La Volpe e il Riccio (o la Volpe e il Gatto)

The fox knows many things,
the hedgehog but one,
but it is enough.
(Greek proverb)

Stavo seguendo le proiezioni delle elezioni qui negli USA, quando mi sono soffermato sul logo di una delle compagnie che elabora i dati statistici, chiamata FiveThirtyEight, di abbastanza recente istituzione e posseduta dal colosso Walt Disney. Esso riproduce la forma stilizzata di una testa di volpe.

La volpe è sempre stata simbolo di astuzia e si appaia bene all’interpretazione di dati statistici, ma per qualche ragione ho voluto approfondire e mi sono imbattuto nella frase a cui si ispira la scelta zoologica; sembra concepita per accendere la mia curiosità: la volpe conosce molte piccole cose, ma il riccio ne conosce una grande.
Suppongo che lo statistico si senta rappresentato fondamentalmente dalla volpe, conoscendo molti piccoli dati, ma forse poi diventa anche riccio se, riuscendo a ricomporli in un’unico e grande quadro generale, arriva ad anticipare l’ignoto. La questione che sorge immediatamente e comunque rimane è: cosa è preferibile?

La frase tradotta dal greco, e poi divenuta proverbio, è un frammento attribuito all’antico poeta Archiloco, studiato al liceo, ma di cui non ricordavo ormai altro che il nome: πόλλ’ οδ’ λώπηξ, λλ’ χνος ν μέγα.

Il riferimento ormai più famoso al frammento vira su un saggio del 1953 del filosofo britannico Isaiah Berlin, appunto: “Il Riccio e la Volpe”, dove l’autore propone una classificazione binaria di pensatori ed intellettuali, divisi tra chi appartiene alla categoria del Riccio e chi a quella dalla Volpe. Si precisa che Berlin non intese mai la proposta come altro che un divertente gioco intellettuale, da non prendere sul serio, la sua fama divenne comunque consistente.

Secondo Berlin, alcuni scrittori e pensatori elaborano il mondo attraverso un’unica idea generale, tra essi Platone, Dante, Nietzsche, Dostoevskij, e appartengono al gruppo dei “Ricci”, per altri, tra cui Aristotele, Joyce, Erodoto, Goethe, il mondo non può essere ridotto a un’unica idea centrale e sono “Volpi”.
Nel testo, che non ho ancora approfondito a dovere, il gioco pare rompersi dinanzi a Tolstoj, che ha caratteristiche di entrambi gli animali. Il gigante russo viene messo a confronto con Joseph de Maistre, autore a cui mi interessai da giovane, con cui condivide un’impostazione centrale e di base che però li porta ad opinioni minuziosamente opposte.

La storia del frammento non finisce qui, e con “storia” intendo, sia quella del frammento che quella iniziata dallo stesso.

Esso, di suo, è già durevolmente famoso, se pensiamo che è riportato, praticamente pari pari, già negli “Adagi” del 1500 di Erasmo da Rotterdam, dove è registrata come: “Multa vulpes novit, verum echino unum magnum”. Inoltre risulta che, cambiando uno degli animali o entrambi, di solito il riccio con altri, la storia è comune a un incredibilmente vasto ambito culturale e temporale. Vediamo.

Per arrivare subito alla questione più importante, la fiaba nota anche in Oriente, è una delle tante di Esopo, ma lì (e da lì in poi) il riccio diviene un gatto o una gatta. Le favole di Esopo godettero di gran fama, si sa che ne usa una pure Dante all’Inferno, quella della Rana e del Topo, ma qui, chiunque abbia carta d’identità italiana, avrà già notato che la coppia protagonista è diventata la stessa che frequenta e complica le avventure del povero Pinocchio: il Gatto e la Volpe. In Collodi, però, la volpe è l’astuzia personificata e il gatto una mera spalla.   

In altri paesi il Riccio, poi Gatto/a, diviene Gru, Scoiattolo, Colomba, Gallo, in Romania è un Gufo, in alcune versioni la favola è solo ornitologica, in quella indiana la popolano pesci e Rana… ma plot e morale rimangono più o meno invariati. Un racconto analogo, nell’antico Mahabharata indiano, ha come protagonisti il Cigno e il Corvo (vedremo).

Numerosi anche gli autori che hanno variato, interpolato, riferito la storia.

Leggendo qua e là: nel leggendario Romolo, una della tre storiche sillogi di favole in gran parte riconducibili a Fedro, a sua volta compilatore latino di Esopo, la Volpe possiede ottanta trucchi, in Marie de France, secolo XII, autrice dell’Ysopet, raccolta di favole dello stesso autore, la Volpe possiede due trucchi “e un intero sacco in più”. Nella raccolte di favole di Odo di Cheriton predicatore e favolista inglese del 1180/90-1246/47, ne ha diciassette in una borsa. Nei Grimm gli si fa dire: “sono maestro di cento trucchi, e in aggiunta a questo ho un sacco di astuzia”. Anche John Sheppey, vescovo e amministratore inglese del 1300-1360, riferisce l’aneddoto fantastico. La stessa storia è nell’autore inglese Sir Roger L’Estrange (1616–1704), nell’australiano Joseph Jacobs (1854-1916), in Jean de La Fontaine (1621-1695) e molti altri.

Se si fosse interessati, se non a tutte, a molte delle varianti della favola, tra le meraviglie di Internet esiste una pagina dell’Università di Pittsburgh dedicata esclusivamente ad esse: The Fox and the Cat or The Fox and the Hedgehog.   
La versione forse più diffusa è, al solito, quella tedesca dalla popolarissima raccolta dei fratelli Grimm. 
Vediamola, così come riportata dal sito dedicato ai filologi tedeschi, anche se la traduzione non mi pare essere letterale, almeno a giudicare da quella inglese che ho adocchiato. 
Un giorno un gatto incontrò la signora volpe nel bosco, e poiché pensava che era saggia, esperta, e che grande era il suo prestigio in società, le rivolse la parola con garbo, dicendo: -Buon giorno, cara signora volpe! Come va? Come state? Come ve la passate in questo periodo di carestia?-. La volpe, piena di sussiego, squadrò il gatto da capo a piedi, e per un bel pezzo fu incerta se rispondergli o no. Infine disse: -Oh tu, misera bestia pezzata, morto di fame, acchiappatopi, che ti viene in mente? Osi domandare come va a me che sono maestra di cento arti!-. Il gatto stava per risponderle con modestia, quando arrivò di corsa un cane bassotto. Quando la volpe lo vide, andò subito a rifugiarsi nella sua tana, mentre il gatto saltò svelto su di un albero, andando ad accomodarsi sulla cima, dove i rami e il fogliame lo nascondevano completamente. Poco dopo giunse il cacciatore e il bassotto fiutò la volpe e la prese. Il gatto, vedendo la scena, gridò: -Ehi, signora volpe! Siete in trappola con le vostre cento arti. Se aveste saputo arrampicarvi come me, avreste avuta salva la vita-.

Ho tradotto la versione in inglese di Joseph Jacobs, che mi è piaciuta anche di più, The Fables of Æsop (London and New York: Macmillan and Company, 1894), pp. 91-92:

La Volpe e la Gatta
Esopo
Una volpe si vantava con una gatta delle sue astute risorse per sfuggire ai suoi nemici.
“Ho un sacco di trucchi”, dice, “che contiene cento modi per sfuggire ai miei nemici”.
“Io ne ho solo uno”, disse la gatta, “ma generalmente posso farcela.”
Proprio in quel momento udirono le urla di un branco di cani che veniva verso di loro, e la gatta balzò subito su un albero e si nascose tra i rami.
“Questo è il mio piano”, disse la gatta. “E tu cosa hai intenzione di fare?”
La volpe pensò prima in un modo, poi in un altro, ma mentre ponderava, i cani si avvicinavano sempre di più, e alla fine la volpe, nella sua confusione, fu raggiunta dai cani e presto uccisa dai cacciatori.
La signorina Micia, che stava guardando, disse: “Meglio un solo modo sicuro, che cento su cui non puoi contare”.

Nel Mahabharata, versione molto interessante e ben più lunga del sunto qui di seguito, i protagonisti sono uccelli:
Il Cigno ha un solo modo di volare mentre il Corvo se ne vanta cento e uno. Il Corvo, tuttavia, si mette nei guai con le sue esibizioni di acrobazie aeree quando finisce lontano nell’oceano, incapace di trovare un posto dove atterrare. Il Cigno allora vola verso il Corvo che, esausto, inizia ad avere le ali e il becco nel mare. “Quale dei centouno modi di volare è mai questo?” chiede il Cigno, prima di riportarlo in salvo, opportunamente umiliato.

Nella raccolta di favole di Esopo del 1484 di William Caxton (mercante, diplomatico e scrittore inglese), la morale del racconto è spiegata come vertere su “persone che hanno pretese di saggezza e sottigliezza, ma che in realtà sono grette sciocche e non sanno niente”.
Un gran successo della favola fu la sua inclusione nell’influente Fables Choisies del 1678 del sunnominato Jean de La Fontaine, di tono tipicamente più leggero, brillante e dove si incide più su una questione di opportunità che di grave fallimento morale come negli autori precedenti. Qui Gatto e Volpe viaggiano insieme e, poiché: “la strada era lunga e quindi faticosa, l’hanno accorciata litigando. La discussione è di grande aiuto. Senza di essa si andrebbe a dormire. I nostri pellegrini gridano fino alla raucedine.” La favola procede come nelle versioni precedenti e La Fontaine termina con una morale pratica: “troppi espedienti possono rovinare il lavoro. Perché mentre scegliamo, il momento propizio vola via. Meglio averne solo uno; ma sia buono.”

La principale differenza delle versioni gatto-volpe rispetto a quelle originarie col riccio è nella disgiuntiva, la quale, nella versione antica, era tra fuga e difesa, invece che tra strategie di difesa. Nel primo Rinascimento, lo scrittore Laurentius Abstemius si chiedeva se la soluzione istintiva del gatto fosse, in definitiva, davvero migliore dell’ingegnosità della volpe. Riscrivendo la favola come: De lepore sese vulpi praeferente ob pedum velocitatem (una lepre che si preferisce alla volpe a causa della sua agilità) propone una lepre che si vanta della sua velocità superiore, a una volpe che le sottolinea però come la sua astuzia sia stata un mezzo di sopravvivenza migliore. L’autore qui riassume affermando che l’intelligenza è la qualità da preferirsi.

Su Laurentius Abstemius (c. 1440–1508) dirò qualcosa, dato che nacque dalle mie parti (se prendiamo a modello l’intero mondo e non un quartiere) a Macerata e non lo conoscevo affatto; fu uno scrittore e professore di filologia italiano ad Ancona. Il suo nome erudito scherza su quello della sua famiglia, Bevilacqua, ed era anche conosciuto con il nome italiano di Lorenzo Astemio.

L’opera per la quale è principalmente ricordato ora è l’Hecatomythium (1495), una raccolta di un centinaio di favole scritte in latino e in gran parte di sua invenzione. Tuttavia, l’inclusione di trentatre favole esopiche, tradotte dal greco da Lorenzo Valla, diede l’impressione che la sua opera fosse dello stesso genere. Molte delle favole di Abstemius, è vero, si riferiscono a Esopo in vari modi, o sono variazioni delle sue storie, come nel caso di “De culice cibum et hospitium ab appetente”, che racconta di un moscerino e di un’ape ma si riferisce a “La Formica e il Grillo”; o nel caso di “De leone et mure” (Il leone e il topo) di cui fornisce un seguito nel quale il topo chiede la figlia del leone come ricompensa per averlo liberato dalla rete e viene calpestato accidentalmente dalla sposa, ma ce ne sono di originali.

Ancora altre favole, alla maniera esopica, fanno da cornice a proverbi: ad esempio: “Acque tranquille scorrono profonde” (De rustico amnem transituro) e “Peggio è la ruota, più scricchiola” (De auriga et rota currus stridente). Ma un quarto delle storie di Abstemius appartiene al genere degli aneddoti comici associati a Poggio Bracciolini e noti come Facetiae. Almeno uno: “De vidua virum petente” (la vedova in cerca di marito), è preso direttamente dalla collezione del Poggio. Alcune di queste favole furono condannate come frivole e licenziosamente critiche nei confronti del clero e l’opera fu aggiunta all’indice vaticano dei libri proibiti. Abstemius, in seguito, scrisse altre 97 favole in una vena meno estrema, Hecatomythium Secundum, pubblicate a Fano nel 1505.

Durante il XVI secolo, le favole di Abstemius furono spesso ristampate e aggiunte ad altre raccolte di materiale esopico. In particolare si trovano annesse a un’edizione delle Favole di Esopo, pubblicata in otto volumi a Francoforte nel 1580, e successivamente tradotte in modo molto idiomatico da Roger L’Estrange nelle sue (tradotto) “Favole di Esopo e altri eminenti mitologisti” (1692). Tradotte in francese come: “Hécatomythium ou les favles de Laurent Abstemius traduit du latin” (Orléans, 1572), furono la fonte di molti dei libri più recenti di La Fontaine, incluse le sue favole; tra i vari: “Gli avvoltoi e i piccioni” (VII.8), “La morte e il morente” (VIII.1) e “Le donne e il segreto” (VIII.6).

Non esisteva il diritto d’autore, né i potenti avvocati della Disney.

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