L’Inno degli Stati Uniti d’America

Star_Spangled_Banner_Flag_on_display_at_the_Smithsonian's_National_Museum_of_History_and_Technology,_around_1964Interessandomi alla storia e le tradizioni della mia nuova patria, mi sono ovviamente imbattuto nell’inno nazionale, elemento chiave di unità e celebrazione del paese, e che è tale ufficialmente solo dal 1931.

La prima sorprendente particolarità che salta alla vista leggendolo è che esso, caso unico per quanto mi riguarda, formula non una affermazione (di solito di grandezza o eccellenza), bensì una domanda. E di preciso l’estensore, e con lui oggi tutto il popolo statunitense, si chiede se la bandiera americana sventola ancora sulla terra dei liberi e la casa dei valorosi.

L’inno fu scritto nel 1814, in origine come poema, dal poeta dilettante Francis Scott Key, avvocato, mentre era in missione, per conto del suo paese, presso i britannici durante la guerra anglo-americana del 1812-15.
Esso, come può sapere chiunque oggigiorno semplicemente leggendo Wikipedia, fu estrapolato da quell’opera, intitolata “Defence of Fort M’Henry”, e scritta dopo il bombardamento dell’omonimo forte nella Battaglia di Baltimora da parte della Royal Navy.
In foto, il drappo fatto a mano a quindici stelle e quindici strisce, conservato ed esposto presso il National Museum of American History, della Smithsonian Institution, che ispirò l’autore. 

Il fatto è che il trentacinquenne avvocato, assieme a John Stuart Skinner, si recò a Baltimora, sotto segni di tregua e per conto del Presidente James Madison, a trattare in merito allo scambio di alcuni prigionieri, tra cui anche il noto medico internista di Upper Marlboro, Dr. William Beanes, suo amico.

Key and Skinner arrivarono sul vascello britannico HMS Tonnant il 7 settembre e interloquirono con il Generale Maggiore Robert Ross (che perse la vita in quella stessa battaglia) e il Viceammiraglio Alexander Cochrane, mentre questi discutevano di piani bellici.
A tutta prima i due servitori di sua maestà rifiutarono di rilasciare Beanes, ma cambiarono idea dopo che Key e Skinner mostrarono loro alcune lettere in cui dei soldati britannici feriti in guerra elogiavano sia il dottor Beanes che altri americani per il trattamento loro riservato.

Siccome però i due in missione diplomatica erano ormai al corrente di piani di guerra che non si poteva correre il rischio fossero divulgati, e che riguardavano proprio l’attacco a Baltimora di cui si parla nell’inno, fu deciso di tenerli in cattività fino a fine battaglia.

Gli ambasciatori furono, infatti, rilasciati solo il 16 settembre e durante la prigionia a bordo delle navi in controllo inglese, fu steso l’inizio del poema, completato successivamente, il quale riprende temi e fraseggi di un’altra opera dello stesso autore, sulla prima guerra berbera, tra cui anche la sua figura più celebre e di apertura, quella della bandiera: la famosa domanda a cui abbiamo accennato. L’incipit è la parte più famosa dell’inno e quella sempre cantata.

Nella finzione del poema l’autore chiede se lo stendardo statunitense sventola ancora sul forte attaccato durante la notte. L’estensore non può esserne certo anche se i rumori e i fuochi di guerra lo fanno ben sperare in un resistenza vittoriosa.

Sinceramente, la traduzione riportata da Wikipedia non mi ha convinto, e quindi ne propongo spudoratamente una mia.
In particolare l’uso del singolare (tu) verso chi è interpellato dalla domanda, non mi pare la migliore opzione, per due ragioni:
– in primo luogo nella finzione del poema è verosimile che il protagonista accorato e speranzoso chieda a chiunque sappia, e non solo a un soggetto determinato, notizie sul vessillo che sapeva (lo avesse davvero “salutato” personalmente) ancora issato la sera precedente
– e in secondo luogo perché al cantare quegli stessi versi oggi, ciascun americano parrebbe formulare lo stesso interrogativo al resto dei compatrioti e non a un singolo.

Pare quindi una canzone “corale”, come testimonia anche l’uso del “noi” della seconda strofa.
Il postulante, qualora sia da far coincidere con il poeta, si unisce, poi, solo in spirito alla battaglia nel quarto verso, dato che ne è necessariamente fuori, confinato coi britannici, e non può essere parte attiva della difesa, e forse nemmeno semplicemente di un letterale “sguardo serale” al forte sotto attacco; se prendessimo il verbo “to watch” come un piano “guardare” invece che, come un più suggestivo “sorvegliare” o persino “difendere” realizzato in campo da altri compatrioti.

 

Oh, say can you see, by the dawn’s early light,
What so proudly we hailed at the twilight’s last gleaming?
Whose broad stripes and bright stars, through the perilous fight,
O’er the ramparts we watched, were so gallantly streaming?
And the rockets’ red glare, the bombs bursting in air,
Gave proof through the night that our flag was still there.
O say, does that star-spangled banner yet wave
O’er the land of the free and the home of the brave?

Oh, dite, riuscite a vedere, alla prima luce dell’alba,
ciò che con tanto orgoglio salutammo all’ultimo barlume del crepuscolo?
Le cui ampie strisce e luminose stelle, attraverso la perigliosa battaglia,
sui bastioni che sorvegliavamo, sì valorosamente ondeggiavano?
E il bagliore rosso dei razzi, le bombe che esplodevano in aria,
hanno testimoniato per tutta la notte che la nostra bandiera era ancora lì.
Oh, dite quello stendardo di stelle adornato sventola ancora
sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi?

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