L’uomo Che Si Divertiva A Fare Le Cose Al oiяaяtиoↃContrario

In pochi -e forse addirittura nessun altro- sono stati più geniali di colui che amava appellarsi: “l’uomo che fa le cose al contrario”, o l’uomo “retropoietico”, o “l’inversafacitor” ed altri strambi nomi della tradizione classica.
Amava proporsi come alchimista, inventore, visionario, artista; del tutto ignota è la sua identità. 

Preparava l’uovo sodo, perfetto -ma perfetto!- privandolo prima del guscio, e solo poi bollendolo in acqua. La difficoltà immane era quella di mantenere la forma ad uovo in assenza del suo contenitore naturale, o si sarebbe trattato di un banale uovo in camicia. Lui ce la faceva! 
Quando aveva ospiti a casa, proponeva le uova ripiene e non diceva nulla, parevano normalissime uova sode con tonno e maionese, nessuno notava, poteva notare nulla di anomalo -lì la grandezza, la perfezione-; ma quanto ignorato lavoro c’era dietro! Le uova finivano in un baleno, nessuno le lodava, erano solo uova sode dopotutto, ma c’erano volute ore e mille risorse e ingegno per prepararle. Lui era trionfante! Nessuno aveva detto nulla!

La conservazione dell’energia andava rispettata, se ne doveva applicare la dose necessaria, ma aveva trovato un modo per attraversare una porta, ogni porta, invertendo la normale sequenza degli eventi, i tre stadi tipici di cui essa si compone: aprirla, varcare la soglia, chiuderla. Poteva aprirla, chiuderla e poi varcarla, o varcarla e solo poi aprirla e chiuderla, persino chiudere una porta aperta, per varcarla e poi aprirla di nuovo.

Soglie e serrature erano state un suo primo amore, e una sua fissa di gioventù, sapeva tutto al riguardo, ogni loro segreto. Affermava di sapere anche il numero esatto di porte, chiavi, toppe e lucchetti funzionanti presenti al mondo in ogni momento, ma a volte c’è da credere che le sparasse grosse. Chi potrebbe controllare?

Che segreti ha una porta? Mille! Milioni! Avrebbe risposto con entusiasmo. Ogni porta, anche la più banale, da ufficio! Nessuno se ne rendeva conto, ma quello di porta era uno dei concetti più complicati al mondo, assieme a quello di bicchiere, e dei più forti e rilevanti della cultura mondiale (sempre assieme a quello di bicchiere), ne era un pilastro e dei più affascinanti. E avrebbe trovato il modo di perdersi, magari, in tediose descrizioni su ogni minima particolarità e specificità di una porta rispetto a un’altra. Materiali, venature, vernici, cardini, maniglie, ruggini, tarli… che palle!

Girava il pomo, apriva la porta, passava e solo dopo apriva la serratura, la chiudeva di nuovo e sigillava il tutto alle spalle. Ecco fatto! Come se avesse seguito la procedura normale. Il risultato era normale, infatti!
Le serrature scattavano appena infilata la chiave, lo schiocco si dava dopo che essa era stata girata al loro esterno. Uno dei segreti, diceva, era di applicare con le dita l’esatta quantità di sforzo che la resistenza della serratura avrebbe richiesto, né più né meno, esattamente lo stesso, a quel punto c’erano altri trucchetti su cui indugiare, ma il più era decisamente fatto.

Affermava di aver costruito un castello partendo dalla sua demolizione dopo l’abbandono. Viveva lì, gli ci erano voluti anni, però. In più lo aveva disposto al contrario, con le cantine in soffitta, l’abbaino sottoterra, aveva pure una segreta rivoltata in pieno giorno, in mansarda. Una gran particolarità così ben dissimulata, che chi vi fosse entrato non avrebbe mai sospettato di essere sottosopra, come si pensava nel medioevo vivessero gli uomini dell’Australia, e di sedere in poltrona coi piedi fissi sul soffitto, la testa leggera a penzoloni in giù nel vuoto, né tanto meno che le fiamme del caminetto stessero bruciando pure verso gli inferi e per di più dando ciocchi di quercia interi da ceneri nere.  

Coltivava boccioli dai fiori già sbocciati, dipingeva tele intonse da tele tagliate, o tele immacolate da certe già dipinte con maestria squisita. Sì, amava Lucio Fontana, Kandinsky, tutti i futuristi, ma lo faceva al contrario, e da una posizione conservatrice.  

L’arte era uno dei suoi “passatempi” preferiti, ognuna di esse! Approdava a pagine bianche da mille pensieri e note confuse, e prima ancora da romanzi perfetti, che avrebbero fatto innamorare ogni fanciulla, viaggiare tra avventure ogni ragazzo, riflettere sulla vita ogni uomo. Creava e poi “decostruiva” il tutto fino al nulla. Pentagrammi intonsi erano il risultato ottenuto da sinfonie complesse e magnificamente orchestrate. Banali pezzi di argilla erano tratti da vasi che avrebbero ingannato il più esperto della secolare tradizione cinese. Alla sua dipartita si sarebbero trovati in libreria decine di complicati libri dalle pagine, però, completamente vuote, accanto al pianoforte decine e decine di fascicoli a ben vedere mai vergati, una stanza piena di tele all’apparenza mai usate, e nessuno avrebbe potuto sospettare che si trattava del frutto ultimo di opere tutte magnifiche. 

Forse si trattava di uno dei più grandi talenti di tutti i tempi e di certo dei più poliedrici, anche se lui stesso si definiva con eccessiva modestia solo un “amateur”; la sua casa era terribilmente spoglia e vuota, ci si sentiva l’eco, che però ripeteva pure lei le parole al contrario. La vuotezza era tuttavia pregna di significati e bellezza; chi sarebbe stato in grado di capirlo? Di carpire il segreto di ogni omissione e mancanza del posto, che erano così studiate, a partire da situazioni già complesse, o erano state realizzate intricando sino al parossismo e lo spasmo, in un labirinto e in meandri di dettagli e ritocchi, gesti banali e invertendone ogni stadio e procedimento. Che uomo!

Era riuscito a complicare così tanto il rituale del tè, che la sua preparazione in acqua ghiacciata, scaldata al contrario, infusa sottosopra, prima di uscire dal rubinetto, con filtri girati all’esterno, teiera rivoltata, zucchero ri-cristallizzato da quello già disciolto, latte immesso prima dell’infusione e persino prima di prendere la tazza che lo avrebbe contenuto, richiedeva ore, tante emicranie ed un tale dispendio di mezzi, energie e laboratorio da avergli fatto perdere completamente ogni sapore e rilevanza, al tè. Che però era un tè perfetto sotto ogni punto di vista, indistinguibile da uno normale. 

Persino il suo gatto saltava all’ingiù, lo aveva educato così. Nei solitari le carte andavano “de-mescolate”, altrimenti si sarebbero ordinate per conto loro dall’asso di cuori al re di picche, gli scacchi li giocava solo a partire dai finali con cinque pezzi, tutto finiva nella patta dell’inizio, ma che combinazioni a ritroso! Non amava la dama.

Era segretamente soddisfatto di sé, non lo dava a vedere: “essere soddisfatti di sé è l’apoteosi della mancanza di gusto -diceva- è la prima delle volgarità e l’ultima delle bassezze”… o viceversa: la prima delle bassezze e l’ultima delle volgarità. Non dava a vedere nemmeno di essere consapevole della sua grandezza, tranne che nei suoi rari appunti, infiammati a sprazzi da vampate di sfrenata megalomania –giustificatissima, per una volta-; solo da lì sappiamo la sua storia.

In vita vissuta non aveva, però, punte di vanità; la sua gioia era intima, consisteva nell’essere stato in grado di nascondersi tra i tanti, tra noi inetti, non essersi mai fatto notare nonostante il suo immenso genio e il suo estro smisurato; era riuscito a passare completamente inosservato, e –cosa che lo inorgogliva di più- senza lasciare un pur minimo segno nel mondo, senza averlo trasformato o migliorato in alcun modo, senza che nessuno si accorgesse di nulla, e meno che mai di come quasi ogni fatto e gesto suo fossero così maledettamente complicati ed impossibili, a modo loro tutti artistici, pur non essendo mai il loro risultato, mai e per definizione, assolutamente nulla di speciale.

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