La Morte “Vichinga”, in Battaglia

Non sono poche le culture antiche, aggressive, che esaltavano la morte in combattimento e che addirittura conferivano ad essa effetti escatologici, di salvezza ultramondana, di privilegio, elezione.

I più famosi, i vichinghi, si dice fossero convinti di essere in tal modo selezionati, per il loro esclusivo -quand’anche sobrio e semplice- paradiso fatto di camerati, Dei guerrieri, birra e idromele, in un vasto salone di festa.

Oggi ci sono rimasti solo i musulmani ad affermare qualcosa del genere; loro ritroveranno “in purezza”, come oggetti da ricompensa, quelle poveracce che si ostinano a lapidare per la realizzazione di quell’atto sessuale che ambiscono avere in un’altra vita in modo promiscuo.

La morte in combattimento è vista come esempio ultimo e grandioso di coraggio portato alle sue estreme conseguenze (la morte, appunto); il che è pacifico, dato che un guerriero che muoia accorcia notevolmente la sua vita biologica, la quale altrimenti promette di andare avanti indisturbata sino all’età senile, e si spegnerà prima o poi, per cause patogene.

A me è anche venuto in mente, però, di pensare che dietro la scelta di simile morte, possa esserci una ragione razionale, oltre all’indubbio coraggio, assente in coloro che pavidamente si riparano dai pericoli e procrastinano atterriti una vita che comunque saranno costretti ad abbandonare.

Tale ragione calcolata nulla toglie ai meriti, per chi apprezzi un atteggiamento valoroso, ma in un certo senso li contrappunta, rendendoli al contempo meno irrazionali e fanaticamente disumani.

Morire mentre si combatte, infatti, significa anche passare all’altro mondo in un momento di grande esaltazione e fervore fisico, quando il corpo è acceso tutto e spinto sino al suo limite massimo. In tale situazione tutti gli “anestetici” naturali di cui siamo dotati circolano ai massimi livelli, tanto è vero che non è raro non sentire del tutto il dolore, non rendersi conto della effettiva portata delle lesioni che si stanno riportando.

Da questo punto di vista, la morte in battaglia garantisce, per civiltà prive di risorse mediche anestetiche, una delle fini più esaltanti, ma al contempo meno dolorose e penose, più brevi e immediate che si possano ottenere.

Morire in battaglia, in assenza di morfina e simili, oltre che un modo fiero e coraggio di andarsene è anche il modo razionalmente più appetibile per farlo.

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