Manifesto del Paralismo

Dopo il Futurismo era ormai inevitabile dare voce alla nuova e definitiva corrente culturale italiana: il PARALISMO.

Manifesto del Paralismo:

  1. Noi vogliamo cantare l’amor della sicurezza, l’abitudine alla fiacca e alla prudenza.
  2. La pavidità, la timidezza, la sottomissione, saranno elementi essenziali della nostra assoluta mancanza di slanci, poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. E anche noi vogliamo esaltare la stasi passiva, il sopore gelido, il passo malfermo, le cinture di sicurezza, l’air bag e il cerotto, ma finalmente sacrificando del tutto la letteratura, nell’analfabetismo dello slogan su uno striscione.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della staticità. L’immobilismo, la paralisi. Un confortevole suv full optional nei dispositivi di sicurezza, col suo cofano che cela allarmi e sigle (ABS, ESP, TCS, ISA) di marchingegni con tubicini simili a cateteri e flebo, per anziani malati dall’alito cattivo… un’automobile silenziosa, e sicura che sembra immobile anche in marcia, da guidare anche da sbronzi, l’incidente è più bello di ogni vittoria nata dal coraggio.
  5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante sempre a due mani e con ostentata prudenza, ma la cui asta ideale punge la Terra, come un ago da anestesia, che ti chiuda l’orbita oculare drogata nel sopore più indifferente e rilassato del barbiturico e lo psicofarmaco.
  6. Bisogna che il poeta si rassegni alla nenia da cantautore e si prodighi con freddezza, parsimonia e pauperismo, per aumentare il sobrio grigiore degli elementi strutturali di una rancorosa pace sociale.
  7. Non v’è più bellezza se non nella neutralità assoluta, non prendere posizione, fatalismo e rassegnazione. Nessuna opera che non abbia un carattere passivo-aggressivo può essere un cappio-lavoro. La sola poesia è quella che deve essere concepita come un incerto balbettio contro forze mihi-ignote, per ridurti a prostituirti davanti a un despota senile debosciato e artritico.
  8. Noi siamo fermi su un promontorio estremo da secoli!… Perché dovremmo rischiare qualcosa, se vogliamo solo preservare il passato immutabile e venerare i rassicuranti cancelli cimiteriali della tranquillità? Il Tempo passato è l’unico Spazio in cui troviamo la vita. Noi viviamo nell’assoluto dell’antico e del ferrovecchio, poiché abbiamo già creata l’eterna civiltà cigolante, immota e onni-impotente, la strada battuta della colpa.
  9. Noi vogliamo glorificare la quiete –sola igiene sterilizzata del mondo– la religiosità, un tentennante e lagnoso patriottismo misto a esotismi alla moda, la titubante famiglia, puntare il dito, declinare la responsabilità, vogliamo la distruzione dei libertari, delle belle idee per cui si potrebbe anche arrivare a correre qualche rischio o persino morire e il disprezzo, solo strisciante, della donna.
  10. Noi vogliamo aprire musei, e biblioteche, polverose accademie d’ogni specie, per combattere a favore del moralismo e della tradizione, usandoli con ogni viltà opportunistica e utilitaria per fermare ogni moto.
  11. Noi canteremo le grandi folle disciplinate al lavoro e dopolavoro, senza lavoro, in attesa di lavoro, in cerca di lavoro, con scialbo piacere allo stadio: canteremo le maree interinali quelle monocromatiche e monotone di ligi ruffiani in carriera statale nelle nostre capitali antiche di ruderi; canteremo lo statico tepore notturno degli archivi anagrafici e dei casolari d’agriturismo, cullati da pallide lune al neon mute e discrete; gli scavi archeologici, le giare, i cocci, le pietre; gli opifici d’una volta immersi nella natura e i ritmi lievi di un tempo; i ponti, ma solo quelli stile tibetano, simili a incerti vermi a impatto zero, protesi a tentoni nel vuoto, accecati dalle tenebre del Sole col suo odioso luccichio di coltelli; i bastimenti di merci prodotte da chi biasimiamo sottovoce e col livore, il posto fisso -magari!-, la mazzetta, la clientela, chi ci mette una buona parola, il curato che benedice e sorride senza mostrare i denti, quello che è stato e come per sempre sarà, senza mai cambiare una virgola, immersi nel terrore per il futuro, e la devozione per la bellezza insuperabile del polmone d’acciaio, del coma, del respiratore a cui mai staccare la spina, la tac, i servizi sociali, le ricerche a ritroso, per trovare la persiana appropriata, il lampione appropriato, la pietra appropriata alla ristrutturazione, il restauro, la riforma, l’immobilità e lo stallo.
    Al vento, la nostra bandiera in bava trasparente sembra applaudire come una folla in eutanasia.

È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di prudenza conservatrice e a rotelle, col quale fondiamo oggi il PARALISMO perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di modernità, di futuro, di intraprendenza, entusiasmi e vitalità e soffocarla ancora di spocchiosi professori, giovani mediocri saccenti, baroni e raccomandati.
A oltre trent’anni siamo chiamati “giovani”, e saremo anziani di colpo e dopo una vita gettata nel cestino.
È di nuovo tempo per l’Italia di tornare saldamente al suo posto di mercato di rigattieri. Noi vogliamo oberarla di innumerevoli musei che la coprano tutta di cimiteri.

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