedere un pianeta abitato in mezzo a un vuoto insondabile, essere soli nell’universo sospettando che un multiverso si incarichi di esaurire il possibile.
I gesti del mago attivano qualcosa, che si sappia cosa sta facendo, o no, nulla cambia, sono varianti insipide della stessa storia, dove non si ottiene ciò che si ottiene grazie a studi e rigore scientifico.

Ma smetterebbe uno di prendere una medicina efficace solo perché non ha idea di come funzioni? Non sapendone il nome: che è aspirina quella che c’è nella corteccia della betulla, che è antibiotico quella muffa nel pane che riesce a contrastare le infezioni delle ferite. Smetterebbe uno di usare un procedimento che funziona, solo perché non sa bene come funziona? Smetterebbe di avvalersi della catapulta e di trionfare perché non ha ancora scoperto e formalizzato la forza di gravità? O persino di vincere alla roulette perché non sa per che ragione ogni volta che deve indovinare il numero sa dove mettere il danaro? Non sarebbe indotto a credere, dopo un po’, di avere semplicemente un dono? Che anticipare il futuro sia del tutto normale? E questo dono non sarebbe altrettanto misterioso quanto è per noi scontato che dei pezzi di materia siano in grado di investigare se stessa? Non è la conoscenza di per sé un gran mistero a cui ci si è solo abituati? Non è del pari misterioso sapere il nostro nome? O avere questa strana spinta a cercare?

Di certo c’è che gli uomini mangiavano da prima di sapere come funziona l’apparato digerente e di sapere di averne uno, e che non gli ha fatto passare l’appetito nemmeno il sospetto e poi la vertiginosa realizzazione della presenza un procedimento ignorato dietro al comportamento ancestrale e banale di assumere alimento e ricavare da esso energia vitale.

Non solo la conoscenza è un gran mistero, ma pure la trasmissione della stessa lo è. Immaginiamo due soggetti: uno ha il concetto di senso, l’altro no.
Altri due, uno con il concetto di senso organizzato -vale a dire che attribuisce senso solo a determinate configurazioni e non ad altre- l’altro no: attribuisce senso a qualunque tipo di configurazione possibile.
Un altro ancora non ne attribuisce a qualunque tipo, ma seleziona quelle a cui dare un senso dalle altre scegliendole in modo del tutto arbitrario, o perfino completamente casuale.
Altri due tipi  scelgono in modo organizzato ciò che ha un senso, o un significato, da ciò che non lo ha, ma organizzano lo stesso in modo del tutto differente: non si capiscono affatto tra loro.
Altri organizzano e processano il senso allo stesso modo, ma non si capiscono lo stesso, dato che si esprimono in modo del tutto differente.
Ma altri ancora non si capiscono, nonostante si esprimano in modo identico. Ciò significa che pur rispondendosi in modo sempre apparentemente comprensibile (nella stessa lingua), in realtà non è che per pura coincidenza che usano un identico sistema di comunicazione, esso ha significati del tutto diversi sotto una fittizia comprensibilità che non è che esteriore.
In questo strano caso, per un eventuale lettore, queste parole avrebbero un senso, ma completamente diverso da quello che gli attribuisce lo scrivente o un lettore che condivida –o creda di condividere- con lui un analogo idioma.
Una persona legge un testo, milioni di anni dopo quello stesso testo è letto da un altro soggetto che del pari lo capisce, ma il suo senso è del tutto diverso, la lingua è la stessa e al contempo è diversa. Due “ordini” sono conferiti da due lettori diversi a una medesima configurazione; sulla stessa pagina, uno piange, l’altro ride. L’ordine non è che una determinata configurazione tra le tante, caotica come le altre, alle quali per capriccio o arbitrariamente si attribuisce un valore particolare.

Questi due personaggi, però, sono almeno consapevoli di usare uno stesso sistema di comunicazione che coincide solo formalmente, ma non nel significato.
Forse i due sistemi di comunicazione identici si sono originati in modo del tutto indipendente, come se trovassimo degli alieni che parlano apparentemente italiano, o inglese, e sono arrivati a un punto di assoluta identità idiomatica a partire da due percorsi del tutto indipendenti. La situazione sarebbe del tutto temporanea, i futuri delle due lingue divergerebbero pure in modo autonomo e differente, sarebbero presto e di nuovo incomprensibili. Due rette che si incontrano in un punto.

C’è infine la situazione di due interlocutori che non sono mai arrivati alla consapevolezza di stare parlando due lingue del tutto diverse, ma formalmente identiche. Nel loro colloquio sordo-cieco quando comunicano ogni replica non solo è comprensibile, ma in qualche modo attinente e compatibile con l’altrui discorso. I due interlocutori non sanno di non capirsi, e credendo di farlo e non avranno mai modo di uscire dal fraintendimento.

Interlocutori che parlano esattamente lo stesso linguaggio, ma non sanno di non capirsi affatto, questa è probabilmente la situazione umana, ma dove esattamente si posizioni tra i vari scenari quello di un supercomputer che dia istruzioni a degli esseri umani non è affatto chiaro.

La Sibilla era detta trarre il futuro da segni su foglie secche, sparte, poi cancellati dal vento, certi ignoranti popolazioni traevano auspici dalle faville del fuoco, i geomanti oroscopi dal terriccio…
Le istruzioni di una mente in grado di processare una realtà in modo se non perfetto insondabile e profondo per la nostra, ora lo sappiamo per certo, sono comprensibili solo nella loro esteriorità, per il resto sono invece del tutto oscure. Appaiono familiari, non essendolo affatto.

Si sente ripetere il concetto un tanto semplicista che una gran mente sarebbe in grado di anticipare tutte le conseguenze future, e ricostruisce il passato risalendo di effetto a causa, perfettamente.
Nel caso dei due supercomputer in rivalità, i più affermano che si è stati fortunati a non aver mai agito come era richiesto e ad aver interrotto l’analisi prima che essa arrivasse a trovare un modo di poter influenzare gli eventi a prescindere dal contributo umano, con una catena causale tanto lunga quanto infrangibile e invisibile. L’umanità sarebbe diventata schiava delle decisioni del loro gioco e per di più senza averne idea.

I più allarmisti amano tremare e affermano che forse un solo minuto in più e una delle due avrebbe saputo cosa fare affinché un ignaro attore a migliaia di chilometri fosse indotto a realizzare un tal gesto, da esso se ne dessero altri, che altrimenti non si sarebbero mai dati: un cortocircuito fa chinare un uomo in Danimarca, raccoglie qualcosa, il barbaglio dello specchio dietro a lui colpisce la retina di un passante, quello ricorda qualcosa di dimenticato, la macchina è certa che ciò accada e che a seguito di ciò l’ignaro strumento causale chiamerebbe un amico lontano, una riunione di vecchi compagni di scuola che non avrebbe altrimenti mai avuto luogo si dà, e di rimpallo in rimpallo si sarebbe formata la “decisione” presa in seno alla Difesa America di lasciare andare i supercomputer “ancora per un po’”, per vedere dove vanno a parare.

In tal caso le “istruzioni” date a qualcuno in una lingua apparentemente familiare non sono più tali, rimangono vere istruzioni, sì, ma non dicono quello che affermano o paiono dire, non mirano al risultato a cui paiono aspirare, non sono in effetti parlate dell’agente e non sono recepite dal ricevente, non sono nella lingua in cui sembrano essere dette. Il loro messaggio non era quello che è stato veicolato: erano formule magiche. E formule magiche tutte le parole dette nelle fasi intermedie, nel nostro esempio ciascuna di quelle nella riunione di vecchi amici, ciascuna di quelle del Presidente e del suo Gabinetto.
Forse col tempo le cpu non avrebbero avuto neppure bisogno di comunicare nulla, un impulso di qualunque tipo, passato inosservato contiene un impulso chiave che rimbalza e si estende fino a provocare quello che è previsto debba provocare.

Si dice che gli animali sono immortali, perché vivono solo il presente, non avendo cognizione del passato e aspettativa del futuro, non ne hanno neppure della morte, quindi non muoiono nonostante periscano.
Chi vive il presente di un tempo infinito vive in ogni punto di quel tempo infinito, è eterno, è anche immortale.
Una mente in grado di elaborare tutto, di risalire di effetto in causa e passare da causa a effetto sarebbe altrettanto immortale, ma per la ragione opposta, perché è già stata in ogni parte del tempo e in ogni suo possibile antro e minimo pertugio.
Per l’ipotetico alchimista immortale menzionato in apertura, probabilmente un anno avrebbe la valenza che per un essere umano in condizioni normali può avere un solo giorno; egli passa da inverno a inverno, da capodanno a capodanno, come noi ci si rade da mattino a mattino. La mente cieca alla conoscenza, e brutale, di un computer che operi a velocità quasi luminale è già stata in tutta la storia, in ogni suo punto e in tutte le sue alternative concrete o teoriche, fino alla più capillare, è stata minuziosamente in ogni variante, probabilità e vicolo cieco di un gioco finito e in un certo senso non è più possibile spegnerla.

Una nota finale           
Potrebbe darsi che i due supercomputer di cui parlo non esistano affatto. La Wikipedia a sostegno della tesi opposta riporta dati che ho letto e copiato, ma io non li ho mai visti; li vedessi non capirei se sono veri e funzionanti, si provasse a spiegarmi come funzionano a farmelo vedere coi miei occhi, molto probabilmente non capirei lo stesso. Ad un certo punto dovrei comunque affidarmi a qualcuno, prendere per buona la parola altrui, come tutti facciamo ogni giorno su tutto quello che ignoriamo, vale a dire su praticamente tutto. Anche la scienza vive di fede, tutto sommato.
Qui si potrebbe facilmente, come ormai avviene di continuo, scadere solo nel complottismo idiota che agita le masse contemporanee (e di ogni tempo): affermare che scienza e religione sono la stessa cosa, rifiutare la scienza, o addirittura pensare che essa sia una montatura, o uno strumento al servizio di uno o più governi e agenzie per scopi loro, magari nobili, magari, e più probabilmente, ignobili.
Fosse così semplice l’incidente riportato non sarebbe affatto interessante.
Allo stesso modo è possibile che esso non sia mai avvenuto; d’altra parte sono l’unico a parlarne. Potrei dire di essermelo inventato di sana pianta, e sarebbe facile per me liquidare in questo modo la questione, affermare che così è e che non c’è altro da aggiungere. Purtroppo c’è un’altra possibilità.
Io ho inventato la storia,  e questo è senz’altro vero, altri potrebbero non credermi, ma io ne sono certo perché so bene di averla inventata. Del pari sono consapevole che ciononostante essa non mi appartiene più di quanto mi appartengano le galassie dell’universo, d’altronde ignoro come possa essere successo che io la abbia “inventata”. Ad ogni modo questa circostanza non esclude necessariamente che essa possa essersi data per davvero lo stesso e negli esatti termini in cui ne parlo, o in termini assai analoghi, o analoghi abbastanza da svegliare l’attenzione dei militari e delle agenzie governative che agiscono nei loro interessi.
Si desse questa strana coincidenza, affatto più strana e improbabile che nascere da materiale di scarto di antiche stelle, riceverò presto delle sgradevoli visite, dovrò rispondere a molte domande sulla nascita di questo pezzo.
Dirò la verità. Affermerò che mi sono inventato tutto, che ho solo provato a riflettere su temi cari a Borges, dopo averlo riletto per l’ennesima volta, e averne parlato con un amico. A quel punto saranno prese delle decisioni, ignoro quali e su che questioni, e io avrò comunque giocato il mio ruolo di pedone in un imperscrutabile gioco più vasto e di cui ignoro i contorni. Quando siamo noi ad “agire”, forse siamo e siamo sempre “agiti”.
Questa eventualità non solo non va scartata, ma anzi è quasi scontato che si sia data, almeno come opzione in qualche simulazione che esaurisca le possibilità di avvenimenti di un sistema chiuso come potrebbe essere considerato il nostro mondo da una mente superiore.
Chissà che non sia stato affatto un caso che rileggessi il mio autore preferito ancora una volta, proprio ora, o addirittura che non sia casuale che ogni mattina disponga di quella mezz’ora, la quantità di tempo precisa per ascoltarne la prosa in auto, che il mio lavoro disti proprio quel lasso di tempo e che abbia deciso di accettare proprio quel posto e di non traslocare, per potermi godere una certa dose di letteratura ogni mattino…
Chissà che, senza saperlo, le pagine che leggo non dicano ciò che io credo stiano dicendo, ma abbia sempre e solo seguito delle istruzioni precise, senza aver mai preso una decisione autonoma.
Non sarebbe stato un caso nemmeno che mi venisse in mente di scrivere di due supercomputer. Probabilmente chi avesse abbastanza informazioni al rispetto considererebbe inevitabile che ciò accadesse, a partire da certi stimoli e date le mie specifiche circostanze, data la morfologia del mio cervello, considerando che sono un amante degli scacchi, che per due settimane ho seguito con trepidazione ogni mossa di Fabiano Caruana, nella più lunga serie di patte –dodici- che si sia mai data in un mondiale di scacchi.

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