La Strana Collezione

Chi non paragona se stesso a un palazzo? E, luogo più remoto e prezioso della casa e così della persona, chiusa nella placida e buia cantina, giace la splendida collezione di bottiglie vintage dell’odio, unica, onesta e non illusoria forma di amore che rimane d’una vita.

Sono fatte invecchiare per anni, avendo pigiato e pestato con inaudita violenza le uve nere dell’ira e del disprezzo dapprima coltivate nel vigore scemo della fertile e ignara era di gioventù.
Ne esce un uvaggio eccellente, cionondimeno, che prende corpo e spessore nel sigillo in cera lacca dell’assenza, a riposo per il trascorso in cui al contempo matura e si placa la sete di una vendetta divenuta ormai troppo fredda, perché lasciata cadavere in solitudine lì sulla bella rastrelliera del pregiudizio, che il saggio deve costruire da sé, a fatica, e solo col pregiato ebano dell’esperienza, e mai col truciolato del sentito dire.
Chi fortunato e raro possiede un’estesa collezione, ogni tanto apra una di queste bottiglie, perché, Dio impotente, quanto magnifico e malefico odio ne esce! Denso, scuro, prezioso come sangue, è il sangue di ciascuno dopo tutto, è la stessa terra dell’io che lo ha nutrito, è sangue e veleno assieme, che assieme debilita e rafforza, rendendoti come Mitridate! Senza tangere affatto l’oggetto delle sue cure, esso alimenta e avvelena chi lo stilla nel proprio cannibalismo.
Si scelga e centellini, con attenzione si valutino la situazione, l’anno, le circostanze; in un rituale personale si osservi e giri tra le mani con un legittimo filo di soddisfazione ogni vetro e con un soffio si legga a fatica l’etichetta impolverata e di cui si sa già il contenuto, che riemerge dal passato più chiaro al fioco lume di una memoria che si va ravvivando.
Oh, sì! Ottima annata! Quanti imbecilli, ciarlatani, arroganti, infidi, opportunisti, e compagnia bella, ha saputo produrre e che dolori, e che ingiustizie, che delusioni! Da giovani si è sempre delusi!
Chi sapeva allora che la vigna stesse germinando sotto l’abbagliante neve primaverile dell’ingenuità e dell’inesperienza? Ecco ora il prodotto di ogni acino al sicuro lì dentro, trasformato, trasfigurato. Diventi troppo squisito e sprezzante se fai un sorso, non è per tutti. Che collezione! Che lusso!
C’è chi non fa soldi, non ne è mai stato capace, o chi ha persino scelto di non volerne fare, e chi non ci ha nemmeno voluto provare. Per alcuni alla base della bizzarra decisione giace la stessa ragione per cui non s’è mai ammazzato nessuno. Strano che da comune origine si possano dovere delle scuse e pretendere gratitudine, nascano abiezione e virtù, entrambe false.
Niente di esotico, si tratta pur sempre di accettare il male minore, e se ricchezza e prosperità non sono stimolo sufficiente ad attivarsi, con le loro potenti seduzioni, se l’imago mortis addirittura è stata da preferirsi, si può ben capire quanto profonde possano essere tutte queste ragioni. La collezione vale più d’ogni cosa.
Come non odiare certe persone! Innumerevoli e insospettabili! Gente volgare che si piace, che te la fanno piacere per forza, o ci provano. Come non odiare averla vicino anche per il poco tempo per cui si riesca a resistere prima di doversi allontanare.
Si può odiare tutto di loro, fin nel più minuscolo particolare, come si annusa un buon vino. E più l’attenzione si sofferma sul dettaglio, più l’odio si intensifica, la vigna prospera e cresce, il vino sarà buono. Di certi, sì, di certi, si riesce a odiare perfino, che dire: le pieghe delle loro camicie, frutto dei loro gesti, i vestiti che scelgano di comprare, le parole che scelgano di usare, i sorrisi, gli atteggiamenti. Odioso è come si seducono gli uni gli altri, sia uomini che donne, un branco di avidi, di bulli, che spesso fingono di lavorare, di avere da fare.
Alcune persone che per stupidità, per educazione, per vattelappesca che imbroglio, si sono pure ammirate, o peggio ancora s’è pensato di amarle in passato, finiscono per regalare i fiaschi migliori. È proprio curiosa la vita! Quanto ormai non mi piaci e anzi ti detesto! 
Forse vivere è più che altro disimparare, eliminare quello che si creda di sapere di sé e degli altri, rimuovere ogni insegnamento, intuizione, per essere il più possibile liberi da inganni e consolazioni.
Così la realtà diventa insopportabile come è appropriato che sia, la libertà è insopportabile e pure imperdonabile per chi non  ce l’ha, ma chi ce l’ha ne vuole sempre di più e non ne vuole più fare a meno, costi quel che costi, ubriachi di essa si vuole rimanere ubriachi per sempre in una cesura con il resto.
Si sa, c’è chi sta scomodo per tutta la vita, sempre a disagio, sempre fuori luogo e inadeguato, magari dal primo ricordo, dal giorno del parto probabilmente, in mano a una sconosciuta ostetrica, poi alla del pari sconosciuta madre, e forse persino da prima, da dentro costretto a testa in giù, al buio, nella sua stessa urina.
Si può saper stare, sapersi comportare, ma chi s’ubriaca spesso da solo nella sua cantina, col tempo sa bene quali siano i posti e le situazioni tollerabili, e quelli che non lo sono. Una strana dignità e lucidità, che sono curiosamente figlie di una pesante e indecente intossicazione, impediscono che si possano realizzare attività che ripugnano; virtuosi per disprezzo, niente ripugna tanto quanto doversi occupare dei fatti altrui, spendere ogni minuto della propria vita dietro ai loro soldi, bisogni, ambizioni, aspettative, aspirazioni cretine, e peggio piccoli segreti e patetici inganni. Chi non sa contemplare i benefici effetti dell’avvelenamento, preferisce magari vendere prodotti finanziari, mentire e insistere nell’andare avanti fino a sbattere la faccia controvoglia su una lapide falsa come lo era tutto il resto. Forse una vita davvero saggia è solo preparazione al veleno.
Per giocare a un gioco, in un certo senso devi non renderti conto di stare giocando, o almeno non ricordarlo di continuo, o l’incanto si rompe; se non credi più di essere per davvero il “cowboy”, il “supereroe”, “lo sceriffo”, sei cresciuto, non giochi più.
A che serve l’auto sportiva nell’ingorgo, una casa grande, se per averla si deve passare il più del tempo fuori da essa, a fianco di qualcuno il cui puzzo vitale prende alle tempie e dà l’emicrania. E peggio dover realizzare attività intime in simile compagnia, viaggiare, mangiare, magari pure ridere.
Si è esseri pessimi tutti in modo diverso, detestabili gli uni per gli altri, inutile recriminare su chi è peggio di chi, o chi ha ragione e chi ha torto, ognuno odi chi vuole, perché tanto, l’odio, in questo caso come l’amore, il suo gemello meglio pubblicizzato, è sublime e squisito solo quando l’oggetto del suo desiderio rimane segreto, inalterato e intonso, il suo anelo è irrealizzato e mancato, così diviene spirito e liquore, di cui chi conosce l’arcano sa godere da solo, in intimità.

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