L’Insalata

L’ultima mano della partita estiva di tressette sotto le logge del mercato termina sempre alle dodici e venti, minuto più, minuto meno.

Il signor Rèsi si alza dal tavolo, raccoglie le sue cose, si infila lentamente il paltò e aggiusta un po’ giacca e cravatta; se ne va, saluta tutti con la solita cortesia, e di solito conta anche la piccola vincita. Gioca con la testa, alla lunga non può perdere.

Col suo passetto strettino e appena un po’ malfermo, si dirige a pranzo attraversando le poche viuzze che lo separano dalla taverna presso la quale ha un accordo per non spendere più di mille lire a pasto.

Trentamila al mese, che lui paga anticipate; ci scherza su con un umore un po’ nero: se dovesse morire all’improvviso, lascia una bella mancia, qualora l’evento si desse all’inizio del mese; una mancia discreta, se ciò accadesse verso la metà; per il resto del mese ci sarà da accontentarsi, perché dalla tomba non potrà ormai fare di meglio.

Mangia poco il signor Resi, è piuttosto minuto, è stato anche ferito in guerra allo stomaco, sta bene ora, ma preferisce comunque una vita morigerata e tranquilla, ha chiaro in mente che non gli servono altre seccature e deve attendere con serenità la fine. Il suo tempo lo ha fatto, ora tocca ad altri.

È educatissimo, con una signorilità naturale, quasi involontaria, un uomo forse di altri tempi, si direbbe; la guerra purtroppo l’ha persa, fosse stato per lui, pacifico e logico come è, non la avrebbe nemmeno fatta, ma il caso di aver partecipato e avendola pure persa, non lo mette in buona luce presso la società attuale, più che dinamica, frettolosa, tanto vile, e dove si sa, ha ragione solo chi vince e non pure chi si profonde, come aveva fatto lui, con sorprendente abnegazione e coraggio in quello che fa. Decorato e poi ridecorato persino dopo la firma dell’armistizio, per alcune sagge decisioni che preferisce non ricordare, non ne parla mai.

“Il passato è passato!” è solito dire, sbrigativamente assieme ad altre asciutte frasi proverbiali, che ne delineano una personalità semplice, ma al contempo affascinante, estremamente dignitosa, quand’anche fatalista, pacata, ma con una vena di bizzarria avventuriera. “Ogni lasciata è persa!” gli capita di gridare dietro al figlio adolescente di qualche amico, timidamente innamorato.

L’osteria dove si reca è modesta, non ha grosse pretese, lui, ma si mangia anche bene. Ogni volta che varca la soglia, il locale è quasi vuoto si riempirà di lì a poco, lui è sempre dei primi, gli capita di ricordare, ogni volta, sì, ogni volta, quanti anni sono che pranza lì.

Prima pranzava e cenava, ora pranza e poi la sera a casa, da solo, con la tv accesa e il notiziario, o anche più spesso con la radio e la lettura di un audio romanzo, magari un giallo, prende solo una tazza di latte e biscotti, guarda dalla finestra: “stanno distruggendo questo paese”, pensa, “stanno finendo di distruggerlo”, pensa, “sono proprio invecchiato” conclude.

È sì! Sono vent’anni che si reca pressoché quotidianamente allo stesso posto, adornandolo inconsapevolmente di una delicatezza e uno stile che nessuno sa apprezzare; forse tranne il cuoco, giovane, volenteroso, allegro, di buon cuore e miglior umore, beato lui. Se può lasciare i fornelli per un momento si siede volentieri a conversare con lui, due battute, poi c’è da lavorare.

C’è una simpatia tra loro: il giovane (ora nemmeno più tanto, ma così lo vede lui) lavoratore, originario, di famiglia, dell’est, e il vecchio italiano, col baffo da birra, e lo sguardo quasi da vecchio cowboy dei film, e pure le movenze, le parole, lente, agresti e sagge, senza pretendere di esserlo.

Per mille lire ha diritto a mezzo primo, che  viene sempre anche troppo abbondante, e spesso avanza, e mezzo secondo, che essendo di carne è giusto giusto, un’insalatina di lattuga, un caffè con un dolcetto, e il così detto ammazzacaffè. Che di solito è una anisetta secca, ma può essere anche un whisky, un limoncello.

Ogni volta che lascia qualcosa nel piatto la cameriera lo rimprovera bonariamente. È l’unica che si permetta di chiamare il signor Resi per nome: “Sor Basilio! Che fa oggi? È fiacco? Non le piacciono i bucatini di Mimmo?” (Dominik, in bulgaro).

“Mi piacciono, mi piacciono!” fa sempre lui, pulendosi frettolosamente la bocca per parlare senza essere ridicolo e reiterando il concetto per rassicurare che sia la verità -e lo è-: “sono eccellenti, anzi… complimenti al cuoco! Ma se mi riempio, poi non ho più spazio per il vitello tonnato!”

La cameriera fa uno sguardo fintamente seccato, sorride complice, e se la batte. C’è sempre da fare in fretta, fanno tre coperti a tavolo ogni giorno. Si mangia bene! E si spende poco, è normale che la gente ci vada.

Giulia è una ragazza semplice, persino un po’ scemetta, è un po’ che lavora lì, e Resi la ha presa in simpatia… E solo in simpatia, eh! Non penserebbe mai altro, mai! È una ragazzina, e poi lui, innamorato come era di sua moglie, non farebbe mai un pensiero indecente su nessuna! Ha una dignità tutta sua, forse da samurai. Nessuno lo capirebbe, e comunque ora è abbastanza anziano perché nessuno gli rivolga la parola e manchi di rispetto o lo metta in imbarazzo con le solite volgarità.

Ogni tanto la guarda, teneramente, potrebbe essere sua nipote. Magari! Gli sarebbe piaciuto avere una nipote. Non ha nemmeno figli, invece. È vedovo da un pezzo.

Quando si sente un po’ pesante, Resi è solito chiedere alla padrona se è possibile avere solo dell’insalata all’indomani. Per lo stesso prezzo, chiaro! Manco a dirlo! “Ma come no!” ogni volta fa rumorosamente la padrona, che è una marpiona, una commerciante: “le faccio trovare una bella ‘misticanza’ delle nostre, è stagione!” è sempre stagione. Agita le mani come se stesse condendo, e mescolando lei stessa, una gran “corticiana” di vegetali, porri, ravanelli, radicchio. “Non si preoccupi Signor Resi , ci pensiamo noi!” Lui ogni volta fa per andarsene, poi si gira e puntualizza per scrupolo: “non c’è bisogno che esageriate, eh! Una cosa modesta!”

“Ci vuole il tonno Dotto’?” insiste la padrona: “No, no, va bene senza!” risponde puntualmente lui. Piccoli rituali… ma il tonno il giorno dopo ci sarà!

Il fatto è che la gente è spesso un po’ gretta, e se non si mette il tonno, si pensa, poi magari si possono avanzare pretese sul prezzo, non c’è carne, non c’è pesce, solo uova? E che costano le uova. Nemmeno il tonno in scatola costa, ma fa la sua figura, secondo l’imprenditrice.

Il signor Resi non si immaginerebbe mai di baccagliare su simili inezie, meschinerie, un rimborsino… e di quanto? Figuriamoci! Ma le persone non sono tutte in grado di capirlo, e nella loro cecità, misurano gli altri con l’unico piccolo punto di riferimento che hanno in dotazione: loro stessi. Il ladro vede ladri ovunque.

Resi siede solo al tavolo, non rompe le scatole: in trentacinque minuti netti s’è tolto di mezzo, il che lo rende un cliente perfetto. Arriva per primo, se ne va, e sotto il secondo turno! Magari di quattro coperti.

Non sempre, ma nemmeno così di rado, in fondo, a lui si accompagna un suo vecchio amico. Gino Paradisi, ex guanto d’oro al campionato italiano, ex maestro di pugilato, ex commilitone, l’opposto di Resi: un buontempone e un caciarone, una mole d’uomo, che ha bisogno di due sedie di paglia per poggiare le sue enormi chiappe. È anche l’esatto opposto della discrezione, quando entra Resi , nessuno lo nota, quando entra lui, tutti si girano, devono girarsi, non solo per la stazza, che da quando ha abbandonato il pugilato, e già da allenatore, la panza gli era diventata colossale, ma per la voce profonda e rumorosa, le battute che non riesce a trattenere e usa per annunciare il suo ingresso, come se fosse necessario sottolinearlo: i commenti spudorati sul decolté della cameriera.

“Siamo in forma oggi, bambola! Guardate che pere!” risate. Lei, fintamente indignata, e civettuola, fugge. “Sora Giovanna, ho sentito che oggi i veterani coraggiosi… a metà prezzo!” grida verso l’altra parte della sala, dove è la proprietaria; ogni volta è un mercanteggiare infinito!

Il locale fa un menù di tutto rispetto, se vogliamo, sterminato, per la modica cifra di tremila lire. Lui mangia il doppio degli altri e pretende pure di pagare la metà. Cosa che non gli riesce.

Si piazza a tavola, si frega le mani, inizia a lagnarsi del Governo. Resi anche si lagna della stupidità al potere, ma più discretamente e senza madonnare come un indemoniato. Chiede il vino, gli portano il vino e le bruschette, con una salsina al pomodoro per placarlo e magari diminuirgli un po’ quell’appetito disumano. Non c’è verso! Settant’anni suonati e non sentirli! Come sempre versa il vino, ci puccia la crosta del pane, con mani che sembrano mole di mulino, mangia, prova la salsa, c’è già bisogno di altro vino. “Perdio! Che siete lumache?” il vino arriva, lui continua tra chiacchiere, lamentele, pane, vino, potrebbe andare avanti indefinitamente, pensano tutti.

Resi ascolta, partecipa, ma non mangia certo come l’altro, lui ogni volta gli chiede se vuole un menù completo: “per una volta, su!”, mentre emette gorgoglii e si muove lento e pachidermico, ma implacabile, sulle vettovaglie schierate in desco.

“Oggi ho chiesto l’insalata” fa lui stavolta: “vorrei sgrassare un po’, questi giorni mi sento appesantito…” Sbuffi, smorfie amichevoli, certo: “e che sei diventato una capra Silio? Coraggio! Che la vita è una, e per come ci ha trattato… la pensione tutta in vino la converto! E coi debiti me ne vado!” urla per farsi sentire.

“Sor Basilio! L’insalata oggi non c’è! Mi dispiace! Mi sono completamente scordata!” fa la cameriera con la spudoratezza di chi sa di essere giovane e solo per questo dalla parte della ragione.

L’anziano è un po’ spiazzato, ma non vuole ferire i sentimenti della ragazza, si affretta, intanto ad emettere un: “ma non fa nulla!” e strascica un po’ la “a” finale per dare più convinzione all’affermazione. Non sa però che accidenti prendere, ci dovrà pensare. Ed ecco che il camerata incalza: “e fatti un menù completo, porco diavolo! Che vorrà succedere!? Non hai fame? Una volta tanto!”

Non gli piace che si decida per lui, ma suvvia… perché no? Dopotutto… e ha pure vinto a tressette!

Menù completo per due! Inteso, interviene la padrona appena saputa la stranezza, il menù sono tremila lire, duemila in più, da saldare subito. “Certo!” fa Resi come se la puntualizzazione non lo avesse ferito affatto. “Si capisce!”

Un po’ ferito però lo è, perché dopo tanto tempo… un trattamento speciale, potrebbe pure riceverlo, pensa, con tutte le insalate che ha mangiato a mille lire senza fare una piega…

Un po’ c’è pure che s’è sentito trattato come se fosse Gino, sempre a tirare sul prezzo. Lui ha sempre pagato senza storie! Gino probabilmente lascerà solo duemila e cinquecento lire, tirandole per aria e buttandola in cagnara. Lui no! Tremila sane! Anche se l’altro paga meno!

“Vedi che mi piace della cameriera?” mormora Basilio all’amico, per pensare a qualcosa di gradevole: “mi piace la sua spontaneità. Un’altra persona, meno ingenua, meno solare, simpatica, si sarebbe inventata una scusa, no? Avrebbe detto… che ne so… ‘eh, sor Basilio, oggi al mercato l’insalata era tutta appassita, cencia cencia, non me la sono sentita di prenderla per lei!’ Ci avrebbe fatto pure bella figura, no? Fingendo di essersi preoccupata… e invece che dice? ‘Mi so’ scordata!’ Semplice semplice, pulito, onesto! Diretto! È da questo che si capisce una brava persona!”

“A me della cameriera piacciono: le bocce, e il culo! Caro Silio” fa Gino con la frase più banale che si possa partorire nella circostanza, per di più si gira che ormai rovescia tutto il tavolo e la cerca per la stanza, come a confermare che ciò che dice sia giustificato e il materiale valga la pena. L’amico sorride! Sempre stato così tra loro: lui serioso, analitico, e per fortuna che c’è l’altro che lo bilancia e non dà importanza a nulla. E viceversa… che altrimenti il gigante si sarebbe più volte trovato nei guai, ad essere tanto irruento.

“Ma che sei stupida? Perché hai detto che non ti sei ricordata? Che ti avevo detto di dire? Eh?” bisbiglia al contempo la padrona alla dipendente, con i denti stretti di rabbia: “ti avevo detto: dì che l’insalata al mercato non era degna di lui, ti avevo detto di presentare un po’ la cosa… come ti viene in mente di dire che ci siamo dimenticati? Stupida!” gli occhi le escono dalle orbite, quasi.

“Eeeeccapiraiiii!” fa l’altra in modo irritante e sciatto, alzando una mano e lanciandola indietro, come per sfida: “chissà che fa mo ‘sto barbagianni se mi so’ scordata!”

Non è il punto! Ma per la rabbia la cinquantenne non controbatte, le farà vedere dopo! Quando non c’è nessuno! È un buon cliente e anche se non cambierà mai locale, non si deve rischiare che lo faccia, le sue sono trenta-trentunomila lire al mese pulite che entrano in cassa da vent’anni.

Succede qualcosa? Resi sembra guardare verso la padrona, che dal fondo della stanza, dietro la cassa stira le labbra in quello che potrebbe forse definirsi un sorriso, e sicuramente vorrebbe esserlo.

Questo pranzo non finisce mai! Antipasti, primi, secondi, infiniti!

Gino mangia di gusto da un’ora e mezza, potrebbe andare avanti per altrettante; a tavola non si invecchia, lui ne è la prova! Nessuno lo ha mai visto pieno, dice una leggenda; si può farlo alzare dalla sedia solo ammettendo che il cibo in cucina è finito, dice un’altra leggenda. Lui parla, intinge il pane nel sughetto, batte le mani sul tavolo, che risuona di legno metallo e porcellane, versa il vino dal mezzolitro, continua, pian piano, ma inesorabile, si asciuga il sudore. “Un altro po’ di bianchetto!” e versa: “proviamo questi fagioli!” e mangia: “la trippa è squisita oggi, bravo Domink!” altro bianchetto, c’è da fare in fretta o si scalda: “cucina eh! Il bulgaro! Cucina italiano meglio di un italiano! Beh! È nato qua!” e ride. Altro bianchetto, e una Moretti grande! Per variare. Fa caldo!

La sera Resi è solo a casa come sempre, accende la radio; iniziano la lettura di Delitto e Castigo, che bel libro! Non si sente proprio di sopportare un notiziario, e meno ancora di aver bisogno di latte e biscotti! La pancia ancora ruggisce e rumoreggia. Che mangiata! Tutto buono! Per carità! Ma che mangiata! Una tantum può pure andar bene… ma…

Il giorno dopo Resi non andrà in taverna; succede solo quando sta male. La cosa genererà certa sorpresa, ma nemmeno più di tanto, è anche comprensibile che non stia bene, un pasto intero, con quell’energumeno di Gino Paradisi davanti, deve essere qualcosa di abominevole, per di più se non si è abituati. Ma nemmeno il giorno successivo apparirà, né il seguente.

“Resi è morto”, fa sottovoce un conoscente che ne ha già sentito la storia. Un arresto cardiaco nel sonno. Tre giorni fa. Nessuno sa che dire.

La porta si apre e visibilmente triste, dissimulando proprio male, fingendo la solita allegria, entra il settantenne ex allenatore di pugilato. “Oggi dico addio a un caro amico nel posto dove lo ho visto per l’ultima volta! Un tavolo! Presto!”

Ma no! Non è affatto allegro stavolta, nonostante lo sforzo per far finta che niente sia successo, pare che gli occhi siano addirittura lucidi, non lo ammetterebbe mai. Ha già bevuto parecchio! Meglio non farlo stranire.

La cameriera non dice una parola su sor Basilio. Gino lo nota. Col tovagliolo si soffia il naso, e fa una mossa strana e furtiva, pare asciugarsi gli occhi: “vacca boia! Ma quanto ci vuole a portare del vino?! Rosso oggi! Porco dio!”

“Che sfortuna” pensa la padrona: “è morto giusto il trenta del mese”.

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