L’Anagenesifobia

L’anagenesifobia, o paura di rinascere, è una forma ansiosa estrema osservata in modo consistente solo di recente e derivata da -non del tutto- irrazionali timori riguardo a possibili sviluppi di certe nuove tecnologie e scoperte scientifiche in campo genetico. Si tratta di una versione paranoica di forme di più comune misantropia e asocialità, unite a posizioni filosofiche vagamente definibili come “esistenzialiste”.

Il soggetto anagenesifobo ha il terrore di essere forzosamente riportato in vita dopo la morte con tecniche allo stato attuale non ancora sviluppate, ma ormai verosimili e di cui si delineano i contorni in modo sempre più chiaro e preciso.   
Vedendo la vita non come un bene, ma all’esatto opposto come una disgrazia, o peggio ancora una vera e propria violenza, una minoranza di esseri umani, se potesse, sceglierebbe di non essere mai nato.
Va da sé che per tali soggetti ogni promessa di vita eterna, o ulteriore alla morte, è vista più come una minaccia, che come una rassicurazione che blandisca lo spirito di conservazione terrorizzato dalla morte. Loro sperano che il decesso sia la fine definitiva dell’essere.
Va anche specificato che questa posizione non ha connessione diretta con tendenze suicide, e non implica affatto che si desideri la morte tout-court, dato che essa (la morte) non è da intendersi come autentica negazione della vita -o qui, magari più correttamente, “dell’esistenza”-. Negazione dell’esistenza è, propriamente, solo la non-esistenza, concetto vagamente ipotizzabile, ma inottenibile. La morte è solo una sgraditissima conseguenza e inevitabile della vita, un suo spaventoso corollario, una conferma, ma non il suo opposto. 
L’anagenesifobo, come tutti allo scuro di cosa esattamente si profili nel post-mortem, può solo sperare di non essere nuovamente tratto ad un ulteriore stato dell’essere da una qualsivoglia “forza irresistibile e tirannica” -di solito chiamata “Dio” o Natura- come già gli è capitato uscendo dal grembo materno. A tal rispetto, il più delle volte oggi riposa -sempre inquieto ovviamente, ma riposa- sul gelido guanciale di varie rassicurazioni del pensiero ateo moderno che, in modo più convincente di ogni altra prospettiva, propongono come altamente improbabile questa eventualità.
E fino a qui questa fobia era rimasta latente come tale per millenni e non aveva neppure un nome proprio; si conformava in sporadici episodi di delirio non sistematico. Le crisi di panico e terrore al pensiero di “essere costretti a rinascere”, come quelle a “dover eternamente rivivere il vissuto” –eterno ritorno-, sono state numerose e famose anche tra i filosofi e gli asceti, ma non avevano mai creato comportamenti fobici in senso proprio, nel quotidiano, riconoscibili, socialmente osservabili e ripetuti, e diffusi su larga scala.        
La tecnologia, però, aggiuntasi alla problematica, ha avuto l’inopinato effetto di gettare nel panico più completo un numero ormai considerevole di soggetti, angosciati dal fatto che in futuro altri esseri umani possano arrivare a dominare i segreti per far rinascere gli antenati, rendendo così effettive le minacce di “vita eterna”. L’ipotesi è spaventosa sino al delirio dato che non solo ci si trova di nuovo in balia di una violenza del tutto invincibile, ma che essa è ormai concretamente alla portata -verosimile- e per giunta sarebbe perpetrata da esseri tutt’altro che “perfetti” o “onnipotenti”, anzi assai imperfetti, per non dire ripugnanti, come lo sono gli umani.   
Inutile è anche la rassicurazione di testamenti biologici che neghino il consenso ad essere riportati in vita, dato che il terrore è generato non solo -e non tanto- dall’idea di poter essere “realmente fatti rinascere”, ma anche solo dall’esistenza di questa mera possibilità, disponibile, nelle mani di qualcuno, che potrebbe agire autonomamente e in spregio di qualunque legge o ordine. Si reitera qui il carattere impositivo e violento della nascita. Insomma, il tiranno non è tale solo quando decide di entrare in casa altrui per depredarla, ma lo è già solo perché potrebbe farlo, senza che esista la possibilità di fermarlo. È questo che lo rende odioso, e non solo che dia seguito effettivo all’opzione di depredare.

La fobia, in rapida espansione, sta generando comportamenti precisi e iterati, piuttosto preoccupanti. La maggior parte dei soggetti, infatti, versa in uno stato di completa letargia e immobilità, nel tentativo di “sgusciare” dalla vita, o di “strisciare” attraverso essa, rimanendo del tutto ignorata e invisibile.
In tal modo si cerca di scongiurare che un postero possa “accanirsi” –in gergo-, cioè avere il minimo interesse a riportare in vita un soggetto tanto “insignificante”, o addirittura si nutre la speranza di rendere del tutto impossibile la propria identificazione facendo perdere ogni traccia di sé.
È imperativo non essere ricordati da nessuno, spegnere il prima possibile ogni ripercussione del proprio vissuto, e quindi lo è non fare nulla di significativo, che possa attirare l’attenzione, né nel bene, né nel  male. Ne consegue che le usuali ricerche degli oggetti tipici della concupiscenza umana, di fama, successo, e onori, non si danno in tali soggetti, anzi essi sono vissuti in modo opposto da chi è colto da questo genere di panico ed evitati.
La patologia rende persone altrimenti valide, e di solito di intelligenza superiore al comune, delle specie di “larve”, inutili alla società, remissive, passive; nessuno partecipa attivamente alla vita politica, esprime opinioni, o realizza alcunché di rilevante; anzi aumentano isolamento, cambi di identità o lavoro, sono in declino perfino i rapporti interpersonali e la creazione di legami duraturi. Alcuni soggetti, disposti a “correre rischi”, o magari incapaci di resistere alle ingiunzioni del proprio ego, provano almeno a mantenere l’anonimato nelle proprie attività creative con il palliativo dell’uso meticoloso e ossessivo di pseudonimi, o si tutelano persino indossando maschere durante performance artistiche. Si cerca così di negare la propria reale identità al pubblico, ma i più, tra coloro che sono caduti in questa strana ed elaborata forma di paranoia, preferiscono non agire affatto pur essendone in grado. Coloro, poi, che sono incappati nella fobia solo dopo aver avuto una vita normale, si prodigano per rimuovere ogni traccia di sé e delle loro attività.

Concludiamo riportando l’illuminante scritto di un soggetto affetto dalla patologia, ovviamente anonimo, che cerca di descriverla: “Da mesi non faccio altro che andare in punta di piedi per il quotidiano, sforzandomi di non essere notato. Uscire di casa mi è insopportabile e provoca ogni volta un’ansia così profonda da spingermi al conato, e tuttavia sono ogni giorno costretto a vincerla, perché non posso permettermi di attirare l’attenzione su di me in alcun modo. Respiro profondamente per tre volte, apro la porta ed inizia la recita: sono cortese, ma non troppo cortese, veloce, ma non troppo veloce, efficiente, ma non troppo efficiente; evito ogni discussione, mi defilo alla prima occasione, appena vedo che ciò non sarà notato. Ho idee che non comunico, evito ogni invito o evento sociale, non faccio nulla che non sia strettamente necessario allo scopo di farmi percepire e notare il meno possibile; ho abbandonato ogni tipo di vita pubblica, hobby, attività. Al rientro a casa chiudo la porta dietro di me tirando un profondo sospiro di sollievo: “anche oggi è andata!” ma è l’unico momento di pace. Subito dopo arriva l’angoscia, rimango attaccato alla porta per un tempo imprecisabile, pietrificato dalla fatica per la giornata passata e dal terrore che qualcuno possa un giorno farmi il torto che la leggenda vuole Cristo abbia fatto a Lazzaro, la suprema delle violenze è riportare in vita chi è morto, e farlo morire di nuovo. Se Cristo fosse davvero il figlio di un Dio sommo bene, mi dico, avrebbe regalato a Lazzaro l’inesistenza e nessuno saprebbe il suo nome, perché non sarebbe mai esistito. Il panico mi soffoca, sudo freddo, mi blocco e non smetto di pensare a quanto sia ripugnante ed umiliante essere costretti a vivere: essere costretti ogni giorno dal bisogno, quelli fisiologici, schifosi, inevitabili, e tutti gli altri, del pari schifosi! Siamo sempre in balia di situazioni e genti, siamo sempre impotenti. Siamo schiavi di mille pulsioni, della riproduzione, della socialità, dell’inventività. Neppure la propria mente è dominabile, ne siamo servi e fa ciò che vuole, crea ciò che vuole, va dove vuole, e nel mio caso sempre lì: a riflettere sulla disgrazia di essere nati, che ora, per di più, potrebbe andare avanti per sempre. I ricordi si moltiplicano, ecco il calvario dell’infanzia, lo stato terrorizzante di essere del tutto dipendenti da altri, ebeti e senza parola, fisicamente nelle mani altrui. Cos’altro è la prima infanzia se non una lunga gravissima malattia? Cos’è un feto, se non un ammasso di impotenza? E non è come un malato anche un bimbo di cinque, sei, sette anni? Debole come un malato, alto come un malato, intelligente come un malato… ed il resto non è meglio! L’età adulta è delle responsabilità, delle fatiche, dei tradimenti, dei soprusi, degli abusi. La giovinezza ha le delusioni, una vita ideale che pian piano scivola via, i tormenti d’amore diventano cinismo, la brama si tramuta in perversione, l’ambizione in ingordigia, e poi eccovi le cadute, le fratture, le cicatrici, le risse, le provocazioni, le contese, i dolori, le sofferenze. La vecchiaia è patologia necessaria, anche peggiore dell’infanzia e persino più dolorosa e di certo più disperata. Che tutto questo possa di nuovo accadere… mi angoscio sino al vomito. Non c’è giorno, lo dico, che non vomiti, nel segreto delle mie stanze per l’angoscia che mi provoca esistere e non poter mai smettere.”

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