Profezia e Memoria dei replicanti in Blade Runner

Devo dire di non essere un amante del cinema (come arte) per una lunga serie di buone ragioni, e Blade Runner forse è solo un film “fortunato”, ma è comunque un film splendido, o riuscito splendidamente (che è lo stesso).

Sia come sia, è innegabile che a volte pare che “il mondo” abbia preso la direzione che esso indica, e, pur avendo poco di fantascientifico (si tratta di un noire in effetti), ciò gli conferisce un fascino che difficilmente si può ignorare. A dispetto, per dirne una, della serie Star Wars, che di profetico non ha nulla (neppure in tal caso si tratta di fantascienza, ma di un fantasy).

Al di là della più ovvia considerazione della orientalizzazione del mondo, vecchia ossessione degli USA, che non era poi di difficile previsione, e di quella sulla genetica e la creazione di replicanti per questa via (piuttosto, per esempio, che con la robotica), a riguardarlo oggi, colpisce una ambientazione in cui una società complessa appare caotica, invivibile, alienante, ma sopratutto misera, povera.

I personaggi paiono tutti vivere nell’indigenza e in certa disperazione generale e incertezza. Persino quelli che lavorano per la (si suppone) più grande corporazione esistente, non sembrano affatto avere una vita agiata. Sia il fabbricante di occhi, che il genetista, due soggetti che realizzano dei lavori altamente specializzati per la Tyrell, danno un’idea piuttosto cupa del loro quotidiano e delle loro possibilità, anche economiche.

Il proprietario è l’unico che vive rinchiuso in una situazione a dir poco sfarzosa (esageratamente sfarzosa), ma appare isolato, e afferma esplicitamente che l’unico suo obbiettivo è il profitto.

Eccoci in una società infelice, misera, buia, schiacciata da avidità e commercio per il commercio, dove tutti cooperano a concretizzare (succede spesso nel film, come nella vita) quelle situazioni in cui nessuno dei protagonisti vorrebbe trovarsi. Eppure si va avanti.

Ma un dato di estremo interesse nel film, e forse l’aspetto più ricco e fecondo, è la formazione delle menti dei replicanti e particolarmente l’uso che in essi viene fatto della memoria (dei ricordi).

Questo aspetto è particolarmente significativo proprio perché tramite esso si riesce a creare una forte identificazione tra un essere umano e un replicante, sino a perdere le tracce delle differenze tra i due gruppi e potersi spingere (il film questo cerca) a identificarli come analoghi, e persino a pensare a un mondo ormai popolato addirittura solo di replicanti e in cui gli ultimi tre esseri umani (il fabbricante d’occhi, il genetista, e il Patron della Tyrell) vengono uccisi dal superuomo Rutger Hauer.

I tre, nel film, non hanno foto in evidenza, mentre altri personaggi compreso Deckard (che nella versione director’s cut è piuttosto esplicitamente un replicante) e il suo poliziotto capo, ne hanno, e ciò potrebbe essere un indizio della loro “disumanità”.

Se così fosse (a una analisi serrata magari questa ipotesi non regge, ma sotto la lente della stessa l’intera pellicola rischia il collasso, il film ha molti errori noti) il lavoro di un Blade Runner non sarebbe quello di ritirare replicanti perché replicanti, ma replicanti ribelli, e quindi “esseri umani ribelli” verso una società dai tratti fortemente iniqui. D’altra parte Rachel viene condannata al ritiro dopo aver lasciato il posto di lavoro con Tyrell (e solo per quello).

La “scusa” è quella, oggi in voga anche per la censura di internet, di essere soggetti pericolosi, potenzialmente violenti, terroristi!

Nella narrazione, nella mente di un replicante, col fine di calmare certe naturali ossessioni, vengono posti dei ricordi attinti da chissà dove, e che in un paio di occasioni nel film vedono come protagonisti animali fantastici. Questi ricordi implicano l’illusione di un passato, nella vita del replicante, che non s’è effettivamente mai verificato, e personaggi amati (madri, fratelli, etc.) che in effetti non sono mai esistiti, e non sono mai stati amati veramente.

Ma un replicante alla fin fine ricorda esattamente come un essere umano: a salti, frammentariamente, solo alcune scene della propria biografia. Nessuno, infatti, ricorda tutte le sue giornate, minuto per minuto, e questa incapacità a conservare nella mente l’interezza della propria biografia, e della percezione della parte di mondo dove ciascuno è passato in vita, ha dato spunto a varie riflessioni, tra cui quella profondissima che Borges propone, nel suo racconto Funes (o della memoria), il ragazzo che ricordava assolutamente tutto, e anche a soluzioni letterarie di estremo interesse, quali la peculiare visione del futuro dei dannati danteschi e degli epicurei in particolare, che lo colgono progressivamente in modo sempre più imperfetto e confuso (quasi arrivando a dimenticarlo, a dissolverlo e ignorarlo del tutto) man mano che esso si avvicina e realizza nel mondo.

La singolarità della memoria umana è che essa si riferisce a un passato ormai eclissatosi, nel divenire, dal piano dell’esistente (cioè “inesistente”) e che permane solo come residuo incamerato nelle menti dei soggetti che lo ricordano. Ipoteticamente sarebbe perciò plausibile immaginare il ricordo come relativo a qualcosa di “mai verificatosi”.

I replicanti (che sanno di essere tali) hanno la certezza del fatto che quei ricordi non appartengono a scene che loro hanno effettivamente vissuto, e al non sapere la loro data di immissione, forse non possono neppure essere certi che quelli più recenti si siano effettivamente verificati, e non siano invece stati impiantati anche essi. Come sapere i confini di ciò che s’è vissuto nel passato?

Certo la continuità di una situazione, la sua coerenza e costanza, e specie il permanere di certi effetti fino al presente, eliminano il dubbio, ma cosa pensare (anche nelle nostre menti e biografie ricordate) di un amore giovanile, di una persona ormai scomparsa, irrintracciabile. Come avere la certezza di aver davvero vissuto quel sentimento e di non essere piuttosto il frutto di una manipolazione altrui? Specie nella estrema solitudine di una società alienante.

Ma anche lasciando da parte l’estremo della effettiva verificazione nel passato di una determinata situazione, quale garanzia si ha del sentimento? Dato che esso, si versa su un oggetto inconoscibile e della cui esistenza potremmo dubitare, anche noi, che replicanti non siamo, su vari piani? Che senso ha amare qualcosa che potrebbe non esistere, o non esistere tale e come noi lo percepiamo e ci viene fatto percepire?

(Visited 178 times, 1 visits today)