Lumi: “Du-reformen”. Il ruolo e il prestigio sociali nemici insidiosi dell’uguaglianza

Seguendo le luci dei principi che indicavano la strada dell’illuminato percorso socialista, in Svezia, alla fine degli anni 60, una riforma grammaticale abolì le forme di rispetto. Tale riforma prese il nome di “du-reformen”, riforma del “tu”, proprio perché da lì in poi tutti i cittadini sarebbero stati trattati col “tu”.

Il fatto è che il linguaggio, oltre ad esprimere concetti, è soprattutto un veicolo di condizionamento e di imposizione che chi decide per tutti deve saper indirizzare e tenere sotto controllo se non si vuole che passino, nell’uso del quotidiano, pregiudizi che possono avere un profondo impatto nella società ed effetti indesiderabili.

Un rispetto anonimo, e che prescinda da circostanze e valutazioni personali e concrete, deve essere garantito a chiunque sempre e comunque nella stessa misura, e non deve certo essere condizionato dal ruolo sociale e da elementi del tutto ininfluenti ad indicare la effettiva qualità umana della persona, tali come età, professione, confessione, censo, etc.

Una differenza nel trattamento generico, ed appunto, anonimo della persona è dovuto sempre e solo a una servile e meschina disposizione da suddito di chi la usa e una vanagloriosa e pedante arroganza di chi la pretende.

Ammesso pure, e così senza dubbio non è, che una determinata collocazione nel tessuto sociale sia indice di certe maggiori o minori capacità ed impegno, e che questo, poi, e così tantomeno è, si traduca in un maggiore spessore morale e affidabilità della persona, nemmeno allora ci sarebbero buone ragioni per sottolineare con un trattamento differenziato e di privilegio uni da altri.

Ciò non sarebbe ammissibile neppure in un gruppo fortemente condizionato dalla così detta “meritocrazia”, ma meno che mai avrebbe senso in uno dove tale impostazione (ai fini della raccolta di successo personale) non è affatto rispettata, come succede qui da noi.

Il ruolo sociale e una sua categorica e generalizzata stima positiva, che si riverbera nell’uso comune di un trattamento maggiormente rispettoso, è solo un modo per schiacciare il libero e autonomo pensiero e condizionare l’opinione personale del cittadino, intimidendola con giudizi arbitrari e incontrovertibili che non hanno il minimo senso, fondamento e valore.

Al contrario che in Svezia (dove però a volte e purtroppo ci sono sporadiche recrudescenze di antiquante forme grammaticali) in Italia è ancora invalso l’uso generico di forme di piaggeria per le quali si può sentire il barista, piuttosto che il barbiere, o il cassiere della banca, anteporre un titolo al cognome della persona con cui loro stiano parlando. La ridicola mania di salutare ciascuno con: “buongiorno avvocato”, “come va ingegnere”, “buona giornata Don Abbondio”, etc.

È curioso notare come proprio in posti dove il conseguimento di una determinata “posizione” non è affatto limpida e meno che mai conseguenza-testimonianza fededegna di particolari doti, si sia più inclini a questa orribile mostra di servilismo.

Il rispetto dei condivisibili principi di eguaglianza deve imporre la fine di tali odiosi costumi, posto che seppure paiano di poco momento e di poca trascendenza, in essi, e nel loro rispetto reiterato, si annida un pericoloso nemico.

Ed esso è quello di (per questo si usano le forme di rispetto) far passare nell’inconscio della persona il messaggio di poter “abbassare la guardia” dinanzi a certi soggetti, e depositare in tali determinate figure una fiducia maggiore che in altre.

Una persona, invece, per misera o modesta che possa essere, può assolutamente affermare una verità del tutto certa e di grande significato, e un’altra, per prestigiosa o importante che sia, può ben mentire e tradire una assoluta mancanza di affidabilità e statura umana. E non si tratta neppure di un discorso di “frequenza”, quanto di generica “incertezza”, è una questione teorica e astratta che nell’astratto e nel teorico trova la sua soluzione.

In tal senso va interpretata la “gran vittoria” che concretizzò Robespierre, all’epoca avvocato, nel celebre Affare Deteuf, nel quale difese la giovane Clementine Deteuf, guardarobiera della storica abbazia di Saint Sauveur d’Anchin, a Pecquencourt, la quale, invano insidiata dal monaco dom Brognart, per vendetta era stata falsamente accusata di furto da costui, che fu riconosciuto colpevole di diffamazione e condannato a risarcirla (v. Wikipedia).

Solo in una società fortemente condizionata, e in modo univoco, da un prestigio dettato dal ruolo sociale può considerarsi come una “speciale vittoria” l’emersione di una verità che dovrebbe avere uguale valore che tutte le altre e non destare speciali meraviglie.

I cittadini, al margine di valutazioni personali di stima ed amicizia, vanno trattati tutti ed a priori allo stesso ed identico modo, ed esso deve essere agile, privo di fronzoli, diretto, funzionale ai ritmi e alla vita, anche disillusione contemporanei.

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