Latino

La sorte e la traiettoria che le parole prendono a volte è davvero curiosa!

Oggi latino è arrivato a significare ciò che appartiene o è relativo alla cultura ispanica sudamericana; a conseguenza della dominazione spagnola di quei luoghi, con tale parola ci si riferisce ormai con più frequenza a qualcosa di assolutamente distante e diverso da ciò che ha indicato per millenni e che solo in modo minoritario continua ad indicare.

Latino così come Lazio, vengono ovviamente dalla lingua e dal posto che indicano, latinus, ma nel loro stesso idioma discendono, secondo i più, dal verbo latere (essere nascosto), da cui in italiano latente, latitante, etc.

Forse anche altre parole fondamentali discendono dalla stessa origine, e specie lato, e se così fosse anche quelle ad esso relative e composte come latifondo (che se così fosse varrebbe, quindi, “fondo nascosto” e solo poi “ampio”) laterale, etc. (ricordiamo che il laticlavio è la famosa e “larga” fascia di porpora dei senatori romani, segno della loro autorità). A tal senso si sarebbe arrivati riferendosi a ciò che è celato, nascosto, come l’ascella, quindi poi fianco, ciò che è laterale.

Latus in latino però significa largo, ampio, esteso, e secondo altri verrebbe dal greco platys (largo, esteso) ed in tal caso si porterebbe dietro anche il Lazio, che, da Platium, sarebbe: paese esteso.

Later, quindi starebbe per plater, in latino plautus e anticamente plotus: mattone, dalla radice plat, essere largo, disteso; e dal sanscrito prath, greco platys (larghezza) da cui viene sicuramente piatto, parola presente anche in tedesco con platt, anticamente flaz e flatr, in inglese odierno flat. Da cui anche platano, chiatta, chiatto, zattera e platino.

Laterizio, da lateritium o latericium, si connette pure esso alla radice prath-plath di essere esteso, largo, e viene da ater, mattone di argilla. Si vedano anche lastrico, lastricato, piastra, lastra, ma anche l’inglese plaster (gesso) e impiastro, che dovrebbero ricondursi tutti a “piatto”.

Forse non è da escludersi che ambedue le radici siano in effetti imparentate tra loro, ma se lato e tutti i moltissimi derivati (si è accennato solo ad alcuni di essi) fossero connessi sia alla radice di piatto, di ampio, che di nascosto, chi è che si nasconde nel vasto Lazio, chi è il “latino celato”?

Beh, secondo alcuni, il mito indicherebbe Saturno. Dio di pienezza, potenza e fecondità, reggitore dell’età dell’oro.

In primo luogo la sua radice –sat di satis e satur, sufficiente, abbondante, indicano anche ricchezza e soddisfazione: satisfacere, soddisfare, equivale a “fare assai”, ma satus è poi la sementa, sero è semino, e quindi elementi di fecondità ed operosità, che lo portano ad essere anche “metafora del tempo” ciclico, che “si sazia divorando tutto”, v. saturare e saziare e si veda soprattutto il parallelismo, sotto questo aspetto (tempo), col Dio greco Cronos a cui viene tradizionalmente assimilato.

Secondo la tradizione romana, quando il dio fu spodestato dal figlio Giove, fu da questi esiliato in Ausonia cioè in Italia e quivi accolto amichevolmente dal dio Giano. Avrebbe quindi fondato mitologiche città saturnie, insegnato l’agricoltura alle genti del luogo, si sarebbe fatto benvolere. Insomma si “nascose” nel Lazio del quale generò anche il primo re: Pico.

È, solo per accennare a un’altra tra le moltissime cose che lo distinguono, Dio invernale, rappresentato come vecchio e con attrezzo agricolo (falce), celato sotto i campi dalla neve mentre operosamente, dopo la semina, fa germogliare i frutti che saranno; è quindi un Dio che “lavora in modo nascosto”, il che parrebbe riportare col senso iniziale di cui si parlava.

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