Manie e Divinità Casalinghe dei Morti

Parlando dell’uomo lupo, il così detto “mannaro”, avevamo accennato alla sua possibile derivazione da “mania” (come ossessione), e quindi dai “Mani”, le divinità, gli spiriti che l’antichità amava immaginare a presidio di determinati luoghi.

I Mani non sono le sole divinità di questo tipo, nel nostro ristretto ambito culturale, quello classico, vanno menzionati almeno anche i Lari, e i Penati, oltre ai geni.

I Mani (latino: Manes) sono stati definiti come il “primo anello” di quella complessa catena che fu la religione romana, e che univa le relazioni sociali dei cittadini. Primo perché di natura squisitamente casalinga, dove rappresentavano le anime benigne dei parenti deceduti per cui, in occasioni, si realizzavano offerte votive sostanzialmente agricole (pane, latte, etc.)

Mani viene probabilmente da manus o manis, “buono”, e propriamente “misurato”, “moderato” (v. immane, “non misurabile”). È affine alla radice greca di “pensare”, da cui il greco menos (la mente) e mnemos (la memoria, come da noi è evidente in “mnemonico”). Dalla radice indeuropea ma-man di “misurare” e di “pensare” (ma anche di “preparare” e “costruire”), discendono ovviamente anche la “mano” (presentata come aperta, e contrapposta al pugno, che è la mano chiusa, del “pugilato” e da cui viene la “pugna”, la guerra), “madre”, “mensa”, “metro”, “mese”. Ma da “mente”, e quindi collegato anche ai Mani, discende anche la “mania” (forma di pazzia).

La parola nel caso di questi spiriti valeva quindi “i buoni” e “gli illustri” ed indicava gli ante passati: parentes et Manes, si era soliti aggruppare in una espressione, quand’anche in origine probabilmente si comprendevano tutti i defunti e non solo i parenti di una singola stirpe. La Dea Mania a cui essi sono originariamente relativi (e quindi spiriti infernali) era la dea dei morti, di origine etrusca, a volte assimilata alle Erinni, che tormentano ossessivamente le anime e non danno loro pace.

Assimilabili in qualche modo ai Mani, a Roma (dei bei tempi), erano i Penati, spiriti protettori e divinità tutelari (sì, divinità, e non solo spiriti, in questo caso) non solo di una famiglia e di una casa, ma anche dello Stato: i Penati Pubblici, i Penates Publici Populi Romani. In casa i Penati risiedevano nella parte più intima della casa, secondo alcuni addirittura la “dispensa”, dove si tiene il cibo (penes). In effetti risiedevano nel penitus, pen-itus (itum, supino di ire, “andare”), che equivale a “fino all’interno” (della casa), dove avevano un santuario a loro dedicato, il “penetrale”. La voce è connessa alla radice sanscrita pa- e poi pe- da cui anche “penetrare”, (ma, curiosamente, non “pène”, che in origine sarebbe, connesso a “penzolare”, o a “battere”, o a “coda”), radice che aveva il senso di “proteggere” e “dominare” e che quindi erano “in potere”, “in dominio” del posto. Il tempio proprio dei Penati Pubblici si trovava sulla Velia. Si credeva che fossero i dispensatori del benessere e della fortuna di una famiglia, ed erano associati ad altre figure familiari, quali il Genio del paterfamlias (o i geni, a cui abbiamo accennato rilevando la differenza chiara in inglese, ma non in italiano con il “ginni” indiano) a Vesta, Giunone, e ai Lari.

Questi ultimi erano spiriti, come i primi, degli ante passati, a tutela e presidio dei luoghi abitati dagli uomini, ma connessi (in casa) propriamente al focolare domestico (il “-lare” di focolare è, però, solo frutto di un diminutivo), ma dove oggi sono ancora gli “alari”, no? Il nome pare relativo alla radice indeuropea –las di “bramare” e “desiderare”, ovvero dove si sfoga la “las-civia”. E forse Lar (singolare latino) e in etrusco “padre”, era la forma locale dell’Eros greco. I più conosciuti sono senza dubbio i Lares familiari, ma anche essi godettero di un culto pubblico esteso: lari degli incroci stradali, della navigazione, della famiglia imperiale, lari cittadini, persino “lari che grugniscono” (Grundules, secondo una leggenda), rurali, viàli, etc. (la voce inglese di Wikipedia è assai più esaustiva di quella italiana, per chi fosse interessato a un minimo approfondimento).

Il culto dei Lari è descritto come un altare, il larario, nei pressi dell’atrio di casa (dove il focolare) con delle statuette chiamate “sigilli” che rappresentavano i morti, spesso raffiguranti giovinetti che versano vino in una coppa. I parenti se le scambiavano il 17 dicembre alla festa dei Saturnali. Quella durante il solstizio di inverno (17-23 dicembre) in cui, come è noto, le gerarchie sociali erano invertite e gli schiavi potevano comportarsi da uomini liberi, mentre le norme sociali e le leggi erano sospese. Ignorando se ci sia ancora una qualche relazione, era permesso, in tale periodo, anche il gioco di azzardo, attività che ancora oggi in alcune parti di Italia si realizza, familiarmente e tra amici, proprio in quegli stessi tempi (Natale).

Riguardo al genio, infine, ricordiamo solo di averne parlato nel primo dei nostri articoletti, come già menzionato.

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