L’educazione palatale di Monsieur De L’Hororeé

Poche cose sono disgustose e ripugnanti quando una carogna in avanzato stato di decomposizione, ammettiamolo. Ciò è parte del suo fascino, nessuno distoglie lo sguardo da un cadavere, da un incidente mortale, non prima di esserne stato attratto e averlo fissato.

Ecco che quello che una volta era un essere che qualcuno forse amava pure, per cui si sentiva affetto o chissà quale altra bizzarra sensazione, uno che si lavava, si vestiva, era pudico, e curato, di colpo nessuno lo toccherebbe più, puzza, è orrendo, sa di ammoniaca, è invaso da larve. Larve che una volta avrebbe scacciato dal suo corpo senza difficoltà, forse schifato e spaventato da esse. Ecco che non le tange, è impotente ora! Marcisce.

Ma come evitare, durante una visita alle cantine e sotto ad esse alle catacombe di palazzo, di ispezionare bene, e di assaggiare un pezzetto dell’ultimo deceduto? Solo un pezzetto, di quel puzzolente, fetido ammasso di carne in rovina. Un boccone pungente, che non lascia indifferente nessun palato, e che solo molto pochi possono assaporare con cera impassibile e competente.

Ecco l’estremo confine laddove portano certi formaggi e muffe, certe fermentazioni di vegetali o di animali, ricercati metodi di conservazione di pesci o carni, e persino quegli sporadici errori culinari da cui sono nate prelibatezze per pochi.

Le catacombe e segrete di ogni palazzo hanno sempre qualche ospite, dimenticato lì. Perché sprecare tanto spazio?

No, dimenticato no, ogni sera, mentre ci si corica in una alcova calda e ricca, accompagnati da qualche giovine puledra allegra, ed entusiasta dei regali che otterrà, ammaliata dallo sfarzo, dal barbaglio dei candelieri sugli specchi, dagli stucchi elaborati, dalla sfoglia d’oro che ricopre il legno, il pensiero corre alla lista dei prigionieri, poveri ignari e spauriti esseri, gelanti al freddo e all’umido, tremanti e disperati, completamente soli e pazzi. “Addio, amici miei, a così pochi metri da noi, eppure in tanto diversa situazione, addio! Ci rivedremo quando sarete cadaveri, ma frequenterete i miei pensieri ad ogni copula, ogni notte, ad ogni eiaculazione!”.

Cosa può motivare un tale trattamento? Questo è importante: nulla! Il più delle volte assolutamente nulla! Prendete uno qualunque, magari qualcuno che si fida di voi, qualche insignificante ospite di sfarzose feste, uno di quelli invitati per riempire; attiratelo con l’inganno, incatenatelo e poi muratelo in qualche cella o nicchia del lungo corridoio buio, e godetevi le urla di disperazione mentre ve ne andate per lasciarlo al suo triste destino. Celatevi a lui, non un rumore, non un fiato; per un po’ rimanete ad ascoltarlo sogghignando appena eccitati, col cuore appena, appena accelerato, conservando il solito aristocratico distacco, indifferenza.

Dapprima penserà trattarsi d’un macabro scherzo, succede sempre di negare la realtà, ma poi griderà disperato per ore, forse giorni interi, assalito dal panico di non rivedere più i suoi cari e la luce del sole. Quello che succederà. Peccato! Nessuno lo sentirà mai da lì, una volta che ve ne sarete andati davvero, una solitudine senza pari, fino alla fine.

Condannate anche i nemici a tale sorte, sì, ma specie la mancanza di senso di questa atroce e lunga, solitaria, desolata fine, dà senso al gioco. Quanta gente sparisce ogni anno! E quanta si prostituisce! A volte fratelli e sorelle, padri, madri, amanti. Amanti che ameranno altri! Anche chi ha distrutto la vita dei loro amati.

Il palato va educato, e sentirete due brividi chiaramente distinguibili: avrete un pensiero caro a cui rivolgervi prima di coricarvi, e dopo qualche mese allenerete il palato a sopportare impassibili anche le ultime sponde del sapore.

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