L’effetto Autobus (Una Parodia di Atteggiamenti sui Problemi dell’Immigrazione)

“L’effetto autobus” descrive, in un certo senso e in modo assai semplice ed immediato, atteggiamenti mentali di egoismo che poi sono analoghi ad altre situazioni di ben maggiore importanza.

Mi pare che l’essere umano si muova tra egoismo e altruismo, forse perché entrambi possono essere “un bene”, un vantaggio, una via per il successo e la sopravvivenza non solo del singolo, uno, e della specie (o collettività), l’altro, ma anche viceversa, e forse per questo fino ad ora nessuno dei due l’ha “avuta vinta”, nessuno è prevalso definitivamente.

Quando la mattina lo studente gira l’angolo della strada e vede l’autobus già lì alla fermata, a cento metri, inizia a correre per non perderlo e spera che il conducente si accorga di lui e non lo lasci lì ad aspettare, altri quindici minuti, il prossimo.
Appena salitoci su però, istantaneamente dopo il sospiro per il fiatone, il suo atteggiamento mentale cambia drasticamente e inizia a sperare l’esatto opposto: che la vettura parta immediatamente e non debba stare lì ad attendere altri minuti inerte.
Non importa se altri, ancora nella situazione in cui versava lui poco prima, perderanno quell’autobus, prenderanno il prossimo, il che non è certo una tragedia.
Il soggetto vuole, quindi, essere aspettato, ma non aspettare pure gli altri.
Da un certo punto di vista questa “adesione mentale” a uno o altro esito (muoversi o rimanere ancora fermi) non solo non cambia nulla, dato che il funzionamento della linea non dipende da esso, non decide lo studente quando ci si ferma o si riparte, come nulla dipende o è condizionato dalle “speranze” degli attori immersi in una determinata situazione, ma è indice di come in noi si attivino ribaltamenti fortissimi nella comprensione di un panorama determinato (un autobus fermo e in partenza) solo a seconda della nostra posizione in esso (che può variare sostanzialmente in solo pochi centimetri: su o giù dal veicolo).

“Capiamo”, tutto sommato, solo la situazione in cui ci troviamo e solo di essa sappiamo interpretare le esigenze. Questo a volte rimane, nel banale del quotidiano, all’interno della nostra mente e non ha effetti, ma può anche assumere, altre volte, la forma attiva di proposte e lotte concrete per dei “diritti” o per la resistenza alla concessione degli stessi.
Pensiamo all’immigrazione, laddove persone che, spessissimo, discendono da immigrati (chi è “da sempre” originario di un posto determinato?) non vogliono altri immigrati, e non solo per considerazioni razionali, ma proprio perché nelle loro esigenze non esiste più la necessità di “salire su quell’autobus”, ci sono già.

Il bello è che spesso il tutto viene ricondotto “all’avere ragione”, come se il punto di vista particolare, e specie la comprensione di una sola esigenza, possano essere di per sé un argomento logico, dirimente.
Nessuno ha ragione o torto, e non è questo il punto, anzi il punto è proprio che quello dei “diritti” è un argomento un po’ ipocrita, moralistico.

Rimane però che se il discorso si trasponesse e passasse dal piano dell’interiorità inerte -e inutile- della persona (la “speranza”) a quello decisionale (cosa fare e come far funzionare una situazione), se “decidessero gli studenti” di volta in volta sui moti di una linea urbana a seconda della loro adesione momentanea ed emotiva, fissi sui loro piccoli vantaggi, potremmo senz’altro avere situazioni esasperate e incomprensibili come quella di un autobus sempre fermo e in perenne attesa, o in giro con una sola persona dentro.

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