L’ANEDDOTO DEL GRAN DIVORATORE. F.P.F.

S’era sentita raccontare più volte una strana storia, a notte fonda nei pub. Nessuno ne sapeva l’origine esatta, ma ci si speculava su. I più colti, o sedicenti tali, pesantoni che non mancano mai e cercano ogni occasione per sfoggiare inagiudicabili competenze storiche e letterarie, gli attribuivano un’origine medievale. Altri parlavano dei fatti come storicamente accaduti, alla corte di un principe omosessuale dell’ottocento mitteleuropeo, altri ancora di un personaggio cittadino, popolare e popolano del centro Italia, un rigattiere di superba ignoranza, ma lezioso, o un fiaccheraio toscano occultamente dedito alla bestemmia e al satanismo.

Alcuni affermavano che il racconto non andasse preso alla lettera, ma come metafora, o allegoria, dell’ipocrisia e della piaggeria tipica del cortigiano, o in genere del suddito: persone in grado di mentire senza il minimo imbarazzo, anche in situazioni evidente grottesche e insostenibili, riuscendo quasi a convincere la platea. Altri ancora parlavano imprudentemente di una storiella morale a censura dello spirito di un intero popolo, o addirittura dell’essere umano, così abituato al peggio e al male da sopportare con falsità e senza alcuno scopo, qualunque situazione si presenti, purché vi siano tratti di perbenismo o finta decenza.

Sia come sia la storia veniva raccontata sempre per relativizzare il concetto di “capacità” personali, relegando, certi stupefacenti tratti del carattere umano e della tempra personale, alla bizzarria e non certo alla virtù. Ma forse quanto segue è descrittivo di un’epoca intera, retta da personaggi assolutamente incapaci, ma superbi e abili solo nel celebrare le proprie inesistenti qualità, facendo finta, contro ogni evidenza palese, che tutto vada per il meglio e ignorando a bella posta la realtà concreta pur di non venire sminuiti.

Ridotta all’osso, ogni narratore iniziava descrivendo una tavola finemente imbandita, alcuni la immaginavano con tratti più rustici, altri meno. Tavolino tondo in un bistrò di superba eleganza, con coperto per uno, tovaglia immacolata e finemente ricamata e bordata, rastrelliera di bicchieri di sfavillante cristallo boemo decorato e posate da carne, pesce e dolce in argento disposte in ordine impeccabile, ognuna secondo gli imbarazzanti e complicati cerimoniali di corte europei. E ancora piatti di Limoges bianchi e finissimi, tovagliolo abbinato al mantile, fiori di giornata, brocca d’acqua, brocca di bianchetto solfureo e mefitico, scodelle d’argenteria assai finemente cesellate, carrelli con zuppiere, vassoi, salsiere e quant’altro fosse necessario a una abbuffata di oltre venti portate, tutto sempre d’argento preziosissimo.

Il commensale è una persona capace. Capace, a fare che? Si sedeva al desco in solitaria, sorridente e cortese, con uno strano rituale recitava a un rigido cameriere, dall’aspetto schifo e ripugnato, determinate frasi canoniche che tradivano un vivace e sincero languore postmeridiano. Faceva bella mostra di una intrigante e apparentemente del tutto autentica aspettativa, mentre attendeva le sorprendenti proposte culinarie del giorno, che però erano quelle di sempre.

Iniziava così il pranzo, nel quale dava sfogo alla sua gran capacità: quella di divorare la merda. Era un fenomeno, ne trangugiava, ciotole, scodelle, vassoi, carrelli interi. La ingurgitava e tracannava mostrando un appetito e un gradimento eccezionali, fuori misura. Infilava velocemente in bocca, l’una dopo l’altra rapide cucchiaiate stracolme di sciolta fumante senza fiatare e vuotando in un baleno la porcellana fonda del consomè; poi si piazzava nella gorgia con avido e goloso appetito stronzi interi di tutte le dimensioni, prelevandoli, con mossa oltre il limite dell’educazione, dall’argenteria inglese con due dita, come fossero lunghe aringhe, e li pappava senza attendere impaziente che venissero depositati nel piatto. Martini di sciolta, preparato con ghiaccio di urina, aveva aperto l’appetito e giù con la serie di proposte del giorno.

Mentre masticava con gusto e deglutiva tornando a riempirsi le ganasce senza darsi pace, tra il disgusto del pubblico nauseato dalla puzza insopportabile, e tutti gli astanti con le labbra bianche serrate a stento per non rimettere, alzava le mani dal piatto giungendo indice e pollice, e ancora con la bocca stracolma e impastata, la voce sottile e distorta dall’abbondante presenza di materia fecale, incrociava qualche sguardo e, in cerca di complice approvazione altrui, diceva: “Mmm…Sguisido! Sguisido!”

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