Le Muse, Validità di un Mito (integrazione al post di ieri)

Le Muse, le divinità figlie di Zeus e della Memoria guidate dal Dio del Sole greco Apollo, e residenti (stando anche a Dante) su una delle due cime del Parnaso (Elicona), sono ovviamente una rappresentazione fantasiosa delle meccaniche della creatività umana, dell’ispirazione artistica.

Ispirazione artistica che, oggi appare abbastanza chiaro, risiede in tutt’altro e spesso è aiutata -se non addirittura frutto diretto- da alterazioni narcotiche o abuso di sostanze psicotrope, disturbi della personalità, o “doti” personali di dubbia e poco piacevole provenienza e del tutto isolate, che prescindono, insomma, dalla effettiva “qualità umana” della persona.

Un artista, fuori dal pregiudizio del più sempliciotto -invasato peggio del suo mentore- è spesso un debosciato, un mentecatto, un ipocrita, affatto “più sensibile” del resto dei comuni mortali, ma anzi furbo, e dotato solo di caratteristiche creative e espositive, abilità che rimangono in buona parte misteriose e che sono promosse al successo solo dalla risposta-accettazione di un pubblico bisognoso (ancora una volta) di mito.

Il fruitore è filtro, in ultima istanza, di ciò che è “bello” o per lo meno “gradevole”, giacché l’arte deve piacere. Un “artista incompreso”, va da sé, non è artista fino a che non viene appunto “compreso” da qualcuno e riconosciuto da una coralità.

Il mito di un intervento esterno alla persona –divino- per la realizzazione dell’arte -prosa, poesia, arti figurative, musicali etc.- non è solo greco, ma anzi piuttosto comune nelle civiltà; in Scandinavia era Loki a guidare e ispirare i poeti. Ricordiamo che la poesia è da sempre la somma delle arti, la seconda, la musica, che però nel medioevo si studiava tra le arti del Quadrivio: Aritmetica, Astrologia, Geometria, Musica.

Nello schema base un artista altro non sarebbe che una sorta di “ricettacolo adatto”, un vaso, un recipiente, pronto ad accogliere delle schegge di “eterno” dettate, appunto, da un Dio. È un medium, quindi, ma non un creatore. Non è lui che parla o agisce. Fuori dal suo momento di trance non è che un pinco pallino qualunque.

Oggi questo antico mito, o questa visione sintetica e schematica della creatività, può ancora avere un suo senso, una validità, laddove si è costretti a notare che al di fuori della stretta produzione artistica, cioè appena un passo più in là del prodotto strettamente inteso, e del suo momento creativo, l’artista oltre ad essere spesso uno stronzo e un personaggio assolutamente deludente, è anche del tutto inconsapevole della portata delle sue realizzazioni, e se prova a spiegare o interpretare lui stesso ciò che ha realizzato, il disastro e la frustrazione appaiono manifesti. Al di là di qualche poderosissima eccezione, c’è da avere paura a farsi spiegare un’opera –specie una poesia- dal suo creatore. Il mito serve a separare quello che di eccellente una persona mediocre può dare, appunto dalla sua mediocrità, e scindere il bello da ciò che bello non è e lo contaminerebbe (un “IO” concreto). Il merito del bello deve essere bello!

Non è, quindi, l’artista il vero “proprietario” della sua opera, ma il genere umano che di essa gode, e l’artista va tutelato anche da sé stesso (o per lo meno l’opera va tutelata), dato che se apre bocca, o deve decidere lui sull’uso e il destino della sua produzione, i moventi più abietti che il genere umano conosca, e tra essi il primo: il danaro, rischiano di far colare a picco una corazzata come se fosse un guscio.

Quindi non me ne frega nulla se i Kiss possono aver dato il consenso per l’uso di un loro brano alla Tim, la mia vibrata protesta ha senso a prescindere!

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