Matrimoni gay! Ed ora, che? Bigamia? Bestialità? (Corte Suprema Americana)

Ho completamente abbandonato la teoria del diritto per scrivere su altro, ormai 6 anni fa. Ma i vecchi amori a volte ritornano.

La Suprema Corte americana, con una sentenza di 103 pagine, storica ed anche molto bella ed interessante, ha finalmente chiarito la posizione del Diritto Costituzionale Americano fronte all’esigenza sociale, domandata da tempo da una minoranza (quella gay e di chi la appoggiava) rispetto all’estensione del diritto al matrimonio a coppie di cittadini dello stesso sesso.

Anche io, pur non essendo gay, sono stato schierato a favore di questo cambio, e quindi oggi posso solo essere felice. La mia posizione era del tutto disinteressata e frutto solo di amore per l’uguaglianza e la giustizia.  

Il diritto è una scienza, e come tale lavora con delle premesse dalle quali estrae delle conseguenze, per mezzo dell’applicazione della logica. Come anche la Corte ricorda: “la limitazione del diritto a sposarsi per le coppie dello stesso sesso è stata a lungo vista come qualcosa di naturale e giusto, ma la sua coerenza con il nucleo centrale dei principi del diritto a contrarre matrimonio è oggi manifesta”.

Succede in diritto che ciò che è considerato come “intuitivamente insindacabile” e certo, non lo sia in effetti ad una analisi logica scrupolosa. Ovviamente il diritto, scegliendo per “sempre” e per “tutti”, non può aderire all’intuizione o alle emozioni, ma deve attenersi ai suoi principi (costituzionali) e alla logica. Con buona pace delle intuizioni o le abitudini.  

Subito dopo la decisione della Corte Suprema, qui negli USA, tra gente che ha minacciato di bruciarsi o di intraprendere lo sciopero della fame, c’è stato anche chi ha disegnato quadri apocalittici di dissolutezza basso imperiale, di perdita completa di limiti e confini.

Tra le tante illazioni si è voluto sostenere che se si riconosce il diritto a un “matrimonio che non è matrimonio”, come quello tra individui dello stesso sesso, si dovrà giocoforza arrivare ad ammettere sia la poligamia, che magari pure la bestialità. Queste conseguenze sono però tutt’altro che necessarie.

Il fatto è che qualcuno (in specie il religioso) non vede questa apertura alle coppie gay per quello che è: l’applicazione rigorosa di un principio di libertà e di uguaglianza (che poi beneficia tutti), ma solo come il primo passo di un fantasioso percorso di dissoluzione (Kali Yuga, o chissà che), tipico del loro palpitante e accorato stato culturale.    

Filosoficamente potrei definirmi un nichilista, in effetti, e quindi non percepisco riferimenti “assoluti” nella storia e nel pensiero (lo dico per cortese chiarimento a chi non mi conosce). Come anche la Corte ricorda, il matrimonio si è costantemente adattato alle esigenze sociali, la c.d. “tradizione” è un concetto che può essere assai ingannevole, se preso come atto a “blindare” la società.

Pur considerando che “si può decidere tutto”, e più che altro che così è sempre stato (si è deciso di tutto nella storia umana, basta studiarla), allo stato attuale e alla luce dei nostri principi giuridici però (in questo caso comuni tra USA e EU), i timori apocalittici sono del tutto infondati! Tranquillizziamoci!

E vorrei dire la mia sul perché, ma senza ripassare i tomi del diritto, parlando solo da comune cittadino, consapevole però del bel sistema giuridico e le libertà che ci siamo guadagnati, dopo secoli arbitrari e crudeli, di oppressione.

Oggi vige il principio di uguaglianza. I cittadini sono teoricamente uguali dinanzi alla legge, ed hanno tutti gli stessi diritti, che poi, nel concreto biografico potranno certo portare ad assai diverse situazioni personali, ma che non li pongono comunque in una differente posizione dinanzi alla legge e in dignità (ricchi, poveri, alti, bassi, atletici o sovrappeso). Quello che vale per uno, vale anche per tutti gli altri, senza eccezioni e privilegi. Tutti hanno, per esempio il diritto di realizzare scelte determinanti per la loro vita quali: sposare chi amano, o non sposarsi, muoversi, associarsi, pensare, manifestare il pensiero, e molto altro.

Rispetto al matrimonio, le posizioni dei due contraenti sono (devono essere), pertanto, assolutamente simmetriche! Questo implica che non c’è preminenza di una parte sull’altra, come fu nel diritto più risalente, quando, per dirne una, era la moglie a dover seguire il marito dove lui avesse deciso che si sarebbe posta la residenza. Se la posizione è paritetica, è impossibile che un uomo possa sposare più donne, e una donna non possa sposare più uomini.

E la poligamia non implica affatto un diritto simmetrico e paritetico, dato che implica che un soggetto sia amato da più persone come singolo, corrispondendone varie al contempo. Chiaramente una parte è in una posizione di assoluto predominio sulle altre. Sarebbe infatti impossibile sostenere che il marito con sei mogli possa corrispondere la loro dedizione verso un unico oggetto, distribuendo ciò che un solo essere umano può dare, verso sei diversi oggetti. E viceversa.

Paritetico semmai, tra sessi, sarebbe che ciascuno potesse sposare un uguale numero di soggetti al contempo. Un marito con quattro mogli, che avessero tutte altri tre mariti a loro volta. Il caos sarebbe veramente garantito! E magari si dissolverebbe del tutto il senso di ufficializzare le unioni. Ma non è questa la poligamia che alcune culture ancora applicano e a cui si pensa.   

Inoltre il matrimonio non è solo motivato da una qualsiasi propensione amorosa che voglia trovare un riconoscimento pubblico, ma difende anche altri interessi sociali, ed esigenze, tra cui quelle di terze parti, specie se più deboli, i discendenti per esempio, e ciò impedisce che un diritto sia esercitato a nocumento di altri soggetti. Cosa che non accade nel caso del matrimonio gay, che infatti è stato giustamente ammesso, ma non è detto non succeda in altri casi. E si dovrà giudicarlo quando una sincera richiesta sociale emerga e faccia porre il problema.

Rispetto alla bestialità, cioè che un animale non solo possa ereditare (come succede in diritto americano, perché amato dal padrone rimasto solo) ma addirittura sposarsi e vedere riconosciuto il proprio amore in modo vincolante in pubblico, c’è anche meno da dire. In primo luogo non va fatto passare l’obliquo ed allusivo insulto che consiste nel paragonare le unioni di due esseri umani dello stesso sesso a degli animali, ma poi, il punto è proprio che il vincolo di simmetria che il matrimonio presuppone, così come lo concepiamo oggi, non è supportato nel caso dell’animale, che, per quanto amerà, e in certi casi non ci sono davvero dubbi, l’essere umano, non sarà però mai in grado di garantire lo stesso tipo di affetto, appoggio, e tutto il resto, di cui egli ha bisogno e per cui il matrimonio è concepito.

Che decisione prenderebbe il cane, il più intelligente di tutti, qualora il padrone si trovasse in coma profondo? Che potrebbe fare per mantenere dei figli adottivi?

Ed invece proprio situazioni del genere hanno portato a chiedere la parificazione tra diritti di coppie etero e di coppie gay, quando al compagno del soggetto in stato comatoso o terminale non era permesso dalla famiglia (col diritto dalla loro) di visitare in ospedale la persona che amava e dirgli addio, o quando dopo anni di convivenza, veniva buttato fuori di casa alla morte del compagno, etc. Tante violenze, odi, ritorsioni, torti, che per fortuna oggi, il diritto non permetterà più!

C’è solo da celebrare.  

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