Mammoth

Si innalzano su, su fino in cielo e a sparire in sottili e offuscati filamenti grigi, tra le nuvole bianche o l’azzurro dei giorni estivi; da sotto, la pancia non si vede, è troppo in alto, anche quando blocca il sole e uno strano gelo da eclissi ti scuote.

Ho viaggiato accanto a una di esse stamattina, come al solito, per andare a lavoro. In trenta chilometri, ho percorso nemmeno un paio di unghie, da lontano le vedevo intere, enormi archi candidi, piantati in terra.  

Le zampe affondano nella pianura o frantumano e appiattiscono la roccia montana, riempiono i canyon, oppure fanno ribollire il mare di cerchi concentrici. A volte sono sospese in cielo, ma è sempre difficile vederle muoversi. Per giorni e giorni non pare si siano spostate di un centimetro.
Una sale lentamente, ci vorranno secoli prima che cambi direzione e inizi a scendere di nuovo. Un’altra scende e sono secoli che si avvicina, ad ogni generazione umana appare un po’ più grande definita, un po’ più spaventosa mentre ti viene incontro.

C’è una città che è proprio sotto la traiettoria di una di esse; fu fondata migliaia di anni fa, prima che si sapesse che sarebbe stata schiacciata. Nella sua storia, assedi, guerre, prosperità, peste, la zampa in alto nel cielo la osservava e minacciava già da lontano, ma gli abitanti erano impazienti di morire e si davano da fare con altro.
Col tempo la città s’è svuotata e ripopolata più volte; a cicli alterni un senso di panico e condanna la svuota, e uno di baldanzosa accettazione della fine, alla moda, la riempie di nuovo. Si susseguono, da che si ha memoria, generazioni opposte; una non resiste a vedere la minaccia alta in cielo ogni giorno e lascia la patria, un’altra vuole godersi la strana pace che dà quell’ombra di nemesi, e approfittare, all’opposto, di quella febbre che spinge alla vita, al carpe diem, quando si è indotti a pensare alla fine, e torna a casa.

Quella zampa è ormai così vicina che quasi sfiora i campanili, li quasi sfiorerà ancora per decenni; il sole non si vede da secoli, ma qualcuno si ostina a non lasciare l’ammuffita casa di famiglia. Sono vecchi, sono anziane, nonne sole, nonni con bottiglie piene di rimorsi e scontrosi. I ragazzi si divertono a popolare solo i fine settimana e dormirci dopo la cena al caminetto e i racconti dell’orrore. Oppure si divertono a correre in auto sotto la zampa, per spaventare le ragazze, che stanno al gioco, fingendo che sia pericoloso.
Alcuni non vedono l’ora che sia così vicina alla terra da essere un rischio davvero, allora sì che faranno vedere a tutti quanto sono coraggiosi, correndo con la spider mentre col braccio alzato affilano la lama della spada sulla cote di callo e di zoccolo, creando faville.

Una zampa è in Toscana, un’altra in Liguria, le due posteriori in Ungheria, le anteriori in Repubblica Ceca, una sulle Alpi, due in Francia, una in cielo, la proboscide forse pende dalle parti di Torino.

La proboscide non si scorge mai da terra, a meno che la testa dell’animale non si inclini per qualche ragione, allora la si vede pendere, fendere a poco a poco l’aria, creando tornado e venti rumorosi.

Le zanne solo di rado brillano in cielo, se colpite dal sole dalla parte giusta creano un barbaglio d’arcobaleno  accecante e tutti gridano lunghissimi: “oh!” ma si deve stare attenti a non guardarle direttamente o senza protezione, qualcuno ha perso la vista.

Le teste e le orecchie nessuno le ha viste mai per intero, neppure in aereo, neppure con lo shuttle; si dice che questi Mammoth bevano spuma di nuvole e pascolino spighe di sole e occasionali satelliti, vivono di raggi gamma e neutrini, guardano le stelle con occhi neri e duri senza distoglierli. Sono loro, si dice, che hanno iniziato a far girare la terra, battendo ogni tanto le enormi orecchie venose e scure, la hanno spinta e spinta sempre più veloce, hanno creato i giorni corti, i venti uragano, le onde tsunami, le maree che hanno affondato Venezia, New York, Sidney, Adelaide e le altre; con le loro zampone di chilometri e chilometri di diametro, impennati, da giovani, hanno pure creato di crateri della Luna e giocando da cuccioli, l’hanno spinta lontano.

Il loro barrito non assorda l’universo solo perché nello spazio non si propaga il suono, ma persino le stelle paiono invidiare la loro mole e sotto l’atmosfera il loro semplice respiro risuona come trombe del giudizio.

(Visited 35 times, 1 visits today)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.