PILLOLE DI DANTE, Appendice V: La sorte delle anime morte secondo Dante

Un aspetto tra i più curiosi della Divina Commedia per i lettori odierni è quello che attiene alle sorti delle anime separatesi dal corpo (morte).

Stranamente è anche uno dei temi meno conosciuti e trattati nelle scuole, dove, a quanto mi è dato di vedere, e ignoro il perché, si preferisce annoiare i ragazzi selezionando delle tematiche (quali l’esilio, la parte storica e politica dei canti) che finiscono per distanziarli da un’opera che dovrebbe essere amata e che è anche un grande racconto che oggi definiremmo fantastico.

Purtroppo oggi siamo costretti a sacrificare molto per poter salvare qualcosa, dato che presto la memoria umana non sarà più in grado di immagazzinare e gestire tutto quanto la nostra lunga storia e cultura ha prodotto di meraviglioso.

Dunque vediamo, come è noto i destini di un’anima umana, una volta terminato il breve errore della vita, possono essere solo due. Durante il trascorrere delle vita stessa, appunto, usando la propria libertà morale, ognuno può solo, o salvarsi, o dannarsi.

I possibili destini concreti di beati e dannati sono però, e lo sanno tutti, tre. I dannati finiscono tutti all’Inferno (lasciamo perdere i limbicoli) e i beati si ripartiscono tra coloro che devono ascendere il monte Purgatorio e mondarsi delle loro residue imperfezioni, e coloro che sono perfettamente beati in Paradiso.

Il destino ultimo delle anime purgatoriali è comunque il Paradiso (sono salve), ma esse giungono lì dopo aver asceso il monte, attraversando tutte le sette cornici dei peccati capitali ed aver patito, per durate correlate all’insistenza in vita del peccato specifico, le pene stabilite in ognuna.

Il Purgatorio è quindi un luogo destinato a svuotarsi, alla fine della storia, ma anche dell’Inferno, quando sarà compiuta la volontà del Signore, non rimarrà traccia ed esso verrà annientato completamente (probabilmente questa è la famosa “Seconda Morte”). Trionferà solo il bene alla fine dei tempi, rimarrà Dio coi suoi prescelti.

Quando un’anima umana si svelle dal corpo fisico possono, perciò, darsi tre scenari specifici.

Se essa è dannata il diavolo la farà sua (grottesche e sconnesse le storie che ne parlano nell’opera) ed essa si troverà ad ammassarsi, con un’orda spaventosa di altre sue pari, presso le rive tristi di Acheronte, il primo dei tre fiumi infernali (Stige e Flegetonte gli altri due). Una volta lì, lo attraverserà per mezzo dell’imbarcazione condotta dallo spaventoso nocchiero Caronte (con occhi di brace) e si presenterà dinanzi a Minosse, che, come un immane burocrate romano, ascolterà la confessione infallibile dei suoi peccati e la destinerà al cerchio specifico di pena eterna che le spetta. Dopo Minosse le anime non vagano, scendendo, per l’imbuto infernale fino a giungere al loro posto, ma sono recapitate, precipitate, direttamente lì per volontà divina.

Se l’anima è salva, ma imperfetta e bisognosa di una purificazione, essa si troverà, invece, nei pressi del fiume Tevere, alle foci di esso e lì sarà raccattata da un angelo nocchiero, splendido, che le condurrà, per mezzo di un’imbarcazione spinta da ali imperiture e perfette, fino alle coste del monte Purgatorio. Il quale si trova (il mondo di Dante è notoriamente sferico e non piatto come si crede che nel Medioevo si credesse) agli antipodi di Gerusalemme. Su quel monte, pur ubicato sulla sfera terrestre, non può giungere nessuno che non sia benedetto dalla Grazia divina, pensare di poterlo raggiungere è folle; Ulisse ci provò e racconta la sua tragica fine nel canto XXVI dell’Inferno. Le Colonne d’Ercole, questo sì è medievale, non devono essere oltrepassate.

Da ultimo potrebbe anche darsi il caso che un’anima muoia già perfettamente beata, e non necessiti di castigo purgatorio. In tal caso, all’abbandonare il corpo fisico, nel Medioevo ci si credeva fortemente, e Dante pure lo crede con passione commovente, tutto l’Empireo, tutte le anime già salve, sarebbero apparse al nuovo venuto, assunto tra loro, per accoglierlo e celebrarlo nella Gloria Eterna. Questa è la sorte dell’antenato di Dante Cacciaguida, morto durante le Crociate (la II, e investito cavaliere da Corrado III di Svevia) morto al servizio della Fede Cristiana, la migliore delle fini.

Anche l’umile un giorno avrà la gloria che merita, sarà celebrato da tutti i cristiani virtuosi, avrà la sua somma importanza e il riconoscimento che merita, mentre tanti potenti saranno condannati a pene umilianti e luride.

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