Le Buvette di Sangue di Monsieur De L’Hororeé

Questa volta il domestico del Marchese non riesce a trascrivere alla lettera quanto appreso dal raccapricciante ricettario segreto del suo padrone. Redige lui le righe, in modo impreciso, malfermo. Troppa pietà lo accora, troppo è l’orrore che si è versato nel suo cuore; esso, ci dice, lo ha afferrato e stretto sino al limite dell’arresto cardiaco, o del soffocamento.

Afferma di dover tagliare, di dover elidere, che ne andrebbe della salute mentale del lettore e si preoccupa disperato e reiteratamente della sua propria. Non si sentirebbe mai in grado di sottoporre un altro uomo all’inferno per cui è dovuto passare lui, leggendo, troppo incuriosito, quel libello maledetto, quelle pagine di delirio.

Così ci descrive il suo malessere: il copioso sudore ed il dolore fisico, l’orrore indecidibile procedendo con la lettura, la nausea e il terrore costante di essere scoperto, il tremore inarrestabile, che a tratti gli impediva di seguire le righe vergate a mano, gli ansimi senza sosta, i gemiti e il fiatone, il gelo e poi l’angoscioso e convulso pianto che ritardavano la lettura.

Tutto sappiamo di lui dal suo racconto, dagli irrigidimenti per la paura di essere ascoltato nel deliquio d’orrore, e magari di essere abbrancato e orribilmente seviziato e ucciso come ad altri era capitato, fino alla resa, al successivo disinteresse verso il rischio di venire preso, ed infine il desiderio di morire, unicamente, e farla finita.

Suo cruccio, quando riporta a noi ciò che ha appreso, è di non riuscire a dimenticare mai quello che ormai sa, e che, paradossalmente, controvoglia vuole e continua a voler sapere. Persino noi, a nostra volta, nel sistematizzare la sconvolta testimonianza del maggiordomo, abbiamo dovuto omettere qualcosa dalla sua versione già censurata, anche essa è, oltre che erratica, troppo cruda, perversa.

Ci sono delle regole, ci sono dei limiti nella comunicazione! I limiti che il Marchese non conosce o che, se conosce, supera e sfida costantemente nella sua vita e certamente anche con la sua abominevole penna. È il domestico che parla ora, anche se parafrasato.

 

Ricordo bene i racconti di colei che iniziò la sua carriera vedendo morire un contadino cucito vivo e vegeto dentro la pancia di un cavallo morto, con solo la testa fuori di essa, ben serrata attorno al collo con robusto spago. Chi mi raccontava la storia pareva quasi averla vissuta, affermava che la mente inferma della nobile adolescente, durante le ore notturne in cui le sentiva da lontano, unì al piacere dell’erotismo le grida di dolore e di terrore dell’uomo che marciva con la bestia ed era preda di atroce e lentissima setticemia, e di orribile disperazione per tale fine.

Nessuno lo riscattò durante i giorni e giorni dell’orrenda putrida agonia, nonostante le grida e le suppliche. Quella fine così atroce innescò il distacco della fanciulla dalle umane sofferenze. Ma tutto ciò è nulla, ho scoperto, a confronto di cosa è capace il mio padrone.

Ricordo bene anche il giorno in cui egli per la prima volta parlò della celeberrima Elizabeth come si trattasse quasi di una sua discepola birichina e nevrotica, ma nulla più, per quanto fosse nata nel 1560 e fosse quindi impossibile che si fossero mai conosciuti.

Attribuii il bizzarro modo di esprimersi a concessioni di tipo letterario, “poetico” al fine di creare una suggestione specifica di disorientamento negli ascoltatori (io ero lì solo per occuparmi della mescita di bevande) tutti assai colti ed eruditi. Il congegno espositivo tendeva a minimizzare la portata e ferocia degli orrori perpetrati da quella nobile malata e perversa.

Nonostante tutte le ragazze assassinate per “preservare” la sua pelle di porcellana col loro sangue, le vittime mangiate vive dagli insetti, o soppresse per puro gusto, e tutto il resto che nessuno ignora di quella pazza criminale, non pareva essere considerata, nel simposio in casa del Marchese, particolarmente dotata di ingegno, e meno che mai abile in cucina, o in qualche altra occulta arte, di cui mi sfuggivano riferimenti e contorni.

Mentre per officio del mio ruolo ero costretto ad ascoltare siffatti discorsi, dapprima credevo, come stavo dicendo, si trattasse solo di battute e trovate dal singolare umorismo nero, ma no, ora so di no, e che nulla, nessun orrore sulla terra, per atroce che sia stato nel mondo, dall’Inquisizione, al rogo dei Templari, dalle carestie, alle epidemie, ai campi di concentramento, e nessuna malvagità umana, ha mai avvicinato la lettura di questo ricettario e ciò che è ivi narrato.

Io, lo giuro a tutti i lettori, vi prego credetemi, sono sempre stato un gran miscredente! Un ateo professo! Un cinico! Forse anche per questo fatto il Marchese mi ha voluto preferire agli altri in cerca di lavoro e mi ha preso nella sua dimora anni fa, ma leggendo delle Buvette di Sangue, quel maledetto capitolo, ho pregato Dio, sì, ho pregato un Dio misericordioso e buono di esistere, di intervenire, di prendermi e portarmi immediatamente da lui; ma no, l’ho pregato invero con tutto il mio cuore e la mia anima solo di esserci davvero, di guardare, di sapere, forse di punire.

Nessuna risposta è seguita, ovviamente, al mio richiamo formulato con le mani convulsamente giunte, e in lacrime, ma lo confesso, suscitare nel mio cuore la sua immagine, modellarne quell’amore infinito e la pietà, mi ha aiutato a tornare in me, è stato l’unico aiuto per non impazzire di orrore e dolore, e non rendere l’anima al nulla in cui prima credevo di finire. Oggi lo posso dire con certezza e fede: non posso più vivere senza Dio, perché sia come sia, esista o meno, ascolti o meno le mie suppliche, lui mi ha aiutato, la sua idea di bontà, mi ha salvato!

Non credo possa esserci ed esserci mai stato rituale peggiore, più delirante, più miserabile e vile, macabro e crudele, più odioso e malato della Buvette di Sangue. Una segreta e antica cantina, dove otto membri antichi e onnipotenti, sempre gli stessi da chissà quanto polveroso e marcescente tempo, assaggiano per giorni sangue spillato direttamente dalle loro vittime, e versato in otto unici e irriproducibili calici di diamante.

Ogni sangue ha un suo gusto particolare, si cerca di apprezzarne le differenze, e si realizzano numerosi assaggi in vari e lunghi giorni di orgiastico delirio, ma si freni il semplice, il superficiale dall’impressione di aver già capito cosa differenzia ogni sangue. Non si tratta di sesso e razza, di età o di salute, di stile di vita, o di mestiere, si tratta solo di atrocità. Ogni sangue si differenzia dall’altro solo a causa delle sofferenza patita da chi è costretto ad offrirlo, e ogni vittima viene torturata in modo diverso per ore o per giorni se serve a creare un determinato e nuovo gusto.

Per riempire gli otto piccoli calici da un solo individuo si possono sopprimere molti soggetti, persino villaggi interi, provocare epidemie, qualunque cosa. Alcuni ignari malcapitati vengono vessati per anni, prima di trovare la loro lugubre fine tra le pareti di roccia sotterranee della cantina. Lì si provano le varianti più atroci per sterminare famiglie intere, se necessario, al solo scopo di spillare quanto basta del liquido rosso di uno dei loro membri. E lì ogni bizzarra nefandezza e perversità trova sfogo, ogni macchinario, idea, invenzione che possa provocare dolore è presente.

Assolutamente chiunque può finire al buio di poche torce della segreta, finendo i suoi giorni tra dolori indicibili. A volte si tratta di vagabondi sconosciuti, altre di persone che non avrebbero mai sospettato che quella sarebbe potuta essere la loro fine, persone che si sentivano al sicuro, persone “potenti”, forse vicine al Marchese, magari politici, giudici, commercianti, militari, imprenditori, e le loro famiglie, amati.

Una sorpresa dopo l’altra, teatralmente, si sussegue al loro sequestro incomprensibile e apparentemente privo di senso e su cui nessuno investigherà mai. Le richieste di spiegazione sono le più frequenti, formulate tra le risatine divertite e spietate degli otto anziani, che amano beffarsi e scimmiottare lo stupore con cui ogni malcapitato domanda la ragione di quello che gli sta accendo: “Perché? Perché!?”

“Ed ecco, messere, per la vostra deliziosa rovina, sanguinante su una poltrona di chiodi l’amata extraconiugale, la donna a cui più tenete al mondo, sentite come grida disperata! Ammirate come viene bruciata e straziata… Non è uno spettacolo?”, “E che sapore avete sviluppato! Si nota tutto il ferro del vostro nobile e giovane sangue volenteroso.”, “Guardate, ne conveniamo tutti, siete squisito! Non siete contento?” Oppure: “È davvero un peccato dover sviluppare quel determinato gusto acido lasciando a una giovane madre di vedere come…” no, non si può proseguire! Che Dio mi perdoni!

Spesso i figli minori sono soppressi dinanzi ai genitori, in coppia o singolarmente, e si realizza ogni altra inenarrabile atrocità. Si attende che la fanciulla raggiunga la bellezza della pubertà per mutilarla. Ma non è necessario indulgere nelle dettagliate descrizioni, piene di odiosa ironia, formulate dal mostro a cui presto i miei servigi. Nel quaderno, tante varianti per raggiungere aromi e gusti particolari: “è diverso che la vittima sia sola o accompagnata dalla consorte se…”, “la soppressione di anziani genitori viene vissuta con incomprensibile analogia a quella dei figli, curioso!”, “una giovane amata violentata dinanzi all’amante crea sempre ottimi risultati”, etc.

Domestici e inservienti selezionati all’uopo e pronti a tutto eseguono ogni ordine per bizzarro e atroce che sia, addirittura compiacendosi della propria mancanza di orrore e spietatezza; gli è comodo scambiare per coraggio il servilismo. Gli otto signori, benché atletici e ben in grado di azioni fisiche, dalla forza sorprendentemente vigorosa per la loro vetusta e imprecisabile età, non prendono mai parte alle fasi manuali dell’orgia ematica che organizzano. Sono vestiti di gala, non amano insozzarsi.

Ordinano che strumenti usare, che ferite aprire, che composti versare, che agonie mandare avanti o interrompere, dirigono tempi e modi con scrupolo e meticolosità, come fanno assolutamente tutto nella loro esistenza. E non perdono mai! Non rimangono mai delusi dalla loro bravura.

Ogni tre anni si tengono in un luogo segreto le Buvette di Sangue, con sangue di tutti i tipi, descritti con golosa pazzia: caldi o freddi, metallici o amari, densi e dalla perversa striatura bluastra provocata dall’orrore, leggeri ed esausti, chiari e delicati, grassi e densi. Dai sapori eccelsi, stando agli scritti.

Alcuni malcapitati non vengono soppressi dopo l’assaggio, ma, indeboliti e muti, ormai privi di senno, e segnati nel corpo e nella mente, vengono lasciati uscire dalla segreta cantina. Forse gli viene lasciato credere di essere riusciti a fuggire, di poter resistere al potere in qualche modo, che ci sia una lotta in corso nelle loro vite, uno scopo nella vendetta. Passeranno l’esistenza a cercare una impossibile ritorsione. I loro figli e amati non avranno mai giustizia, come nessuno mai la ha avuta.

Un brivido strano e sottile si annida negli otto, sapendo che qualche malcapitato, seviziato e fatto impazzire dal dolore, è ancora in giro per il mondo, orbato dei suoi cari, visti atrocemente morire sotto i suoi occhi. Sentono con piacere l’odio perenne di qualcuno condannato all’impotenza, vivono di questo odio. No, nessuna vendetta è possibile per tali patetici esseri qualunque, ciò è parte del piacere, non potrebbero mai neppure avvicinarsi a uno solo dei loro aguzzini.

Perché per quanta solidarietà potesse sorgere in altri appartenenti al genere umano sapendo ciò che accade nel mondo, per quanto aiuto e appoggio potessero racimolare e raccattare narrando la loro incredibile storia di dolore, ci sarà sempre, sempre una forza maggiore di uomini disposta a difendere un padrone dalla borsa generosa, di quella disposta a schierarsi con loro per un principio di giustizia e un moto di umanità. Stupidi, pidocchiosi esseri umani avidi e senza cuore, traditori della loro specie!

E che Dio mi perdoni, anche io pendo dalla stessa borsa.

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