L’Unità TMAK (racconto steampunk-distopico)

Profusione e celerità senza precedenti nella storia dell’Imperiale e Democratico Conio e Poligrafico, i manifesti tappezzavano le strade dalla capitale Nuova Aquisgrana fino a quelle dei più piccoli borghi teutonici. Ma solo nella modernissima capitale era possibile ammirare il più grande di essi, un vanto degli opifici nazionali, che sbuffavano vapori ininterrottamente da un trentennio.

Cento per cento metri di lino impresso con rivoluzionaria tecnica teutone di dagherrotipia litografata al platino e inchiostri trattati chimicamente, con nuovi colori brevettati, il colossale manifesto campeggiava sulla facciata della Zecca per ricordare a tutti l’orgoglio nazionale del trentesimo anniversario della Nuova Era. Sopra di esso, fiero, severo, minaccioso, un Dirigibile Imperiale vigila solitario e fiducioso la zona, esibendo rutilanti i suoi dorati cannoni di vascello dei cieli, che scintillano tra gli effluvi.

Il manifesto effigiava, in una posa eroica ed epica, dinamica, le macchine di punta del nuovo Impero Democratico Prussiano: i Teilweisemenschautomatisiertkrieger, anche chiamati Unità T.A., o, versione impostasi nella comune loquela: TMAK.

I TMAK vigilano e difendono la patria, bonificano le nuove zone necessarie alla prosperità della mite popolazione prussiana, alsaziana, della Pannonia e Carentana -e di tutti i territori annessi-. Dal sacrificio dei giovani che avevano donato loro stessi per divenire TMAK era nata la più celebrata delle nuove mirabolanti imprese a cui lo streben del popolo aveva innalzato la civiltà germanica.

Solo parzialmente umani, in un loro residuato intellettuale e psichico, i guerrieri TMAK sono invincibili, infrangibili, efficienti al cento percento, e parimenti affidabili, indistruttibili, verosimilmente: eterni. Non conoscono la paura, la disobbedienza, ma riconoscono l’orgoglio patrio e l’amore, l’attaccamento al suolo e al popolo tedesco -e annessi-.

Da quando i TMAK vigilano sull’Impero Democratico nessun attacco è stato sofferto, e nessuna difesa attivamente intrapresa, persa!

Sono realizzati dalla più avanzata tecnologia a pompe di vapore; salvato del giovane che si immola per la patria solo il residuo mentale necessario per farne un volenteroso guerriero efficiente e coraggioso, il resto è attivato da un cuore idraulico a turbina che funziona ad acqua salata, ad acqua di mare. Cioè con una risorsa pressoché illimitata.

Il loro modernissimo chassis ad ingranaggi e giunti cardanici, la scocca dorsale in acciaio ultratemperato, la turbopompa automatica pressofusa e integrata sotto una corazza a cremagliera inossidabile di ben dieci millimetri, cromo, vanadio, rodio, titanio ipercarbonati… Delle macchine meravigliose, imponenti, esaltanti, belle! L’orgoglio della nazione e della tecnica germanica! Plastici colossi di oltre due metri umanoidi con vita stretta, spalle larghe, atletici, scattanti, lo sguardo, perso nel futuro, velato da tecnologici e scuri optovisori a scansione globale.

Nella sconfinata piazza del Genio Germanico e dell’Industria, centro dell’Impero, a un angolo sotto il megalitico manifesto, si incontrano, mal simulando una casualità, due strani individui. Dalle movenze e dall’abbigliamento sarebbe stato inequivocabile capire, e da un chilometro di distanza, trattarsi di due alti funzionari del Z.Z.P. il “contro controspionaggio”.

Si sa bene che il Nuovissimo e Democratico Impero Prussiano è incline a dare nomi piuttosto ampollosi alle sue istituzioni e gradi amministrativi, oltre ad avere la stravagante abitudine di ripetere due volte l’ovvio, o negare le negative, invece di affermare. Ciò è visto come segno di ipermodernità burocratica e lessicale.

Uno dei due è enorme e grasso, l’altro secco e minutino, ma entrambi vestiti, secondo una moda pressoché uniforme tra le persone di tal rango, diffusa in modo tanto univoco da apparire quasi una divisa. Indossano un lungo trench nero di pelle, e un copricapo simile a un Borsalino, scarpe nere di coppale.

Al primo, il soprabito lo fascia tutto, stiracchiato tanto da farlo sembrare una robusta salsiccia, o un grosso scarabeo nero, sull’altro, atletico e scattante, ma mingherlino, come un pugile mosca, pare troppo abbondante sulle spalle. Sicché ambedue risultano un po’ ridicoli; o meglio lo risulterebbero, se qualcuno nella frenesia assoluta del caos cittadino facesse mai caso a qualcosa.

La gente correva distratta, come perennemente indaffarata e in ritardo, quand’anche dall’instaurazione del Nuovo Impero e della Nuova Era, nessuno avesse più molto da fare, invero. Ma faceva “modernità”, essere frenetici, trafelati, prendere al volo tram e taxi, scendere le scale mobili delle sotterranee, funivie, palloni aerostatici, traversare tunnel e ponti, risbucare a un altro capo della città, senza che il viaggio avesse un vero scopo e di fretta tornare indietro.

La città, parimenti, emetteva di continuo sferragliamenti di motori, modulazioni elettriche, sbuffi e compressioni, stridii, lampi, sirene, rumori di tranceria, o quei tipici suoni simili a parole ripetute all’infinito delle tipografie, così come fumi e caligini, emissioni, odori di prodotti industriali, chimici o farmaceutici. Per lo più si trattava di scenografie farsesche ed innocue, architettate per creare un futuristico ambiente d’avanguardia e moderno; dare la rassicurante impressione di una produttività e un benessere, una vitalità ineguagliabili, insuperabili. Benessere e distrazione sono direttamente proporzionali.

Come assolutamente chiunque, uomini e donne, compresi quelli con vista perfetta, i due strani personaggi portavano vistosi e pesanti occhiali d’ottone, dalle lenti colorate di giallo, con la assurda e affatto sincera affermazione, condivisa e ripetuta da ogni altro cittadino, che essi aiutassero a “vedere meglio i nuovi colori tipografici brevettati”. I colori della Nuova Germania.

I due si fermano l’uno dinanzi all’altro, tra l’odore modernissimo di trementina e gomma lacca della città industriale, soddisfatti dello stato della loro splendida edilizia; dopo uno sguardo verticale al manifesto, si lanciano un’occhiata furbesca, così evidente da essere maldestra, se la loro intenzione era quella di mantenere faccia da poker e sembrare solo due vecchi amici.

Il grassone, più alto in grado amministrativo, oltre che di statura, interpella il piccoletto, che pare da subito una persona preparata, intelligente, diligente, ordinata, efficiente: il tipico lodevole, scrupoloso Funzionario Imperiale.

-Buongiorno Baldhur, ha con sé la cartella, nevvero?-  esordisce il tricheco schiarendosi una voce densa, pastosa, resa profonda dal guanciale in eccesso. -Certamente Signore- risponde l’altro che rapidamente la sfila con ampi gesti, rapidi e precisi da dentro il soprabito e la porge al collega. Il piccoletto ha un volto affilato e marchiato da una ruga di competenza e intendimento. La mole umana la prende, sbuffando un po’, come se, preoccupato, stesse digerendo male, ma senza aprirla. Con le mani sul retro del giaccone di cuoio e lo sguardo in alto e fiero, il piccoletto attendeva, circospetto, di essere interpellato. -Dunque vediamo- seguitò il ciccione quasi boccheggiando per la fatica di respirare come un bulldog gli effluvi farmaceutici del posto –abbiamo un problema con un’Unità TMAK, “dispersa”, come  da versione ufficiale, mentre si “bonificava” una zona campestre per l’insediamento di Famiglie Agricole dell’Impero. Invero si è capito subito trattarsi di qualcosa di più complicato e s’è iniziato a cercarlo e investigare per sapere chi fosse e che fine avesse fatto realmente; mi corregga se tralascio qualcosa.- L’altro ascoltava silenzioso, ma attentamente. -La prima informazione è stata di facilissimo reperimento, visto che i TMAK sono dotati di numeri di matricola di serie, e, essendo perfetti e indistruttibili, ad oggi manca all’appello solo questo qui, è- e consultò il retro di un foglio che aveva appiccicato sopra la cartella dopo averlo estratto dalla tasca esterna laterale destra, quadrata e nera, del trench -il TMAK AK-478/b15s se non erro.- L’altro annuiva con le labbra serrate e appena in avanti in segno di sentito e partecipe assenso. –Facciamo di nuovo il punto della situazione Baldhur, e poi mi dirà se ci sono novità, d’accordo?- Si arrestò, un secondo titubante e sospettoso, ma dando l’impressione di non aver finito di parlare: -Perché ci sono novità! Vero Baldhur? Non mi manderà a riferire dinanzi al Ministro, dinanzi al Gabinetto… senza che si siano fatti progressi, Baldhur!? Vero?- L’altro senza aprire bocca assentiva nel  frattempo, fiducioso e tranquillizzante: -Dunque vedete Cittadino Imperiale, l’unità TMAK a cui si riferisce si chiamava in vita umana: Alex Schlekter, bavarese, entrato in servizio col codice di serie AK-478/b15s appunto, sei mesi fa, dopo aver abbandonato, per volontà famigliare, una vita compromessa da un grave incidente stradale, all’età di 26 anni.- Il superiore era soddisfatto della prosa, ma incalzava: -Sa qualcos’altro di lui e della famiglia?- L’altro annuendo con discreta accondiscendenza chiariva con forte accento alsaziano: -Della famiglia sappiamo che sono dei gran patrioti, gente normalissima, padre giornalista, madre insegnante, avrebbero avuto la possibilità di salvare il figlio, se avessero voluto, il quale sarebbe comunque rimasto disabile; ma hanno preferito il bel gesto di darlo all’Imperiale Esercito di Controcontrodifesa e Contrattacco.- Il trippone si massaggiava la pappagorgia pensoso. –Di lui invece sappiamo che era studente di filosofia, piuttosto brillante, che si stava dedicando a una tesi dottorale presso l’Imperiale Università Humboldt, su…- ma lo scrupoloso e nervoso burocrate non riuscì a finire la frase che il capo, rosso in volto e visibilmente contrariato, lo interruppe per gridare, abbassando subito dopo il tono, dato che non si doveva dare nell’occhio: -Come?! Un altro studente di filosofia? Non ci posso credere! Baldhur! Questa è una congiura?! Come chiamarla? Che pensare? Una maledizione? Abbiamo avuto tre problemi con i TMAK fin’ora! Solo tre! Questo è il terzo, anzi! Ad essere precisi! E a fronte di oltre ottocentomila unità realizzate!- Baldhur assentiva con certo orgoglio inevitabile e comunque d’uopo e consono nelle conversazioni al ricordo di siffatti risultati. –E in tutti e tre i casi si tratta di filosofi o di studenti di filosofia? Inizio a credere che non sia un caso! Inizio a credere che sia qualcosa di difettoso nelle loro menti, o per lo meno che il loro processo di disumanizzazione sia incompleto, non saprei che dire. Sarebbe da fare qualcosa… che so: “non si accettano più filosofi!”, questo da scrivere nelle campagne di reclutamento!- Il piccoletto pareva aver preso l’affermazione come una burla divertente e ci aveva sorriso un po’ su, l’altro pareva aver gradito. –Sì, ha ragione Baldhur! Come potremmo mai fare una cosa del genere? Che penserebbe la popolazione? Già le statistiche dicono che i meno inclini al sacrificio sono gli universitari, mettiamoci pure a dire a che non vogliamo quelli di filosofia… e con la grande pompa con cui trattiamo i filosofi del nostro paese, per giunta, non ce lo dimentichiamo, tromboni, per tenerceli buoni… colonizzare il mondo col pensiero… Non so! Non so che pensare! Quello che so è che il tizio in questione ci sta creando un bel po’ di grane e deve essere trovato, innocuizzato! Mi dica che l’ha trovato, le prego Baldhur!- L’altro era un po’ perplesso stavolta, pareva non sapere bene come proseguire. Un paio di colpetti di tosse, era l’odore di farmaco, fenolo: -Beh, trovato, trovato, n..no! Ehm! Diciamo che siamo stati in grado di ricostruire la vicenda, e ci siamo attivati per il concreto reperimento dell’Unità smarrita, ma… Voglio essere sincero con voi Cittadino Imperiale, non si tratta di qualcosa di facile, anzi, direi che dalle notizie in nostro possesso sarà pressoché impossibile trovarlo.- Il Cittadino Imperiale Funzionario di più alto grado, alla notizia catastrofica che aveva ascoltato, si era tolto il cappello con violenza, acciaccandolo con una mano grassa ed enorme; s’era messo l’altra sulla nuca e girava in tondo come se si fosse pestato per sbaglio un callo dentro la scarpa numero cinquantaquattro. -Non ci posso credere! No! Non può essere vero! Baldhur! Vi rendete conto? Vi rendete conto Baldhur, di quello che dite? Voi mi mandate a riferire all’Imperiale Ministro e dinanzi all’intero Imperiale Gabinetto di Controcrisi per affermare che una nostra Unità TMAK ha disertato! Perché, lo sappiamo bene lei ed io, questa è la parola! La parola è diserzione, Baldhur!- sussurrava -E noi! Noi non lo troviamo! È impossibile che sia andato distrutto! È impossibile! Chissà dove sarà ora! Magari a spifferare chissà che cosa a chi! Mi viene un infarto a pensarci!- E si tastava il petto da elefante, ma senza la necessaria convinzione. La preoccupazione, però, gli aveva davvero sbiancato il volto stavolta. L’altro pareva comunque avere l’aria di uno in grado di metterci una pezza: -Non c’è da disperare Cittadino Imperiale! Suvvia! Mi facciate dire quello che so. E poi se le cose stessero peggio di come immagino la Contropropaganda Imperiale di certo troverà il modo di rimediare, come sempre, non c’è da preoccuparsi troppo…- L’interlocutore aveva strabuzzato gli occhi stavolta: -Scusi se la interrompo Baldhur, lei è molto efficiente, ed ha sempre reso eccellenti servizi all’Impero Democratico, ma questa volta si tratta di qualcosa di gravissimo! La smetta di dire facezie…! Non si diventa Grandi Margravi Imperiali dando suggerimenti del genere! Forse lei non si rende conto, ma la gravità è estrema! Si tratta di un TMAK! Il soldato macchina più celebrato ed amato dalla popolazione, il vanto dell’Impero, non esagero se dico che l’Impero, la sua intera struttura e conformazione, prosperità… l’asse portante, il pilastro ne è il TMAK! E non possiamo farci nulla ormai! Ebbene supponiamo che questo anomalo “TMAK filosofo”, che ha conservato la sua stramaledetta capacità di discernimento, pare, no? Supponiamo che a questo venga in mente di parlare! Di raccontare qualcosa! E magari per una volta: la verità! Un TMAK non dovrebbe dire nemmeno una parola nella sua infinita carriera, solo fare quanto gli è comandato di fare, ma come fidarsi, di uno che se ne è andato ed ha abbandonato la sua missione? Se parlasse? Se raccontasse? Che potremmo fare? Che potrebbe dire la Contropropaganda? “Non statelo a sentire”, “è un TMAK pazzo?” E come sarebbe possibile? I TMAK non commettono errori! Non sono pazzi! Non impazziscono! E specie: sono degli EROI! Tutti!- La preoccupazione gli sfigurava il volto, il sudore colava, mentre sintetizzava i problemi del caso, con una vena sulla tempia che gli bussava. Con una mano aveva fatto un cenno al collega di seguirlo, e si erano messi a camminare tra i vapori e la gente, discretamente parlando, per non essere notati, sussurrando con la bocca a culo di gallina: –Le famiglie, Baldhur, ci donano i loro preziosi figli malconci, convinti di quanto raccontiamo loro: che rivivranno una nuova vita di eroismo, per difendere la pace, la prosperità della popolazione e contribuire al progresso di tutto il mondo, all’uscita dalla violenza, alla cessazione di ogni sofferenza umana. Ripetiamo di continuo la nostra politica di non aggressione, di forza deterrente… Questo TMAK, lei lo sa da che situazione è fuggito! Cosa ha disertato. Se parlasse?- L’altro annuiva preoccupato pure lui, ora. –Se questo TMAK, questo… Schleckter, che ancora deve essere attivo nel suo cervello disumanizzato male! Accidenti! Se ne andasse a dire che “la non aggressione” e la “bonifica” per l’insediamento delle famiglie rurali, sono una panzana, e che il tutto consiste del massacrare quelle che precedentemente erano nella zona e che nessuno ricorda più che ci sono? Se si sapesse che in trenta anni di politica Imperiale siamo stati responsabili della scomparsa (della morte) di oltre trenta milioni di persone, che succederebbe? Che scandalo? Di che proporzioni? Senza contare i TMAK arruolati per forza! Altro che donazioni! E quelli sani sin dal principio! Altro che “nuova vita”. Qui si regge tutto con le pinze … ma chi ce le dava all’inizio cinquecentomila unità?- Il volto era scuro e serio, ma andava avanti spedito nell’analisi: –E non si tratta solo della popolazione locale, dei nostri, che sì, l’indignazione potrebbe farci vacillare, ma forse potremmo riuscire a contenerla ed estinguerla prima o poi. Ma cosa succederebbe con gli altri due continenti mondiali? Che non sospettano nulla delle nostre manovre! Gli americani sanno mica che Italia, Francia, Portogallo, Spagna e compagnia bella non hanno più italiani, francesi, portoghesi e spagnoli, ma solo coloni germanici! E non esistono più! Che l’Europa come la si conosceva nel secolo XXI non c’è più! Se lo sapessero? Non sospetterebbero che il nostro scopo sia quello di assimilare anche loro, dopo i vicini? E che controcontromisure prenderebbero? Ci pensi Baldhur! Prima di minimizzare!- L’altro ora era seriamente contrito e serio, si sentiva anche un po’ imbecille ad aver fatto quell’uscita ottimistica e superficiale. Il problema non va mai sottovalutato! Era grato al suo superiore di fargli apprendere tanto durante il lavoro. Fecero qualche passo ancora silenti, ognuno pensando ai fatti suoi, passando proprio sotto il Nuovissimo Museo dell’Anatomia Umana e Robotica. Dopo un po’ il grassone riprese la parola con voce nasale, riflessiva: –Non serve a nulla neppure fasciarsi la testa ora, e disperarsi. Non mi ha ancora detto che prospettive concrete ci sono sul rinvenimento del soggetto e quale sia la situazione; il suo sguardo pareva ottimista, nostro malgrado…- il minuto burocrate attendeva di finire, ma non voleva sembrare prepotente: -Vedete Cittadino Imperiale, da quello che ne sappiamo l’AK-478/b15s alias Alex Schlekter, ha finito per decidere di immergersi! È l’unica opzione che ha dopo tutto, se non vuole tornare da noi.- L’altro lo guardò stupefatto: –Immergersi! In mare! Siete sicuro?- il volto era sorpreso, ma pareva che le rotelle del cervello si fossero rimesse a girare per il verso giusto: –E questo cambia tutto! Non lo troveremo mai se rimane là sotto, sì! Ma d’altro canto… dobbiamo solo sperare che non esca più! O che non esca dalla parte sbagliata, a spifferare chissà che a chissà chi ed è tutto risolto!- parve di nuovo intento a districare idee che gli fiorivano in testa: –Baldhur! Quanto può resistere sotto l’acqua un TMAK? Che prospettive ci sono? Avrete fatto un’analisi dello scenario!- ma come dubitarne: -Certamente Cittadino Imperiale! È tutto nel rapporto. Dunque vediamo- e tirò fuori un’altra cartella aprendola un po’ maldestramente con guanti di pelle scomodi, mentre guardingo si dirigeva sotto un’impalcatura a un cantone della strada secondaria dove erano finiti, per trovare requie dal trantran umano e dagli strattoni e non rischiare che qualcuno magari adocchiasse i segreti fogli dattiloscritti. –Un TMAK “vive” in acqua a suo perfetto agio, nessuna della sue funzioni è alterata o limitata; la sua pompa ad acqua di mare ha infinito combustibile, dopotutto, e il raffreddamento è assicurato; la pressione non lo pregiudica neppure nei fondali più abissali, non ha bisogno di luce, non è attaccabile da nessuna specie marina. Se per errore un futuro prodotto ittico (così si chiamavano i pesci e tutti gli abitanti del mare, nella mentalità antropocentrica dell’impero pangermanico) dovesse ingerirlo, pur non essendo appetibile, egli, chiedo venia, esso, saprebbe uscire dal ventre marino più resistente aprendosi un varco in un tempo stimabile in soli cinque secondi e usando solo l’armamento base-integrato a disposizione. Non scordiamoci che l’AK-478/b15s montava, al momento della scomparsa, armi d’assalto iperteconologiche. Dai nostri calcoli un TMAK potrebbe resistere all’erosione marina nel buio più pesto di un fondale di oltre seimila metri, fino… all’evaporazione di tutti gli oceani! Allora si spegnerà, certo, per mancanza di combustibile… tra milioni di anni- Il superiore ascoltava ammirato tanta preparazione e competenza: –Bene, bene! Mi compiaccio Baldhur!- diceva di tanto in tanto, squillante come un tenore stavolta. Una questione era particolarmente importante, a quel punto: a che velocità si sarebbe potuto spostare un TMAK in acqua. Per sapere in quanto tempo avrebbe potuto raggiungere coste ostili e traversare oceani. Baldhur aveva fatto calcolare anche quello. Un TMAK, essendo antropomorfo, non è veloce; in acqua è anche più lento, nel fluido, con la pressione, perde parecchia rapidità. Deve muoversi a piedi, camminare, inabissandosi per le fosse e scalando le montagne marine. Supponendo che il punto di immersone, che però non è ancora stato rinvenuto con esattezza, fosse vicino al luogo di diserzione, per giungere in America si stimavano almeno un paio d’anni.- Gli occhi del collega si erano illuminati: –Ma questo è stupendo! Magnifico! Per almeno due anni non dovremo preoccuparci della rivelazione di segreti militari al nemico! Se ne starà buono là sotto! Per quanto ci riguarda basterà vigilare che non riemerga dalle nostre parti a spifferare chissà che, e il gioco è fatto!- l’aria era molto più rilassata e distesa ora. -Vuole sapere il motivo concreto della mia contentezza per la dilazione che mi ha indicato Baldhur?- chiese in uno slancio di apertura il funzionario superiore, sottovoce, mentre l’altro scuoteva il capo assentendo un po’ intristito forse per non conoscere tutti i segreti che il collega invece sapeva a causa del suo maggiore rango: –In due anni contiamo di assalire anche gli altri continenti e finalmente dominare il mondo come un Unico Impero! Fatto ciò non ci rimarrà che conquistare pure il mare e tutto il pianeta sarà finalmente controllato da noi! Tutto! Dalle foreste alle cime dei monti… fino agli abissi marini! Ci sono molti progetti a tal proposito! Dettagliati! Splendide città sommerse, civiltà e civilizzazioni nuove, sfruttamenti minerari co-los-sa-li! Il mare sarà l’ultimo a cadere, ma cadrà! Cadrà anche esso! E il nostro indisciplinato soldato sarà rispedito per un bel ripasso al Centro di Disumanizzazione e Condizionamento e vedremo se dimenticherà la sua “filosofia”- entrambi risero allora.

Tutto era chiarito! Era arrivata l’ora di congedarsi, soddisfatti per il buon lavoro svolto; il fattaccio era avvenuto solo il giorno prima, d’altronde. Si congedarono. D’un tratto, già di spalle, Baldhur si gira di nuovo, insegue il trippone fischiettante una polka da birreria, e afferratolo per un braccio dà un’ultima notizia: -Mi è arrivato or ora un nuovissimo cablogramma personale, è stato rinvenuto con certezza il punto di immersione! In Normandia! Sono anche stati rinvenuti sul litorale gli equipaggiamenti militari in dotazione! Il TMAK ha con sé solo l’equipaggiamento base, non rischiamo che il nemico analizzi la nostra avanzatissima tecnologia bellica al vapore marino e si metta a pari!- Meglio di così! In un giorno non si poteva proprio fare di meglio! Al gabinetto di Controcrisi sarebbero di certo stati contenti! Forse ci sarebbe scappato anche uno scatto in carriera! Persino due! E la moglie di Baldhur sarebbe stata felice: l’ambito titolo di Margravio Imperiale pareva più vicino che mai.

Intanto sott’acqua uno strano marchingegno meccanico, fatto di stantuffi e pistoni, leve e viti di materiale iperresistente, sbuffava calore come un soffione sottomarino, mentre vagava lentamente e placido per gli abissi, dalle parti della Manica. I giroscopi e le meccaniche dell’orientamento gli indicavano la via da tenere, aveva una precisa destinazione Alex Schleckter (si chiamava così ancora): i mari caldi dei Caraibi. Avrebbe passato una prima parte della sua nuova esistenza marina a viaggiare fin lì, approfittando con tutta calma di esplorare ogni stranezza che gli si fosse offerta durante il tragitto; poi, per un imprecisabile periodo, si sarebbe accomodato presso qualche barriera corallina, osservando placido quel tripudio di colori e animali, nascosto all’invadenza del suo Impero.

Alex era tutto bello integro! –disumanizzazione il piffero!- pensava –Non ho mai avuto una idea migliore di quella di entrarmene qua sotto! Andassero a quel paese pure quei cretini dei miei genitori! Una vita passata a dire che non mi fido affatto di ‘sto accidente di Impero Democratico, della “Nuova Era” e di ogni pomposa stupidaggine partorita da quelle menti, e loro? Pur di fare bella figura col regime, approfittano del fatto che sto in coma per qualche giorno, e quando mi risveglio sono un soldato meccanico! Manco non glielo avessi mai detto! Di guerra si tratta! E non di “bonifiche”, di “difesa della pace”. Balle! La pace si difende con l’apertura mentale, lo studio, non con i TMAK! E alla fine risulta che ho pure ragione io! Mitezza un accidente! In sei mesi di servizio mi hanno solo insegnato: a sparare, bruciare, uccidere, seppellire, carbonizzare. E ho dovuto farlo per missioni e missioni. La “disumanizzazione” è una parola vuota, una specie di pretesto, tutti si rimane come si era in vita, ci si ricorda tutto! I miei colleghi pure, sono convinto. La verità è che dirti “disumanizzato” ti dà la scusa di accoppare gente senza che ciò sia rimproverabile, anzi! E la gente in genere, fa la brava, ma ha una gran voglia di distruggere e uccidere. E quando ne ha l’occasione ne approfitta. Ora me ne sto un bel po’ di tempo qui! Allo scuro! In basso, sul fondale più profondo che trovo! Ci penso su a ritmo mio! Voglio dormire coi pesci per un po’! Poi voglio attraversare l’Atlantico, fino alle Bahamas, e poi magari finire in Australia. Vedere le tartarughe, le balene, i coralli, questa è la parte più bella del mondo! Dove nessuno può scendere a romperti le scatole, dove non c’è società, struttura, ipocrisia, strade, perché non c’è la parola! Forse quei megalomani dell’Impero arriveranno a disturbare anche qui sotto, prima o poi, ma non conquisteranno mai il mare! E non domeranno mai la sua spietata e muta grandezza! Faranno qualche bolla ogni tanto, qua e là, per dire che lo abitano, che la loro tecnologia glielo ha fatto “dominare”, ma sarà solo propaganda, falsità, come tutto il resto. Mi chiedo dove passino i cavi sottomarini che collegano i continenti… quante curiosità da togliermi! Ma tanto l’abisso non lo domini mai! È lì il suo fascino! Nella resa incondizionata che richiede alla sua oscurità e al suo peso plumbeo. L’uomo non ha simpatia per l’abisso forse, ma ne è spaventato e attratto al contempo, perché l’uomo stesso è l’abisso! …Diceva il filosofo.-

Di Alex non si seppe più nulla. Né lui seppe mai altro del suo impero. Due mondi che non vennero più a toccarsi. Nel suo interminabile viaggio, scese così a fondo, vide tali cose: meraviglie, creature, mostri, tesori, che gli parve di essere nato di nuovo, essere qualcosa di diverso da quello che era sempre stato. La tristezza per aver fatto del male a dei suoi simili gli passò, ma non tanto presto, scese giù fino in fondo a una fossa abissale, buia, spaventosa, ci rimase per chiarirsi le idee. Ogni volta che gli pareva di aver pensato abbastanza e che fosse ora di risalire, si fermava: forse erano passati solo cinque, dieci minuti, da quando si era seduto sul fondale, e allora rimaneva lì, prendeva altro tempo. Ma aveva perso la cognizione del tempo, erano passati sette secoli la prima volta che aveva pensato fosse il caso di risalire! E ancora non aveva visto i coralli. Chissà che fine aveva fatto il mondo e l’Impero.

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