L’aracnofobia curata (Racconto Horror)

Ermete Sbazzoni non aveva mai avuto un solo problema davvero rilevante nella sua piuttosto placida vita, a parte una spiccatissima e fastidiosa aracnofobia; e neppure era uomo di chissà quali qualità, o avventure, bravissimo tipo, per carità, scapolo, gran bevitore, cionondimeno nulla di notevole lo distingueva. Divenne comunque molto celebre nel paesotto dove era nato e viveva, e in quelli limitrofi.

La sua storia mi fu raccontata, e varie volte per giunta, così come suole accadere in famiglia, da mio nonno, il medico condotto che realizzò l’ultima visita a cui il protagonista di questa bizzarra vicenda dovette sottoporsi. Mio nonno, era, in effetti, medico legale, ma visitava anche alcune famiglie della vallata, che vivevano in posti piuttosto isolati, e per questo aveva conosciuto Ermete, piuttosto bene.

A dirla tutta come medico era conosciuto un po’ da chiunque dalle parti che bazzicava, era un allegrone, molto benvoluto, e spesso i villici, calorosi e generosi come sogliono essere, lo facevano rimanere a cena piantandoglisi sull’uscio per impedirgli di andarsene; allora gli imbandivano polli ruspanti con le patate cotti in forni a legna, tagliatelle fatte a mano col sugo con le rigaglie, coniglio, salametti, zuppe inglesi, vino e mistrà casareccio, le tipiche cose della faconda cucina di campagna delle nostre parti.

Ermete aveva lavorato per anni come giardiniere comunale, e arrotondava facendo lo stesso mestiere in privato, per le ville di vicino a dove dimorava, che non erano neppure poche. Dato il lavoro e le mansioni che svolgeva, il suo problema con gli aracnidi era piuttosto seccante, invadente, ma aveva creato una serie di “difese”, di quelle che si mettono su più che altro per rassicurarsi psicologicamente. Manie, piccoli rituali, protezioni, palliativi.

Per esempio, lavorava solo se bardato fino ai denti, coi guanti chiusi da nastro isolante sui polsi, e idem il collo alto della maglia, berretto col paraorecchi, etc. Era molto vigile, e quindi era difficile che avesse problemi all’aria aperta, tirava avanti bene.

All’età di circa quarantacinque anni, prestante e gioviale (era un vero compagnone), fu trasferito, salendo di grado e percependo un emolumento più consistente, al Camposanto comunale. Era diventato l’incaricato della manutenzione sia delle piante, che delle fosse.

Il lavoro più usuale quale manutentore del cimitero era quello di disseppellire cadaveri sepolti decenni prima, bonificare le tombe che li avevano accolti, ripulire tutto, e renderle agibili per essere riutilizzate, sistemarci i nuovi venuti.

Dal momento che non era affatto infrequente che si trovassero dei grossi ragni lì dentro, tarantole in specie, le creature che più lo terrorizzavano, era stato addirittura sul punto di rinunciare all’incarico e mettersi in proprio come giardiniere, o aprire un negozio di fiori, tanto era il disagio.

Gli venne in mente, però, di parlare prima con mio nonno, il quale, essendo uno stimato medico, forse avrebbe saputo consigliargli un modo per risolvere scientificamente quel problema, anche se, e se ne rendeva conto pur essendo una persona semplice, quello non era affatto il suo ramo specialistico.

Mio nonno era all’antica forse, gli studi di psicologia, le terapie del genere lo affascinavano, ma non aveva poi tutta questa fiducia. Tuttavia, conosceva dei bravi colleghi psichiatri che, sapeva per certo, avevano avuto buoni risultati nel trattamento moderno delle fobie, in specie quelle del volo.

Dopo varie insistenze, pensando che in effetti fosse un peccato che il brav’uomo fosse costretto a lasciare un posto fisso e un guadagno sicuro, per una ragione tanto stupida, fece un nome e una raccomandazione, e lo aiutò a tentare quella strada.

Dopo qualche mese, allegro e giulivo, il giardiniere tombarolo, tornò da lui con un paio di cassette di splendida frutta, e, tra baci e abbracci, manifestò tutta la sua gratitudine e contentezza. Gli era cambiata la vita! Nel volgere di qualche seduta la sua fobia si era di molto ridimensionata, poi addirittura era scomparsa completamente! Da non credere! Dissolta!

Era da subito riuscito a rimuovere tutti quei ridicoli accorgimenti che doveva prendere prima di poter lavorare, e che, vuoi o non vuoi, gli portavano via tanto tempo; si era reso conto dell’assurdità e della scomodità di tutto ciò solo quando se ne era liberato; poi addirittura aveva preso in mano qualche ragnetto, il che sarebbe stato semplicemente im-pen-sa-bi-le qualche tempo prima, che quando li vedeva in casa saltava su, sudava, impallidiva, si paralizzava, non dormiva per tutta la notte… ma, precisava, si paralizzava davvero, in senso letterale, bloccandosi completamente! Duro come una pietra, una statua!

Parlava a profusione! Inarrestabile per la gioia, incontenibile! Ah! Averlo saputo prima che ci sarebbe voluto così poco! Tutta una vita condizionato dalla sua paura, quando sarebbe bastato spendere un po’ di soldi e rivolgersi a un bravo professionista per risolvere il tutto in quattro e quattro otto! Ah, la medicina moderna! I soldi meglio spesi della sua vita! E tutto senza uso di farmaci, eh! Solo parole! Un monumento gli avrebbe fatto al dottore! E anche a chi glielo aveva raccomandato!

Beh, mio nonno era contento del risultato e lieto di essere stato utile! Non fece neppure un commento, forse si sbagliava a non dar il meritato credito alle nuove terapie e alla loro efficacia. Forse, lo conoscevo, se la prese un po’ con se stesso e le sue ingiustificate ubbie; stava invecchiando?

Ermete iniziò a lavorare come un treno! Scavava, apriva cripte, tombe di famiglia, fornetti, entrava, usciva fischiettando, s’arrampicava, non temeva nulla! Più nulla. Senza contare che col caldo non aveva neanche più bisogno di indossare maglie fuori stagione, che lo facevano soffocare! Ormai d’estate lavorava come chiunque altro, in maniche corte, in pantaloncini, infradito. Una liberazione.

Siccome era un tipo ironico e di spirito, aveva notato la vanità sciocca dell’essere umano, e quando il nonno capitava dalle sue parti per qualche ragione di lavoro, chiacchieravano; ed essendo in sintonia sul cinismo e la semplicità, ridevano insieme di quelle grandiose, superbe tombe di marmo o travertino, non troppe, ma presenti in zona, che accoglievano esponenti di famiglie di piccola, ma antica nobiltà del posto, o notabili. Mio nonno aveva iniziato da muratore, d’altra parte!

Una in particolare si faceva notare al cimitero, piccolo ma affascinante, dove lavorava. La parte visibile del sepolcro era piuttosto grande, ma, nessuno lo sapeva, ce ne era anche una sotterranea che era anche parecchio profonda. Oltre ai posti alla luce del sole, quel mausoleo era dotato di una grossa cripta scavata, dove venivano spostati, al contrario di quanto accadeva con i resti delle spoglie mortali di tutti gli altri, che finivano in una unica fossa comune, coloro che occupavano i loculi soprastanti. Quella famiglia aveva il privilegio di non mischiarsi con le altre in saeculasaeculorum! Amen! …O almeno di resistere un po’ di più delle altre alla confusione dell’inevitabile oblio, si ironizzava.

Una vecchia e prolifera, oltre che conosciuta, famigliona era proprietaria del posto, e lui ancora non aveva mai avuto modo di entrare là sotto, ma una certa curiosità ce la aveva, confessò. Quello che sapeva, per ora era solo per sentito dire. Il suo predecessore gli aveva, infatti, parlato di quel luogo, e per giunta glielo aveva indicato come l’unico davvero raccapricciante che avesse visitato in zona. Qualcosa di davvero macabro e fastidioso era presente lì, ma l’anziano si era rifiutato di scendere in dettagli.

Ciò era strano perché il vecchio custode era un chiacchierone, e un millantatore, in genere, e sosteneva (…con una faccia di bronzo!) di aver visto ogni tipo di stranezza e orrore nella sua carriera al cimitero: fuochi fatui, persone mummificate in modo inspiegabile, esseri deformi, persino spiriti, fantasmi, e di essere rotto a tutto e non aver più paura di nulla.

A volte qualcosa di vero lo tirava pure fuori. Una storia, mio nonno confermava come testimone oculare, non era priva di fondamento, ma forse era l’unica, chi lo sa. Essa riguardava una fossa comune risalente all’epoca della guerra, che era stata scoperchiata in sua presenza da suddetto attendente al cimitero, incaricato della rimozione della lastra di pietra, o masso, che la ricopriva, in qualità di “esperto” (di tombe). Dato che tale fossa era esterna al luogo di lavoro cimiteriale, ciò gli valse un incarico remunerato a parte dal Comune.

Quando sollevarono la grossa pietra che serrava l’ingresso, si rinvenne uno scheletro disposto diversamente dall’ordine di tutti gli altri, ammassati in linea, e con uno strano turbante intorno al teschio. La cosa non aveva senso!

Era stato proprio mio nonno, era giovane all’epoca, a chiarire il “mistero”. Purtroppo il poveruomo era stato seppellito vivo; forse era svenuto, forse si era finto morto per scampare alla guerra, contando di uscire dalla fossa una volta che il pubblico se ne fosse andato. Per non voler addirittura pensare che qualcuno lo avesse voluto tumulare vivo a posta.

Fatto sta che aveva provato a tirarsene fuori, ma non ci era più riuscito. Da solo non aveva potuto smuovere di un millimetro la pesante lastra di tufo posizionata da chissà quanti uomini; non c’era riuscito neanche con l’aiuto della testa sulla quale, per aiutare la spinta, aveva sistemato giri e giri di stoffa ricavata lacerando, al buio, uniformi.

Ermete ritirò fuori questa storia, che lo aveva molto impressionato, proprio con mio nonno, senza sapere che egli era stato proprio il medico presente all’esumazione per gli accertamenti del caso, ed aggiunse che, se la sua fobia per i ragni era scomparsa del tutto, da sempre la seconda sarebbe potuta essere solo il fare una fine del genere! Ed anzi, ormai era diventata di sicuro la prima paura che aveva in petto, visti gli eccellenti risultati.

Precisò: non solo considerava spaventoso essere seppellito vivo, ma proprio il pensare di dover permanere forzosamente a lungo (figurarsi addirittura morirci) dentro una tomba, fosse quale fosse la dinamica concreta e la ragione del costringimento, era qualcosa che lo infastidiva e angosciava assai. Non poteva pensare a una fine più orribile che crepare in un cimitero; meglio essere ammazzato!

Tafofobia, spiegò mio nonno, a me e forse anche a lui, così si chiama; è una delle fobie più diffuse del genere umano. Nella storia c’erano state addirittura alcune invenzioni tese a scongiurarla, strani campanelli azionabili da un presunto cadavere, in morte apparente, già tumulato, e rarissimi strambi ritrovati del genere, ma, lo rassicurò, lui non ce la aveva in modo particolarmente sviluppato, si notava da come parlava, e di certo, andando avanti con la pratica del suo lavoro, ci avrebbe fatto il callo, se ne sarebbe liberato certamente.

Purtroppo però non ne ebbe mai modo.

Qualche tempo dopo, infatti, l’atterrito funzionario comunale fu trovato cadavere al centro della cripta sotterranea della gran tomba di famiglia, che finalmente aveva avuto l’occasione di visitare, per la prima e unica volta. Come al solito, unico della zona, fu chiamato mio nonno ad esaminare cadavere e situazione, ed egli ricostruì gli avvenimenti in poco tempo e in modo tristemente coerente e convincente.

A tarda ora, prima di staccare dalla giornata di fatiche, il solerte lavoratore, sapendo che il giorno dopo avrebbe dovuto trasferire dei resti nel profondo avello, aveva pensato bene di aprirlo per farlo arieggiare. Il puzzo di muffa e morte di quei luoghi è immediatamente percepibile e persistente, e infastidisce persino chi ci è abituato.

Probabilmente a causa delle condizioni di luce, che da stagione faceva terminare la giornata lavorativa sul limitare dell’imbrunire, aveva urtato la forte lampada che portava sempre con sé per visitare siffatti luoghi, ed essa era precipitata all’interno della cripta. Avrebbe potuto lasciarla lì e tornare a prenderla il giorno dopo, chissà perché, invece, s’era preso la briga di andare a recuperarla subito! Forse era accesa e non voleva sprechi. Chissà!

Probabilmente non aveva ripensato a quanto gli era stato raccontato del posto, e della sua profondità fuori dal comune, forse era inciampato, forse aveva addirittura qualche bicchiere addosso ed aveva sottovalutato la situazione, fatto sta che una volta là sotto, che fosse inciampato e caduto, o che fosse saltato giù spontaneamente, senza una scala a disposizione (ce ne era una all’esterno, beffa!), non era più riuscito a guadagnare l’apertura, tirarsi su, ed uscire.

Esaminando attentamente i dati a disposizione nella ricostruzione, era da pensarsi come più probabile che fosse saltato giù volontariamente, perché il suo cadavere non aveva riportato escoriazioni di alcun genere, che altrimenti sarebbero state inevitabili in una capitombolo scomposto, per fortunato che potesse essere. Da quell’altezza, un tre metri, si poteva persino perdere la vita con relativa facilità.

Il cadavere invece era stato trovato in una posizione simile a quella dello yoga, seduto a gambe incrociate, con le braccia conserte e le mani che afferravano convulsamente i pettorali sotto le ascelle opposte.

L’espressione facciale che il malcapitato aveva mantenuto, oltre alla postura assunta, suggeriva una spiegazione orribile della morte, avvenuta nel concreto per arresto cardiaco. Il volto era deformato in una specie di ghigno sinistro simile a quello che anticamente si attribuiva come effetto all’ingestione di sardonia, il famoso ranunculus sceleratus, scrisse mio nonno nella sua perizia; ciò era sintomo, a dispetto della somiglianza a una risata, del fatto che il soggetto doveva aver sofferto molto e percepito una incontrollabile, convulsa paura, o altra analoga sensazione fortissima e ugualmente orribile, che aveva poi scatenato l’evento mortale di scoppio di una arteria.

Il cadavere era duro come pietra per il rigor mortis, le dita, per giunta, confermavano la spiegazione del decesso per infarto da panico, avvenuto verso le quattro del mattino; esse erano infatti conficcate quasi sotto la pelle del muscolo che afferravano, il quale era rimasto lesionato dalla stretta e visibilmente tumefatto.

Visitando il posto non fu difficile chiarire, con ogni probabilità in modo alquanto preciso, l’intera situazione. Le pareti della cripta erano piene di scorpioni e tarantole! Il poveruomo, sceso lì dentro, aveva acceso la lampada, forse dapprima aveva provato a saltare per cercare di risalire in superficie, ma, visto che non riusciva ad afferrarsi all’imboccatura, aveva preso ad ispezionare il posto per trovare qualche strumento o attrezzo in grado di aiutarlo.

A quel punto si era orribilmente reso conto della presenza della moltitudine di ragni, e per di più senza trovare nulla di utile alla fuga. Dapprima forse la sua antica fobia poteva essere rimasta sotto controllo, ma probabilmente quando qualche bestiaccia di quelle gli era caduta, o gli si era lanciata addosso, il panico doveva averlo invaso e dominato completamente.

Nell’impossibilità di uscire, non aveva trovato altra soluzione che quella di posizionarsi il più lontano possibile dalle pareti, al centro della cripta, sotto l’apertura, rannicchiato e irrigidito, nel buio della notte che avanzava.

Probabilmente se qualcuno fosse passato di lì, dalle sette di sera circa, per qualche ora, avrebbe sentito orribili grida convulse e isteriche, ciò era deducibile considerando lo stato della trachea, ma una volta esaurite le forze e la voce, più niente, forse pianti. Nessuno era passato di lì, dissero commossi e sconvolti dal raccapriccio gli abitanti del posto, nessuno aveva sentito nulla.

Lo stato di panico prolungato, il terrore di dover passare una intera notte intrappolato lì dentro, la presenza massiccia dei suoi vecchi nemici che sentiva magari avvicinarsi e arrampicarglisi addosso non visti e non uditi dopo lo spegnimento inevitabile dell’unico lume a disposizione, avevano finito per condurlo alla morte, e forse prima alla pazzia, provocando infine un orrendo e doloroso infarto, giunto dopo ore di indicibili sofferenze, al buio solitario di un luogo detestabile e malsano.

Si sa che la mente non riesce a liberasi delle proprie ossessioni in situazioni di tal tipo, ed è da escludere che il custode fosse riuscito a calmarsi anche per un solo secondo, o a distogliere la mente dalla situazione in cui versava, a pensare a qualcos’altro che a ragni e a sepolture.

Sì, un dato confermava la recrudescenza della vecchia fobia, il segno inconfondibile di due cheliceri sul collo. La morsicatura era avvenuta senza dubbio prima della morte visto lo stato della ferita lasciata.

Il poveruomo era morto nel luogo e nel modo che più lo spaventavano, assalito dalla sua vecchia fobia che credeva di aver definitivamente sconfitto con l’aiuto della scienza.

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