Le prelibatezze di Monsieur De L’Hororeé

Monsieur De L’Hororeé, Orridh De L’Hororeé, è un vetusto aristocratico francese inspiegabilmente incespicato dall’antichità fino ad oggi, in buona salute e senza mutamenti evidenti. Egli stesso, forse, ignora come possa essersi verificata una così lunga e placida, innaturale, vecchiezza che non accenna affatto a complicarsi.

Ossuto, smunto, pallido come carta di riso e sobriamente incline alla malinconia e al tedio, è rimasto nel vestire e l’agghindarsi un tantinello ancorato ai secoli passati: si ostina a marcare un neo finto sulla guancia di porcellana, i suoi merletti non sono più freschi e briosi come un tempo, ma lui li indossa ugualmente, il raso a volte cambia colore sui fianchi logori.

Il suo splendido palazzo di campagna non ha più le numerose, soventi, e affollate, frequentazioni di un tempo, spentisi gli echi delle orchestre barocche che eseguivano bendate danze e gighe, suonano altre musiche meno elaborate e rimpiante. I tempi mutano! La sua servitù è ridotta all’osso; alle splendide e moltitudinarie serate e baccanali che duravano giorni interi si sono avvicendate per lo più cene tra esigui e selezionatissimi eletti commensali, ma sia lui che la casa sono comunque conosciuti e venerati da tutti coloro che “contano” al mondo.

Amico di ogni potente, e potente per antica stirpe egli stesso, uomo di cultura e raffinatezza eccelse, occultista, frammassone, teologo, demonologo, antropologo e scienziato, con una lista di titoli che farebbero impallidire un re, viene a volte consultato in virtù della sua pratica onniscienza storica. Un tanto annoiato dalle vicissitudini di potere e mondane, attualmente preferisce dedicarsi al suo antico e più insistito hobby: la cucina.

Abbiamo sbirciato nel suo quaderno segreto, il ricettario dove lui, da tempi remoti, appunta ricette, commenti, procedimenti e trucchi per ottenere le migliori pietanze che questo mondo abbia mai assaporato. Unendo lunga pratica a un palato finissimo, le sue creazioni risulteranno bizzarre ai più, ma sono molto apprezzate dai suoi ospiti illustri e facoltosi.

Vi dovesse capitare di essere invitati a cena, vi sconsiglieremmo di andare, e soprattutto, non menzionate mai il fatto di conoscere gli appunti del suo quadernuccio. Se accennasse a qualcosa che già conoscete e avete letto, fingete di ignorare e di essere sorpresi, o le conseguenze potrebbero essere nefaste. Leggete pure dei suoi manicaretti se credete, ma mi raccomando, shhh! Non una parola con nessuno! 

Un arrosto come Dio comanda.

I segreti di un arrosto sono sostanzialmente tre: la qualità della carne, il prolungato tempo di cottura della stessa, e l’umidificazione. Generalmente si crede che un buon arrosto vada elaborato per una dozzina d’ore. Questo è oltremodo errato! Ci vogliono almeno ventiquattro ore! Ma la cosa più importante è che il forno inizi ad una bassa temperatura, appena sopra il livello di cottura, sugli 80°, per qualche ora e che la preda sia ancora viva e in grado di muoversi quando viene infilata nel forno.

All’uopo si ritiene necessario cucire le labbra del malcapitato per non dover sopportarne le implorazioni e le grida per tutto il palazzo e soprattutto di avere una camera di combustione attigua a quella di cottura, affumicando e al contempo evitando che nella necessaria agonia le braci non vengano pesticciate e non inficino il sapore della carne.

Frequenti e abbondanti innaffiate di un misto di fondo bruno o brodo e vino rosso saranno necessarie a garantire la morbidezza del piatto. Gli applausi dei commensali sono scontati.

 

Il militare.

Per chi ama la cacciagione va segnalata la carne di militare di ritorno a casa dalla campagna bellica. Come si sa la carne migliore per certe ricette robuste è quella degli individui che abbiano vissuto una vita avventurosa e siano scampati a vari pericoli, specie se presi quando credono di aver superato il peggio. Certo oggi non è più facile come un tempo procurarsi soggetti del genere, mentre all’epoca del buon Napoleone, ma anche di ritorno dalla linea Maginot, era pieno di occasioni per catturare tale prelibata selvaggina, ma è comunque una ricetta che va conservata in vista di nuove possibili guerre. Perché escluderlo!?

Il militare va però trattato a dovere e spurgato. Infilato in una specie di barile o staio molto stretto e lungo, in modo che non possa muoversi, va interamente coperto di vinacce (se non è stagione, problema!, si dovrà usare dell’orzo imbevuto di vino) e lasciato “riposare” fino a che morte non sopraggiunga. Un militare sano e pieno di voglia di vivere, specie di ritorno fortunosamente a casa dalla famiglia e dai figlioletti, potrà tardare vari giorni prima di perire, cibandosi unicamente di vinacce, e si spurgherà per bene.

Se è vero che di solito la preda va soppressa di sorpresa, senza che se ne renda conto, per non inacidire la carne, non è questa l’unica ricetta in cui è molto meglio fare il contrario. In questo caso si cerca un sapore forte, deciso, da abbinare con un rosso raro e corposo, magari misto a sangue, e l’effetto è garantito.

 

Stinco alla birra.

Prendete lo stinco di un gran bevitore di birra tedesco e sceglietelo grasso come un monaco, o addirittura monaco direttamente. Tagliatelo via dal resto della gamba, rimuovete e buttate l’orrendo zoccolo maschile (solo i piedi femminili sono commestibili) lardellatelo e preparatelo come un comune arrosto da casseruola. Una marinata leggera, alcune spezie scelte a gusto, patate Parmentier, tapioca o tuberi e radici varie, e avrete un piatto semplice e delizioso, adatto per i palati meno elaborati, un intermezzo piacevole e sostanzioso in un tranquillo pomeriggio di cori da cantina, amoreggiamenti e assaggi di birra scura.

Ovviamente non è necessario sopprimere il teutonico, ma solo levargli gli stinchi. Ad ogni modo, con la gran dovizia di bevitori di birra grassi e grossi che la vecchia Alsazia sforna, perché farsi scrupoli e non approfittare piuttosto dei copiosi adipi per farne del buon sapone? Loro lo farebbero.

 

Ospite assassinato.

La carne di ospite assassinato a tradimento dà sempre un risultato eccellente. Non se ne conosce la ragione esatta (si formulano solo fantasiose speculazioni), ma quella procacciata in notti di luna nuova, quando il cielo è più buio e lugubre suole essere la migliore. Il procedimento di elaborazione non è importante in questo caso: che sia fricassea, arrosto, spezzatino, o spiedo non importa, si otterrà comunque un eccellente risultato. Sempre che, l’assassinio sia realizzato a tavola, mentre si conversa amabilmente, si degustano vini e liquidi ricercati e la convivialità sia inarrivabile. Una pugnalata esperta dalle terga e il gioco è fatto; ci si è garantiti il successivo desinare.

 

Cervello di ateo.

Una ricetta semplice e sublime, da veri sibariti. Si abbisogna di un ateo (vero ateo) e meglio se piuttosto colto. Mozzare la testa ed aprire la scatola cranica, lasciar arieggiare per qualche minuto e poi tornare a coprirla. Cuocere al vapore in bagnomaria affinché nulla intacchi il sapore naturale dell’organo. La faccia e tutto il resto della carne non vanno toccati, sono immangiabili, va degustato unicamente l’encefalo au naturel, laddove si apprezzerà una totale, ma davvero squisita, mancanza di sapore, una leggerezza, che evoca il paradiso. È come mettere in bocca cucchiate di “nulla”, si apprezzano un vuoto, una mancanza davvero particolari che non hanno eguali in cucina. I meno rotti al consumo di cervello condiscono con agrumi, ma preferirei invitare al desco persone in grado di apprezzare e non rovinare certe ricercatezze.

 

Sui neonati.

Molti rifuggono la carne di neonato per ragioni etiche. A tutta prima sarebbero comprensibili: recidere una vita così indifesa! Ma il mondo è conformato su regole crudeli purtroppo! Questa è una osservazione ineccepibile e va interiorizzata a fondo. La natura forse risparmia i piccoli da morti e mali orrendi? Incidenti? La vita purtroppo è un non senso! Inoltre il procacciamento dei piccoli è la forma più etica di caccia: si chiedono e comprano direttamente ai genitori. Che pena vedere due poveracci costretti dalla miseria a vendere la prole! Ma non sarà certo il fatto di non cucinarli a salvarli da una vita comunque breve e misera.

 

Piedi di vergine.

Come s’è accennato l’unico piede commestibile è quello femminile e di vergine. Questo è molto rinomato, ma di difficile conseguimento. Al contrario di quanto si creda l’età in questo caso gioca a favore: più la vergine è adulta migliore la qualità e la riuscita del piatto. Certo non è semplice trovare donne adulte e vergini, ad ogni modo ci sono regioni particolari in cui si sono trovati esemplari anche di più di venticinque anni, persino trenta. Piccole cittadine del centro Italia, refrattarie per inopinata cultura ai piaceri della carne.

Purtroppo gli usi vanno mutando e le vergini scomparendo sempre prima, ma per fortuna non è importante la ragione della verginità avanzata: cultura, freddezza, solitudine, bruttezza; i piedi saranno comunque eccellenti.

Si consiglia di tagliarli e cucinarli in fretta. Laddove la verginità sia un valore culturale aiuterete la famiglia a conservare la figliola, così amputata, illibata per parecchio tempo ancora. Una usanza barbara e crudele voleva anticamente che la cottura andasse iniziata prima della rimozione della parte anatomica. Questa pratica, che fu Restif de la Bretonne, gran consumatore di questa prelibatezza, a sradicare completamente, è biasimevole, non ha alcun effetto sul sapore e servirà unicamente a riempire la casa di atroci urla di dolore. Anche l’illuminismo ha avuto qualche cosa di buono da dire!

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